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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Perché i Liberali tacciono sul Family Day?
Perché i Liberali tacciono sul Family Day?
di MAURIZIO FERRERA
Giovedì 26 Aprile 2007
di Corriere della Sera
in Focus

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DICO E DINTORNI

Nel dibattito sempre più acceso sui temi della famiglia manca una voce: quella liberale. Si sono sentite, è vero, molte voci «laiche». Ma la laicità è solo una delle bussole che orientano il pensiero liberale. Inoltre si tratta di un criterio di metodo più che di sostanza. Di fronte alla vigorosa (e pienamente legittima, beninteso) riaffermazione da parte del mondo cattolico del proprio modello di famiglia, i laici si sono così limitati a ribadire le ragioni del pluralismo morale e religioso e a rivendicare la neutralità dello Stato nei confronti di ogni fede. Insomma, un gioco di difesa più che di attacco.

C’è qualcosa di più incisivo che la voce liberale può oggi dire sulle scelte di convivenza e relazione fra individui? Su questi temi alcuni classici del liberalismo lanciarono provocazioni scandalose per i loro tempi. Bentham difese l’omosessualità come insindacabile «gusto» personale, mentre Stuart Mill denunciò il «giogo» delle donne nella famiglia e nella società. Nel mondo anglosassone il pensiero liberale ha assunto oggi un ruolo di punta non solo sulle grandi questioni politiche, ma anche su quelle che riguardano la sfera privata. Dal liberalismo anglosassone emergono almeno tre spunti che meritano di essere ripresi ai fini del dibattito italiano.

Il primo spunto riguarda i modelli di famiglia, o meglio di unione fra persone. Pur avendo a cuore (ovviamente) sia la procreazione biologica che la riproduzione sociale, il liberalismo non propone gerarchie fra modelli. Apprezza e sostiene le unioni eterosessuali con figli, ma è aperto alla diversità, alla sperimentazione, alla reversibilità delle scelte e per questo tutela non solo le opzioni di entrata, ma anche quelle di uscita. Separazioni, divorzi, coppie di fatto non sono di per se stessi sintomi di «crisi», ma solo di trasformazione della società: eventuali valutazioni morali vanno fatte caso per caso, in base a criteri di libertà, equità, rettitudine. Sul «riconoscimento», i liberali hanno una posizione intransigente: uno Stato laico deve garantire pari opportunità di unione (legale) a tutte le persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Il riconoscimento pubblico è una questione di diritti, ma prima ancora di «rispetto»: il rispetto di sé e il rispetto che ciascuno deve all’identità e ai progetti di vita degli altri. Spesso il riconoscimento pubblico è pre-condizione essenziale per il rispetto, che è il più importante fra i beni sociali primari (per usare la nota espressione del filosofo John Rawls).

Essere aperti ad una pluralità di modelli non significa accettare qualsiasi cosa. Il secondo spunto che proviene dal dibattito anglosassone è proprio questo: vi sono alcuni principi di giustizia che debbono essere fatti valere anche nella sfera domestica. Non c’è solo l’obbligo di proteggere i soggetti più deboli (soprattutto donne e bambini) dal rischio di violenze, abusi, intimidazioni. Si tratta anche di favorire pratiche di convivenza basate sull’«eguale libertà» di ciascun componente adulto e ispirate ai valori della tolleranza. La famiglia svolge importanti funzioni anche in una società liberale. Ma troppa famiglia rischia di soffocare l’iniziativa personale, compresa quella volta a formare unioni diverse da quella di origine (una sindrome molto diffusa nel nostro Paese).

Il terzo spunto si situa a cavallo fra metodo e sostanza e riguarda quella funzione pedagogica della legge su cui ha più volte insistito la gerarchia cattolica negli ultimi mesi. Che la legge «crei mentalità e costume» (sono le parole del manifesto del Family Day) è un fatto sociologico di cui i liberali sono ben consapevoli. Proprio per questo essi devono impegnarsi (come propongono molti liberal americani) in un duplice gioco. Un gioco generale per la difesa della laicità (rispetto del pluralismo e neutralità dello Stato) ma anche un gioco più specifico, volto ad affermare, anche tramite la legge, mentalità e costumi liberali (eguale libertà, eguale rispetto, autonomia dell’individuo). Quando, come sta avvenendo in queste settimane nel nostro Paese, persino i vescovi si esprimono a favore della laicità, è nel secondo gioco che i liberali doc si devono impegnare. Chiarendo che, dal loro punto di vista, ciò che più conta è la «vita libera», condizione necessaria per formulare qualsiasi progetto di buona vita.

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