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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
L’Italia non tiene più famiglia
L’Italia non tiene più famiglia
Mentre divampa la polemica sui Pacs un saggio di Volpi fotografa la crisi dell’istituto famigliare
Domenica 04 Febbraio 2007
di La Stampa
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A partire dagli Anni 70 la rivoluzione dei costumi ha radicalmente mutato il volto del Paese

di GIOVANNI DE LUNA

E’ sempre così. Ogni volta che le ragioni dello Stato entrano in conflitto con quelle della Chiesa, il dibattito si carica di valori identitari, si accende di passioni mai sopite del tutto, assume i contorni dello scontro ideologico e culturale. E smarrisce ogni contatto con la realtà. Al centro delle polemiche sui Pacs c'è la Famiglia che, scritta con la maiuscola, rischia di diventare un'entità astratta, senza nessun riferimento concreto alla famiglia italiana di oggi. Come ci ricorda l'ultimo libro di Roberto Volpi (La fine della famiglia. La rivoluzione di cui non ci siamo accorti, Mondadori, 2007), non dalle scelte della politica, né dagli insegnamenti della Chiesa, ma direttamente dalle viscere più profonde della nostra società si è avviato un inarrestabile movimento di fondo segnato da un declino sempre più accentuato della famiglia in quanto istituzione sociale, «in quanto prima aggregazione tra individui su cui si regge tutta la restante impalcatura della società e in quanto cellula primaria che assicura la continuità biologica della specie in Italia».

I dati e le cifre che Volpi ci fornisce sono di una chiarezza esemplare. La famiglia non serve più a fare figli. In 30 anni il numero medio di figli della donna italiana nel corso della sua vita riproduttiva si è ridotto esattamente della metà, passando da 2,4 a 1,2. I figli naturali erano il 2,2% delle nascite nel 1970, sono il 17% oggi. Cresce in maniera inarrestabile la propensione ai matrimoni civili, diminuisce in termini assoluti la cifra dei matrimoni (150 mila in meno) . Sono sparite le cosidette famiglie numerose mentre proliferano quelle formate da una sola persona (oggi 1 su 4). In particolare solo il 43% sono famiglie secondo l'accezione del senso comune, formate cioè da coppie con figli. Riassuntivamente si è passati dalla «famiglia» alle «famiglie», in una costellazione accidentata e composita, affollata da famiglie unipersonali, coppie senza figli o formate da un solo genitore più un figlio o ancora da una coppia più un figlio.

Tutto è cominciato negli anni 70, meglio subito dopo il 1975, con il referendum sul divorzio del 1974 e la legge sull'aborto del 1979. Altro che il ‘68 e il ‘77 che infiammano oggi i ricordi dei protagonisti e le recriminazioni postume! Troppo spesso le memorie di eventi come quelli oscurano la comprensione dei movimenti di fondo (in larga parte spontanei) che hanno attraversato la società italiana con una rivoluzione di costume che ne ha modificato le struttura in maniera molto più significativa di quanto non abbiano fatto le convulsioni politiche di quegli anni. Quello che però interessa qui ribadire è come questo processo - che dura ormai da almeno tre decenni - sia stato affrontato dalla classe politica di oggi solo in maniera indiretta, con il dibattito sulla fecondazione esistita o sui Pacs.

Meglio sarebbe stato interrogarsi sulla realtà che ha portato alla disintegrazione del concetto di famiglia tradizionale, alla sua sostituzione con un universo variegato di situazioni, una pluralità di «famiglie» che difficilmente possono essere ricondotte a un approccio monolitico, unitario. Eppure non è una questione di poco conto. Quando si parla di famiglia ci si avvicina a uno dei tratti più profondi della storia di un Paese come il nostro in cui l'acquisizione di una identità nazionale ha continuato storicamente a coesistere con molteplici sensi di appartenenza, con altre identità familiari, locali e regionali non residuali. Il «familismo», anzi, è spesso sembrata la soluzione adottata, autonomamente dal basso, per sopperire alle carenze dell'intervento «dall'alto» ed è sopravvissuto con spontanea vitalità, non ponendosi in alternativa allo Stato unitario, ma realizzando uno specifico modello di integrazione che si è sottratto alla straripante statualità che ha caratterizzato processi analoghi in altri paesi europei. In questo senso, si è parlato criticamente anche di un «familismo amorale», facendo riferimento al programma esistenziale del «tengo famiglia» e «mi faccio i fatti miei», a un insieme di valori segnato dalla sfiducia verso lo Stato, visto come un'entità estranea e nemica, e dalla difesa dei propri interessi particolari. Il punto è che, anche in questa configurazione negativa, il familismo oggi ha cambiato profondamente di segno. I progetti «egoistici» degli italiani non sono più racchiusi negli orizzonti della famiglia allargata, ripiegati sulla tutela dei suoi membri e dei loro interessi; ci si è spinti molto più avanti e l'individualismo ha compiutamente dissolto qualsiasi residuo collettivo del vecchio familismo. Perso l'ancoraggio ai figli, la famiglia oggi appare nettamente sbilanciata verso le logiche dei singoli che non si lasciano imbrigliare in un unico modello, imposto dall'alto. La legge sui Pacs non sembra poi così rivoluzionaria; serve solo a ratificare l'esistente, prendendone atto.



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