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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
La rabbia e l'orgoglio del Vaticano
La rabbia e l'orgoglio del Vaticano
Le altissime gerarchie appaiono rinchiuse in un bunker di livore senza fondo
Lunedì 19 Febbraio 2007
di Il Manifesto
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Ruini pontifica sui DICO al tg2 delle 13 del 12 febbraio 2007


di Gianni Rossi Barilli

Ma cosa ci guadagnerà il papa a continuare a caricare a testa bassa contro la rovina della famiglia, duettando senza sosta con don Camillo Ruini? Quale lungimirante strategia si nasconde dietro la ripetizione di formulette esorcistiche la cui efficacia risulta inversamente proporzionale alla frequenza?

Forse sarebbe il caso di prendere in considerazione l'ipotesi che in questi comportamenti sempre meno composti la lungimiranza non sia la componente essenziale. E sarebbe viceversa opportuno concludere che anche i signori che regnano con pugno di ferro in Vaticano sono dopotutto esseri umani, capaci come gli altri di farsi travolgere da qualche passione tentatrice.

Dalla rabbia e dall'orgoglio, ad esempio, per citare una coppia emotiva cara ai teocon militanti.

Le altissime gerarchie che si scagliano un giorno sì e l'altro pure contro qualunque cedimento alla realtà di un mondo che è già cambiato appaiono davvero rinchiuse in un bunker di livore senza fondo. E poco prudentemente determinate a imitare, metaforicamente, la tecnica dei kamikaze.

La loro evidente mancanza di argomenti, solo in parte nascosta dalla reiterazione ossessiva di anatemi che puntano dritte al condizionamento pavloviano dell'opinione pubblica, si svela peraltro nel demonizzare coloro che (spesso a torto) considerano i loro avversari. Vero è che quanto a evocare il demonio sono sempre stati dei maestri, ma hanno perso un po' di smalto da quando non dispongono più della possibilità di bruciare vivi i dissenzienti in caso di difficoltà nel confronto dialettico. Così sua santità Joseph Ratzinger è intervenuta ieri contro l'attacco alla famiglia condotto a suo dire da «lobby che hanno la capacità di incidere sui processi legislativi».

A chi avrà voluto alludere? Il primo pensiero corre naturalmente alle «potenti» lobby gay che nella storia (recente e non) abitano l'immaginario sulfureo di tribuni e dittatori in cerca di facili capri espiatori da additare al furore popolare.

Se tali lobby fossero tanto capaci di incidere sulla formazione delle leggi, vien da dire, in Italia non ci troveremmo di fronte a quell'umiliante pasticcio chiamato Dico. Il papa però ha parlato al plurale, e ne consegue che le lobby possono anche essere diverse e di diverso orientamento politico, oltre che sessuale. Nell'elenco dei cattivi che tramano dietro le quinte possono ben figurare anche tutti gli eletti dal popolo che non si inchinano senza se e senza ma alle direttive della chiesa, specie se cattolici. Pericolosi sovversivi tipo Romano Prodi, Rosi Bindi o Oscar Luigi Scalfaro, che difendono i Dico, e chissà quanti altri già in partenza per l'inferno, inviati dal papa con il benestare del senatore Andreotti. La chiesa cattolica, del resto, è sempre stata abile nel trasformare il bianco in nero. E quanto più il Vaticano si comporta come una lobby minoritaria sorda alle esigenze generali, tanto meno resiste alla tentazione di rovesciare la frittata. A furia di esagerare rischia però di tirarsela in testa.

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