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| Meglio l'incesto delle coppie gay |
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| Il testo del governo discrimina pesantemente le unioni omosessuali, perfino nella possibilità di assistere il partner |
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| Sabato 10 Febbraio 2007 |
| di Il Manifesto |
| in Focus |
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Pubblichiamo questo articolo che sintetizza al meglio il nostro sentire.
La Redazione
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Dalla pensione all'eredità, il testo del governo fa di tutto per rendere impossibile l'equiparazione dei diritti. E arriva perfino ad accettare la convivenza more uxorio tra fratello e sorella
di Gianni Rossi Barilli
Dico o non dico? Sarebbe più opportuno usare questo titolo amletico per il disegno di legge del governo sulle unioni di fatto. Infatti, a furia di incartarsi nei meandri delle mediazioni e delle «sintesi» tra sensibilità diverse, il testo licenziato l'altro ieri dal consiglio dei ministri finisce per diventare la fiera delle ambiguità e la commedia degli equivoci. Oltre naturalmente a rivelarsi pesantemente iniquo e discriminatorio soprattutto nei confronti delle persone omosessuali, che pare scontato non abbiano alcun reale titolo (forse perché contro natura) a possedere la stessa dignità e gli stessi diritti degli altri cittadini.
Convivenze gay e lesbiche
Per la verità, con l'aria che tirava tra teodem, mastelliani e ruiniani di ferro, ad alcuni è sembrato già un successo che all'articolo uno il disegno di legge menzioni le persone «anche dello stesso sesso». Citate in maniera volutamente incidentale, per non umiliare la chiesa cattolica, quando anche i sassi sanno che il nodo politico essenziale di tutta la vicenda era ed è la legalizzazione delle convivenze gay e lesbiche (senza nulla togliere alle legittime richieste di diritti delle coppie eterosessuali allergiche al matrimonio). Per sminuire comunque il carattere anche sessuale e sentimentale delle indigeste unioni omo si è evitato di parlarne direttamente, preferendo la più pudica definizione di «assistenza e solidarietà materiale e morale». E includendo nella possibilità di entrare nel magico mondo del «Dico» praticamente chiunque, salvo genitori, figli, suoceri, generi, maggiordomi e badanti. Si sarà accorto l'astuto legislatore che così rischia di legittimare in qualche modo perfino l'incesto tra fratelli (e sorelle), tabù non meno antico di quello di Sodoma, visto che questo more uxorio «leggero» è consentito anche tra parenti collaterali? Non che questo sia un problema per i libertari, ma per i teodem forse potrebbe esserlo. Il tutto con la benedizione di attoniti impiegati agli sportelli dell'anagrafe, prevedibilmente spaesati tra dichiarazioni di convivenza contestuali o disgiunte e con obbligo di raccomandata al partner assente. Ci avevano promesso una legge umana e ragionevole. Umana lo è certamente, almeno nel senso dell'errare, ma sul ragionevole c'è qualche dubbio.
Una legge cattiva
Tralasciando la macabra norma di cui all'articolo 2, che esclude la possibilità di accedere al Dico a chi ha ammazzato o tentato di uccidere il coniuge o il convivente del partner, veniamo alla cattiveria pura e semplice su uno dei punti che dovevano essere in teoria di più semplice soluzione: il riconoscimento del diritto di assistere il convivente in ospedale. In questo caso non c'erano oneri per nessuno e bastava fare appello a un minimo di umana (appunto) comprensione per situazioni drammatiche nelle quali ciascuno purtroppo può trovarsi nella vita. In ospedale è normale che, se si tratta di assistere qualcuno fuori dagli orari di visita o di parlare del suo stato di salute con i medici, il personale chieda: «Lei chi è?». E accade purtroppo che qualche medico o infermiere bigotto cacci via compagni e compagne di una vita con il pretesto che non sono parenti. La legge quindi doveva specificare che le strutture sanitarie hanno l'obbligo di riconoscere la titolarità del convivente ad assistere il partner ammalato. Invece l'articolo 4 recita che «le strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private disciplinano le modalità di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di visita e assistenza». E se caso vuole che si finisca in una clinica gestita da preti poco misericordiosi o ci si imbatta in un'arcigna caposala ratzingeriana come la mettiamo? Questo la legge non lo dice. Ciò che più preme a chi ci governa è non riconoscere esplicitamente il carattere pubblico, ovvero l'opponibilità ai terzi, delle unioni non coniugali. Al problema si può almeno parzialmente ovviare grazie all'articolo 5, che prevede la delega scritta al convivente quale rappresentante in caso di malattia che comporti incapacità di intendere e di volere. Ma nessuno dica che è umano costringere le persone ad andare in ospedale sventolando le carte bollate magari per farsi largo in mezzo a una folla di ostili parenti di sangue del malato o (corna facendo) moribondo. Il disegno di legge dimentica poi, e non si è capito perché, il diritto di visita in carcere, altro punto dolente dell'assenza di diritti per chi non vuole o soprattutto non può sposarsi.
Pensione? Ratzinger non vuole
Di pensione di reversibilità poi non se ne parla proprio. Qui Ruini non vuole ma Padoa Schioppa nemmeno, perché le coperture finanziarie sono una cosa seria mentre i contributi versati da chi convive more uxorio sono una barzelletta. La faccenda è demandata al riordino dell'intero sistema pensionistico (leggi campa cavallo che l'erba cresce). Ma per quando dovesse essere finalmente affrontata sono circolate ipotesi da brivido. Come il lunghissimo lasso di tempo (da 5 a 15 anni e solo dall'entrata in vigore della legge sui «Dico») di durata della convivenza per accedere a un diritto che chi si sposa riceve molto più in fretta. O come il riconoscimento della reversibilità in misura minore di quella prevista per i coniugi. Altro che metodo contributivo e altro che «niente matrimoni di serie b». Questa impostazione penalizzante è peraltro confermata dalle norme sui diritti successori (almeno nove anni di convivenza prima di avere titolo all'eredità) e sull'obbligo di corrispondere gli alimenti in caso di separazione. Lo si prevede solo nel caso in cui uno dei due partner «versi in stato di bisogno» e non sia in grado di mantenersi. E solo dopo almeno tre anni di convivenza e «per un periodo determinato in base alla durata della convivenza».
Come i punti fedeltà del supermercato: più ne accumuli e più aumentano i premi. Questo articolo ha ricevuto 294 visite.
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