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| La sfida globale e il tabù nostrano |
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| Lotta al virus Per l'Onu è la sfida più grande, da noi il preservativo a scuola imbarazza |
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| Venerdì 01 Dicembre 2006 |
| di Il Manifesto |
| in Focus |
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di Luca Fazio
Come ammonisce Kofi Annan, segretario generale dell'Onu, e come confermano i più seri studi epidemiologici di prospettiva, la lotta all'aids dovrebbe diventare «la più grande sfida della nostra generazione». Eppure, se il mondo intero sembra prenderne coscienza solo una volta all'anno, deve esserci qualcosa che non funziona (forse perché vivono in Africa le 30 milioni di persone sieropositive che rischiano di morire). Kofi Annan, pur riconoscendo che qualche passo avanti (fondi stanziati) è stato fatto, ha dichiarato che a questo punto di fronte alla crescita continua del contagio «la responsabilità esige che ciascun presidente o primo ministro, ciascun parlamentare o politico, decida e dichiari: l'Aids è una questione che mi riguarda». Oggi, 1 dicembre, l'allarme suona sincero e sembra condiviso da tutti.
Le prospettive non sono incoraggianti. Secondo uno studio sulle principali cause di decesso nel mondo da qui al 2030 - pubblicato tre giorni fa sulla rivista on-line PLOS Medicine e condotto da Colin Mathers e Dejan Loncar dell'Oms - l'Aids figura al terzo posto, dopo l'infarto e le malattie del sistema vascolare cerebrale e prima delle pneumopatie. Però i decessi da Hiv, mentre la mortalità delle altre malattie è destinata a decrescere, sono destinati a moltiplicarsi: si passerebbe da 3 milioni di vittime nel 2006 a 6,5 milioni nel 2030, uno scenario drammatico che nel giro di 25 anni porterebbe a 117 milioni di morti. Cifre che, come dice Vittorio Agnoletto, deputato europeo del Prc, sono un atto di condanna nei confronti degli Stati Uniti e della Commissione Europea (e delle multinazionali del farmaco) che non si sono mai impegnati a rendere accessibili i farmaci anti-Hiv al 95% delle persone sieropositive che vivono nel sud del mondo. Nemmeno l'Italia, a parte le dichiarazioni di rito, sembra intenzionata a spendersi più di tanto: siamo l'unico paese donatore del Global Fund contro l'Aids, la malaria e la tubercolosi a non aver ancora destinato la sua quota per il 2006, 130 milioni di euro che competono al Tesoro.
Nel nostro paese, dove il sesso è tabù, e dove il 68,9% dei contagi si concentra nella popolazione «giovanile» tra i 25 e i 39 anni, ci sarebbero circa 3500-4000 nuove infezioni all'anno; cifre poco più che indicative: basti pensare che in Lombardia, dove si verifica il più alto numero di contagi, ancora non esiste un registro delle persone sieropositive, strumento decisivo almeno per monitorare l'andamento dell'epidemia. Oggi, però, sembrerà di stare in un altro paese, con «vip», istituzioni e associazioni che faranno a gara per aiutare (se stessi) e la prevenzione. Scartando l'invito poco glamour a una «sana sessualità», e rabbrividendo davanti alla neo castità cattolica o new-age, assisteremo al grande ritorno del presevativo bipartisan. Sono tutti saggiamente d'accordo nel sostenere che infilarselo prima di fare sesso è una cosa intelligente, ma fino a un certo punto. Giovanna Melandri (Ds), ministro per le politiche giovanili, parla di ridurre il prezzo dei profilattici abbassandone l'Iva dal 20 al 10%: «Il governo (cioé lei, ndr) deve agire quanto prima!». Magari come in Francia, dove in 20 mila punti vendita (scuole comprese) ci sono preservativi da 20 centesimi l'uno, iniziativa che piace senza dubbio all'Arci Gay: «Vogliamo i distributori nelle scuole». Ma il ministro della Salute Livia Turco (Ds), che dice un gran bene dell'uso del profilattico, arrossisce e frena: «Mi sembrano eccessivi». Forse, a sedici anni, può bastare un bacino. Questo articolo ha ricevuto 211 visite.
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