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| Il Governo, la Chiesa e la "sintesi" sui Pacs: lo scivolone del presidente Napolitano |
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| Le gerarchie ecclesiastiche sono già una lobby piuttosto potente, sia detto senza nessuna intenzione di giudizio, e, quindi, la sua voce e la sua forza di contrattazione nel parlamento |
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| Sabato 03 Febbraio 2007 |
| di Libertà |
| in Focus |
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di PINA CUSANO
Sia pur detto con la massima simpatia (tutti si può sbagliare), è indubbio che il Presidente Napolitano, da Madrid, ha compiuto un errore auspicando che il Governo si rivolga alla Chiesa per trovare nel dialogo una "sintesi" sui cosiddetti Pacs.
Probabilmente, la preoccupazione di ristabilire l'armonia tra le componenti della maggioranza e nei rapporti di questa con l'opposizione in Parlamento, e, ancor più, l'esigenza di arrivare ad una definizione legislativa nella querelle annosa sulle coppie di fatto e la sollecitudine per i cittadini che vengono attualmente tenuti fuori dall'esercizio di alcuni diritti hanno fatto velo alla consueta lucidità istituzionale del Presidente.
O, forse, ha "voluto" mandare un messaggio, tutto politico, anche a costo di forzare i limiti della correttezza della sua esternazione e del suo ruolo, giudicando che ne valesse la pena. Il risultato pare dargli torto, almeno nell'immediato.
E non è stato neppure particolarmente felice il richiamo all'art. 7 della Costituzione e al fatto che anche il PCI, sessant'anni fa, accettò di votarlo alla Costituente, in un clima di grande conciliazione. Infatti, se allora si stabilì che i rapporti con la Chiesa (che sono sempre stati problematici e quanto!) fossero regolati dai Patti Lateranensi, peraltro soggetti nel tempo a modifiche concordate che "non richiedono procedimento di revisione costituzionale" (si pensi al nuovo concordato del 1984), la prima parte dell'articolo dichiara solennemente che "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani".
Ora è proprio alla sovranità dello Stato italiano che è stato fatto un torto. Il potere di fare le leggi è un cardine di tale sovranità e gli eventuali necessari legittimi e auspicabili compromessi (non gli inciuci, s'intende, non i baratti di bassa lega) debbono essere delineati nel Parlamento e nelle sue commissioni, tra le forze politiche, anche nell'ambito del governo, ma sempre nel dialogo tra i rappresentanti eletti dai cittadini.
Tra questi, per giunta, sono presenti (e in modo massiccio, dal momento che il nostro paese è ancora prevalentemente cattolico) i portatori di quella visione della vita e dei rapporti sociali e giuridici di cui la CEI, con buona frequenza ci rende pubblicamente edotti. Nessuno mette in dubbio il diritto della Chiesa e dei suoi vescovi ad esercitare il proprio magistero spirituale, e non si può dire certo che non venga esercitato.
Non si tratta, dunque, di dare voce e forza ad una minoranza negletta e sparuta, sulle esigenze della quale poteva considerarsi generoso da parte del Capo dello Stato richiamare l'attenzione delle forze politiche.
La Chiesa, o, meglio, le gerarchie ecclesiastiche sono già una lobby piuttosto potente, sia detto senza nessuna intenzione di giudizio, e, quindi, la sua voce e la sua forza di contrattazione nel parlamento italiano sono più che sensibili. Anzi questo spiega il perché in Italia manchino ancora norme di diritto civile che sono presenti in altri stati europei moderni e avanzati quanto il nostro.
Parlo evidentemente non solo delle coppie di fatto, ma anche, per esempio, dei corposi limiti "etici" alla fecondazione assistita e alla ricerca scientifica.
Se, mai, dunque, un intervento riequilibratore della suprema magistratura dello Stato dovrebbe riguardare l'eccessivo potere della Chiesa nella nostra società, e, naturalmente lo si può legittimamente ottenere salvaguardando gelosamente la sfera della sovranità dello Stato e non contravvenendo ad essa.
Paradossalmente, poi, su questo scivolone del Presidente, è stata proprio la Chiesa ad accendere impietosamente i riflettori, rimettendo subito i rispettivi ruoli e rapporti sui binari giusti ( almeno nelle dichiarazioni ufficiali).
Infatti, pur apprezzando la disponibilità del Capo dello Stato al dialogo e il suo rispetto per le posizioni cattoliche, ha dichiarato che, sui principi, sui valori, non può essere disponibile alla trattativa.
Illuminanti sono state le dichiarazioni dell'arcivescovo Elio Sgreccia, presidente della Pontificia accademia per la vita: "Capisco che a volte le politica, per andare incontro alle istanze dettate dai correnti cambiamenti sociali e culturali, è costretta a scendere a compromessi con questo o quel soggetto. Altra cosa è la Chiesa cattolica?che è custode di una dottrina che le è stata dettata direttamente dagli insegnamenti divini ed evangelici."
E, almeno in teoria, è giusto così: nella Chiesa il massimo della rigidità in linea di principio, si è sempre coniugato con il massimo della disponibilità al perdono (si pensi ai risultati di un'inchiesta giornalistica recente sulla condiscendenza dei sacerdoti nel confessionale).
E' del tutto legittimo e naturale per una istituzione religiosa, ma è proprio per questo che, nel legiferare, lo Stato non può e non deve comportarsi come la Chiesa che propone norme etiche per loro natura "fuori del tempo"; deve, invece, venire incontro alle esigenze dei cittadini per creare le condizioni di pari dignità sociale di cui all'Art. 3, eliminando ogni "distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".
Mi pare evidente che le carenze nei diritti e nelle garanzie dei componenti le unioni di fatto, soprattutto laddove si tratti di omosessuali (perché a questi è negata ogni possibilità di accedere al matrimonio), ricadano nella sfera di questo articolo della Costituzione, che è uno dei più impegnativi per la nostra società, in quanto propone mete difficili e orizzonti infiniti, ma è anche quello che meglio ne determina il livello reale di civiltà e di democrazia. Questo articolo ha ricevuto 202 visite.
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