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| Tra "normalità sessuale" e genetica |
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| RISPOSTA A LIVIA PROFETI DI GILBERTO CORBELLINI |
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| Mercoledì 14 Marzo 2007 |
| di Il Riformista |
| in Focus |
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Una cosa giusta Bertinotti l'ha detta: la sinistra italiana è preda di un drammatico vuoto culturale. E, si può aggiungere, le poche idee che circolano sono confuse o sbagliate. Non che la destra (sempre quella italiana) sia messa meglio. Ma ha scelto di cavalcare alcune idee che la tradizione del pensiero cristiano-cattolico coltiva dogmaticamente da un paio di millenni. Idee altrettanto sbagliate, ma che intercettano purtroppo meglio talune istanze innate del senso morale e della socialità umana.
Un saggio del ritardo culturale della sinistra italiana è la replica di Livia Profeti all'intervento di Anna Meldolesi sulle basi biologico-evolutive dell'omosessualità. Le critiche della Profeti sono dei veri e propri riflessi condizionati culturali della sinistra "storica", che riecheggiano addirittura argomenti tristemente noti di materialisti dialettici stalinisti che, nel nome di Lysenko condannarono ideologicamente le conquiste scientifiche della genetica mendeliana e morganiana. Condanna che costò la vita a dei genetisti e a milioni di contadini sotto Stalin. Tra queste critiche spicca un luogo comune del tutto inverosimile, non a caso oggi cavalcato soprattutto da ex-comunisti schierati per convenienza sulle posizioni della destra religiosa e integralista, come Ferrara o Galli della Loggia, secondo cui gli attuali studi e applicazioni della biologia e della genetica all'uomo coincidono con l'eugenica nazista. La Profeti suggerisce altresì, cadendo nell'astuta trappola del "Ratzinger pensiero", che siccome alcuni teologi cattolici, peraltro interpretando bene l'impianto trascendentalista della teologia ratzingeriana, cercano di fondare sulla biologia, la presunta «normalità» naturale, allora dobbiamo neutralizzare proprio la biologia. In realtà, è facile dimostrare che i neointegralisti cattolici e gli atei devoti cercano in modi diversi di falsificare o censurare le scienze biologiche perché se fossero davvero comprese e insegnate minerebbero alla radice le credenze superstiziose attraverso cui influenzano le persone più sprovvedute. Andiamo in ordine.
L'omosessualità è diffusa nel mondo animale, come dimostrano centinaia di studi etologici, ed esistono incontrovertibili prove che alcuni geni sono coinvolti, insieme a fattori ambientali, nel controllo dell'orientamento sessuale. In alcuni animali è stato possibile produrre sperimentalmente un orientamento omosessuale. Siccome la specie umana è il prodotto dell'evoluzione, è ragionevole domandarsi, come fanno gli studiosi di biologia del comportamento, quali fattori selettivi abbiano favorito la conservazione di tratti comportamentali che precludono la riproduzione dell'individuo: come è appunto l'omosessualità. Lasciamo da parte la questione se i geni dell'omosessualità danno una marcia in più. Il problema è quali pressioni selettive possono aver favorito i polimorfismi nei geni coinvolti nell'orientamento sessuale dell'uomo. Peraltro, gli aggettivi superiore o inferiore, migliore o peggiore in biologia non hanno senso: se un tratto è adattativo o meno dipende comunque dal contesto ambientale. Stante che l'omosessualità ha una base genetica, dire che qualcosa è geneticamente condizionata, ovvero che esiste a diversi livelli una componente genetica nella determinazione di ciò che siamo come persone, significa sostenere una tesi razzista e nazista? O sfociare nell'eugenica? Assolutamente no!
Liquidiamo subito la questione dell'eugenica: solo per ottusità o malafede è ancora possibile, alla luce di tonnellate di letteratura prodotta sull'argomento, confondere quelle che oggi sono libere scelte riproduttive delle coppie con le politiche statali illiberali volte a migliorare una "razza". L'eugenica era quest'ultima cosa. L'alleanza della genetica con il razzismo prima della seconda guerra mondiale fu il frutto di fraintendimenti concettuali elaborati da alcuni scienziati per avallare pregiudizi culturali ispirati da istanze xenofobe. La principale manipolazione degli eugenisti storici fu l'assunto che anche i tratti complessi, come i comportamenti, inclusi gli orientamenti sessuali, le capacità cognitive e le abilità pratiche, fossero sotto il controllo di singoli geni. Che l'ambiente si limitava a selezionare. L'eugenica razzista era quindi basata su assunzioni scientifiche del tutto false. È stata la moderna genetica evoluzionistica e molecolare, non le critiche psicoanalitiche, filosofiche o sociologiche del determinismo biologico, a dimostrare che le razze non esistono e che le caratteristiche complesse sono sotto il controllo di numerosi geni, che interagiscono tra loro e con il contesto ambientale. Per cui, più i tratti sono complessi e più numerosi sono i geni coinvolti. E' questa la soluzione trovata dall'evoluzione per amplificare esponenzialmente i gradi di libertà nei comportamenti degli animali superiori, ovvero per costruire condizioni di sempre maggiore indeterminatezza che permettono all'ambiente di giocare un ruolo più rilevante nella costruzione delle risposte adattative individuali. Rilevante, ma mai esclusivo. Geni e ambienti non sono pensabili, sul piano operativo, separatamente.
Una consistente letteratura in lingua anglosassone si chiede da anni come mai gli intellettuali di sinistra sono incapaci di capire che assumere una biologia della natura umana non implica cadere nel determinismo genetico. L'atteggiamento di pregiudiziale sospetto della sinistra verso il darwinismo e la biologia sono stati stigmatizzati dal filosofo Peter Singer in un famoso pamphlet intitolato Una sinistra darwiniana, che è caduto nel vuoto dell'impreparazione del pensiero politico di sinistra, e in generale purtroppo del pensiero laico, di cogliere le valenze euristiche positive di un approccio naturalistico alle dinamiche dei comportamenti sociali umani. Vale oggi ancora più di qualche anno fa l'invito di Singer: «È tempo per la sinistra di capire che noi siamo degli animali evoluti, e che portiamo la prova di questa eredità nel nostro comportamento».
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