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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
I perché della
I perché della "segregazione urinaria"
Come si supera il tabù del gabinetto
Domenica 29 Ottobre 2006
di Stefano Bolognini
in Focus

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di Stefano Bolognini

L'onorevole cross-dresser Vladimir Luxuria non l'ha fatta franca.

Due porte identiche, contraddistinte dal simbolo uomo e donna, smistano i corpi nei gabinetti pubblici.

Nessuna donna che indossa pantaloni si sognerebbe di entrare nella porta contrassegnata dal simbolo di una figura in abiti maschili e nessun sacerdote, in abito talare, entrerebbe in quello con la figura in abiti femminili.

Nessuno, ad eccezione di travestiti e transessuali che vogliono passare inosservati, interpretano quei simboli alla lettera: se indosso i pantaloni di qua, se indosso la gonna di là. Solo i bambini possono "violare" il tabù del gabinetto facendola franca.

Così Luxuria che ha imboccato il "di là" che sentiva suo ha lanciato la sua sfida (e suscitato l'ira funesta di Elisabetta Gardini) al binarismo culturale riportando i simboli sulle due porte, che non contengono immagini di organi genitali, al loro valore di convenzioni che non offrono nessuna certezza biologica.

Il gabinetto, volenti o nolenti, è un luogo di "identificazione di genere" che rispetta l'educazione ricevuta da bambini e bambine.

Usurpare il tabù del gabinetto significa muoversi al di fuori della presunta binarità tra sessi, di quel vecchio e trito binomio "maschi" e "femmine".

Per il transessuale il test del gabinetto diventa una segregazione di fatto.

Banditi dal bagno delle donne, perché già conosciuti come uomini e sgraditi nel bagno degli uomini perché "non più uomini" innescano tutta la lancinante angoscia (vedi Gardini) del binarisimo tipico del ventesimo secolo a cui un'operazione chirurgia non offre che una pallida risposta.

Questa segregazione, senza andare troppo indietro nel tempo, ricorda quella delle toilette divise tra bianchi e neri negli Stati uniti di qualche decennio fa.

A quella segregazione non ha dato risposta un'operazione chirurgica, bensì una culturale.

Restiamo in agro-dolce attesa.

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