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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Chi ha paura della Coppia
Chi ha paura della Coppia
di Vittorio Lingiardi
Martedì 13 Marzo 2007
di l'Unità
in Focus

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La richiesta di avere in Italia una legge civile sulle unioni civili non è affatto un «carnevalata», come ha scritto ieri con toni oltremodo duri l’Osservatore Romano. Proprio per questo, vorrei riprendere quanto scritto su questo giornale il 24 gennaio scorso, in un articolo intitolato «I Pacs fanno bene alla salute (mentale)», dove sostenevo che il mancato riconoscimento sociale di un legame affettivo danneggia la salute mentale, compromette lo sviluppo psicologico e produce implicitamente una delegittimazione delle relazioni d'amore tra persone non eterosessuali.

Queste vengono così confinate in una zona grigia che favorisce la svalutazione, il disprezzo e la discriminazione da parte della società, ma anche di se stessi. Da questa situazione deriva un disagio psichico che è stato chiamato «minority stress». La tutela dello sviluppo psicologico del cittadino mi sembrava un buon principio. Ma la negoziazione politica ha avuto la meglio: in pochi giorni l'acronimo Pacs lasciava il posto alla formula Dico. Per alcuni «un primo passo», per altri una sconfitta. Poi, con la crisi di governo, i 12 punti di Prodi e il conseguente indebolirsi della proposta governativa, i Dico hanno assunto una dimensione incerta: la loro ombra continua ad essere proiettata, ma la loro sostanza si è fatta evanescente. Ciò che invece ha preso consistenza, purtroppo, è un'ondata di omofobia senza precedenti. È presto per dire cosa ci riserverà il futuro legislativo. Gli ottimisti dicono che l'iter parlamentare è comunque avviato, i realisti temono che il disegno di legge passerà direttamente dalla culla alla tomba. Chi riesce a guardare le cose con distacco da storico, senza farsi influenzare dalle contingenze numerico-parlamentari, dalle minacce di un ministro o dall'esito di una mobilitazione popolare, pensa che il tema è ormai nell'agenda politica e, più ancora, nei pensieri della gente e nel dialogo civile. Che, insomma, il dito nella piaga (umana, giuridica, simbolica) è stato messo, e che questa non potrà essere ignorata né frettolosamente ricucita.

Se il dibattito sulle unioni civili, da un lato, ha fatto emergere l'intolleranza di un parte del mondo cattolico, rappresentato dalla linea offensivo-difensiva di Ruini e Binetti (ma credo più presente sui giornali che nelle case), dall'altro ha offerto a ognuno di noi la possibilità di ragionare su questioni complesse che fondano l'evoluzione della società e dei rapporti tra le persone, esattamente come successe con il divorzio e l'aborto. Con una differenza non piccola, che a volte sembra tristemente sfuggire: non si tratta, qui, di fermarsi a ragionare sul diritto a chiudere una relazione finita o a interrompere una gravidanza, bensì di fare una legge a favore di un progetto di vita.

Sono in gioco principi fondamentamentali di una democrazia moderna, e questo ci impone di non rinunciare a entrare nel merito. Non privi di difetti, i Dico sancirebbero, se approvati, un'esistenza almeno anagrafica a quello che Oscar Wilde a ragione chiamava «l'amore che non osa dire il suo nome». Anche se ancora molto primitiva rispetto ai riti sociali più sofisticati riservati alle persone eterosessuali, una dichiarazione «provata dalle risultanze anagrafiche» toglierebbe la coppia omosessuale dall'anomia, aprendo la strada a futuri auspicabili miglioramenti. Il mancato riconoscimento «congiunto» e l'insistenza sulla notificazione individuale del gesto eludono però la questione simbolica del riconoscimento di una forma di legame che non è semplicemente il due che ricaviamo dalla somma di uno + uno. Non sono un giurista, ma credo sia questa la fondamentale differenza tra i «patti di solidarietà civile» e i «diritti e doveri dei conviventi»: la differenza tra il riconoscimento di diritti familiari e di diritti individuali. Il grande ostacolo culturale è qui: la famiglia non può che essere una, eterosessuale e riproduttiva. Il resto è silenzio, serie B, povera cosa. Diritti minimi, agli omosessuali, non si possono più negare (lo sostiene perfino Bossi), ma che non si mettano in testa di porre sullo stesso piano le nostre famiglie e le loro... Da qui, credo, il controllo restrittivo dei Dico sulla durata e l'effettività della convivenza: il vero trauma politico, infatti, sarebbe quello di includere le persone omosessuali in uno statuto di tipo familiare, dando loro in questo modo la massima approvazione sociale immaginabile.

Ma proprio questo è il nodo: che cosa sono e come cambiano le concezioni di famiglia e parentela. Si tratta di un argomento che richiama posizioni complesse (peccato non poter sentire le voci di Foucault e Pasolini), come la costruzione/decostruzione culturale di ciò che, di volta in volta, viene considerato «naturale», la definizione dei contesti di formazione e crescita delle identità, il ruolo della scienza e della tecnologia nella riproduzione della specie.

È stata sollevata (da una prospettiva sia radicale sia conservatrice) l'obiezione per cui le formule giuridiche come i Dico finiscono per diventare normative di una «obbligatorietà della coppia» come unica cellula dotata di significato sociale, relegando in una nuova zona grigia la figura del non-accoppiato (per intenderci, quello/a che Noè non avrebbe preso sull'Arca). L'aspettativa che lo stato riconosca alle persone omosessuali la legittimità del loro legame trova insomma vari critici: non solo in area cattolico-conservatrice, ma anche in quella che definirei radicale-soggettivista che preferisce differenziarsi dall'idea di uno stato fondato sul nucleo familiare. «Essere legittimati dallo Stato - scrive per esempio la teorica americana Judith Butler - significa entrare a far parte dei termini della legittimazione offerta e scoprire che la percezione di sé in quanto persona, pubblica e riconoscibile, dipende essenzialmente dal lessico di tale legittimazione». Anthony D'Augelli, docente alla Pennsylvania State University, ha fatto una ricerca molto interessante sulle aspirazioni e i valori dei teenager americani che si dichiarano gay e lesbiche, giungendo alla conclusione che ciò che più desiderano è mettere su famiglia con la persona che amano. Tutto il mondo è paese. A chi cova il timore comprensibile di un ritorno al conformismo di coppia ricordo che per riflettere e scegliere sulla propria miglior vita la condizione minima è poter partire da una situazione di pari opportunità. Aggiungo che quando si parla di coppia il mio primo pensiero non va all'idea di una cellula fondativa del tessuto sociale che uno Stato con la S maiuscola deve riconoscere. Piuttosto, per prima cosa penso agli affetti e ai progetti, alle dimensioni motivazionali dell'attaccamento e dell'accudimento, al riconoscimento e alla sintonizzazione reciproca come forme di crescita e sviluppo. Che uno stato riconosca e organizzi giuridicamente queste motivazioni non mi preoccupa, né temo possa limitare il cammino della mia soggettività. Anzi. Ovviamente non ritengo che questa sia la strada che tutti debbano imboccare, semplicemente perché non penso esista una strada maestra per la realizzazione di sé. Ciascuno ha diritto alla propria individuazione, che sia singola, in coppia, singolarmente in coppia, plurima. Ma ribadisco che «il dono ambivalente della legittimazione» serve a tutelare un diritto, non a sancire un obbligo. È quello che sembra non capire chi, evidentemente, vuole uno Stato che privi i suoi cittadini della libertà di scegliere con chi mettere su casa. Quella stessa libertà che Hannah Arendt, nel 1959, quando in America ferveva il dibattito sul matrimonio interraziale e anche allora si levavano voci indignate, definì «un diritto umano elementare».

* Docente di Psicopatologia,

Università «La Sapienza»

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