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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Politically Correct: una riflessione e due articoli
Politically Correct: una riflessione e due articoli
Giovedì 17 Dicembre 1998
di Franco Grillini
in Focus

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A proposito di Politically Correct.

Di Franco Grillini



Bologna, 3/12/97



Nel film di fantascienza “Indipendence day”, pellicola di enorme successo di pubblico, troviamo rappresentate molte diversità: c’è l’ebreo, le persone di colore ed anche l’omosessuale. Per un osservatore attento non sfugge che Hollywood presta una certa attenzione, da alcuni anni a questa parte, alla rappresentazione delle diversità sforzandosi di evitare il luoghi comuni e gli stereotipi più tradizionali a proposito delle minoranze. Nel film in questione tuttavia, mentre un nero e un ebreo sono rappresentati come eroi per l’omosessuale il trattamento è ben diverso: si tratta di una persona obesa, con pesanti occhiali da vista, piuttosto bruttina e antipatica, in terapia da uno psicanalista da 100 dollari a seduta. Come se non bastasse vediamo il gay in questione nascondersi all’arrivo dell’astronave aliena e invocare persino la mamma. Naturalmente la tipizzazione è quella dell’omosessuale esageratamente effeminato con le classiche movenze di quello che in gergo viene definito “checca”. Furbescamente il personaggio è stato affidato dalla produzione del film ad un attore dichiaratamente gay con l’ovvio scopo di “divertire” il pubblico spettatore. Nel caso in questione l’ARCIGAY ha protestato accusando il film, la regia e il copione di non essere, almeno per ciò che riguarda il personaggio omosessuale, Politically Correct ricevendo insieme consensi e critiche. Queste ultime erano essenzialmente di due tipi: la prima criticava “l’arroganza delle minoranze” e la seconda paventava il rischio di una nuova censura con il probabile risultato di livellare verso il basso la produzione artistica.

E’ evidente che laddove si verifichino eccessi, ed è probabile che ciò sia avvenuto, soprattutto negli USA, il PC si può trasformare in un simulacro delle sue intenzioni. Ma se si prende il PC per ciò che è e ciò che deve essere ovvero un richiamo forte al diritto di tutti a non essere insultati anche nella produzione artistica e nelle comunicazioni di massa, allora il problema si pone in una ottica non controversa. Il problema, infatti, è che ogni minoranza, in genere, è vittima di pregiudizi più o meno consolidati. I pregiudizi si nutrono di luoghi comuni e di stereotipi che costituiscono il nucleo cognitivo del pregiudizio stesso. Quelli sugli ebrei sono noti e ben rappresentati dall’iconografia e dalla letteratura nazista. Quelli sui neri e sugli immigrati sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno: non si lavano, non hanno voglia di lavorare (nessuno chiarisce poi che interi settori produttivi in Italia come la siderurgia non esisterebbero più senza il lavoro degli immigrati extracomunitari), spacciano, sono violenti, minacciano la sicurezza, “rubano il lavoro”, ecc.

Sugli omosessuali lo stereotipo tradizionale, assai radicato nell’immaginario di massa, li vuole effeminati e passivi oltreché dediti ad una esagerata attività sessuale se maschi; o eccessivamente mascoline e magari anche volgari se donne. Ciò dipende il larga parte da una cultura ancora impermeabile all’idea dell’identità psicologica omosessuale indipendentemente dal genere. La visione di un mondo che si esaurisce nella sua composizione maschile o femminile dove ciò coincide con ruoli prefissati una volte per tutte, ha portato all’idea dell’omosessualità come patologia o come “disordine”. In campo omosessuale, inoltre, si registra la metonimia tipica del rapporto maggioranze-minoranze: si estende infatti il comportamento particolarmente negativo, o ritenuto tale, di una componente (magari assai minoritaria) o persino di un individuo singolo alla minoranza nel suo insieme. Se un albanese ruba, tutti gli albanesi sono ladri. Se un nero non si lava tutti i neri sono sporchi. Se un ebreo è avaro è perché lo sono tutti gli altri. Se un omosessuale “ancheggia” e lo fa pubblicamente è perché gli omosessuali sono effeminati ed esibizionisti.

La diversità spaventa la maggioranza di presunti “non diversi” perché mette in discussione la certezza di una identità consolidata e considerata “normale”. Il PC ci aiuta ad estendere l’area della normalità includendovi componenti rilevanti della nostra società finora escluse. Ciò che si richiede con il PC è uno sforzo di controllo e rimozione del pregiudizio sull’altare del quale nel corso dei secoli si sono commessi i più orrendi delitti e si continua ad infliggere ad una parte non piccola dell’umanità le più grandi sofferenze.



Da "La Repubblica" di giovedì 17 dicembre 1998



La tribù

del "politically

correct"



Un'ESPRESSIONE che ha cambiato il costume



di FURIO COLOMBO



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Il "politically correct" - una sorta di censura spontanea sui modi di fare e di dire - è nato, come tutti sanno, negli Stati Uniti.

E' bene ricordare che è nato due volte. La prima volta nelle strade, nelle piazze, nelle prigioni in cui è avvenuta la grande rivoluzione culturale americana nota come "movimento per i diritti civili". In quel movimento c' erano, fianco a fianco, giovanissimi e anziani, bianchi e neri, cristiani ed ebrei, italiani, "latinos" e "anglo" (detti, allora, "wasp").

Se riguardate le immagini di qualunque dimostrazione o marcia per i diritti civili negli anni fra il 1958 e la metà degli anni Sessanta, vedete rabbini azzannati dai cani lupo della polizia degli stati razzisti, seminaristi cattolici in manette, mazzi di fiori deposti nel punto dell'autostrada (verso Baton Rouge) in cui era stata uccisa a fucilate, da uomini del Ku Klux Klan, la signora Viola Liuzzo. Vedete il bancone di un bar di Atlanta occupato - contro la legge di allora - da studenti neri, studenti bianchi, studenti asiatici di quella città.

Le conseguenze culturali del movimento sono state tante. La più nota e celebrata è stata la cancellazione delle leggi di segregazione razziale. Un'altra è avvenuta tra le file dei militanti. Occorreva stabilire un codice espressivo e di condotta perché gruppi e persone così diversi potessero stare insieme.

Sono crollati, così, gerghi, parole, espressioni e scherzi che definivano (specialmente nel mondo operaio e tra gli studenti) gli italiani, gli ebrei, i "China- men" (cinesi) i Mex e Spic (messicani, ispanici). In quei giorni, in quei luoghi, sono nate la parola "black" (nero, invece di negro) e la cancellazione della parola "nigger", sia nella versione tragica che in quella scherzosa.

Molti, oggi, hanno dimenticato la stagione iniziale e fondatrice del "politicamente corretto". E questo autorizza a irridere le esagerazioni che adesso si possono constatare non solo negli Stati Uniti.

Dunque è bene mettere le cose a posto. La correttezza politica del linguaggio e dei rapporti tra gruppi comincia - negli Usa - dal tormento, dalla rivolta e dal grande cambiamento culturale del movimento per i diritti civili.

La seconda stagione ha luogo nei campus universitari negli anni Ottanta. Chi ha avuto figli in università americane in quegli anni (è il mio caso) se n'è accorto immediatamente. Cambiavano, in sequenze rapidissime, parole, comportamenti e codici di condotta, frasi e gesti ammessi o vietati. Perché negli anni Ottanta? Forse perché intellettuali e studenti hanno sentito il bisogno di reagire con cambiamenti morali al nuovo corso economico imposto dal presidente conservatore Ronald Reagan alla vita americana.

Chi ha visto questo brulicare di fatti nuovi da vicino sa che avvenivano in tre accampamenti diversi, e da essi si irradiavano in ogni altro settore della vita.

Il primo era razziale, era la conseguenza e la evoluzione delle prime e poche regole di condotta dettate al tempo di Martin Luther King. La regola fondamentale è stata (ed è tuttora): un gruppo ha diritto di essere chiamato secondo la definizione che ha deciso di darsi. Non dimentichiamolo, siamo nel paese del diritto comune, evolutivo, non prescrittivo. Ricordate Il falò delle Vanità di Tom Wolfe? La preside Tagliaferri (un personaggio esistito davvero, che forse esiste tuttora a Manhattan) si faceva chiamare dai bambini della sua scuola media "signora Tolliver". Nessuna famiglia, che io sappia o ricordi, ha mai obiettato alla strana e arbitraria pronuncia di quel cognome.

In quegli anni i "nigros" sono diventati definitivamente "blacks", gli immigrati dall'America Latina hanno oscillato a lungo fra il desiderio di farsi chiamare "Hispanic" e "Latinos" (a metà degli anni Ottanta erano "Hispanic" ad Harvard, ma "Latinos" alla Columbia University).

Mai più nessuno - da allora - ha osato descrivere una ragazza-bene di origine ebrea con l'espressione sarcastica "Jap" (Jewish American Princess). Ed è strano che la corrispondente da New York del nostro Tg2 abbia usato con leggerezza quella espressione (per descrivere Monica Lewinsky) nella edizione delle 20.30 dello scorso venerdì 11 dicembre, visto che si tratta di un vero e proprio insulto razziale.

Il secondo accampamento è stato quello delle donne, e non solo femministe. Sono cambiate parole chiave. Il capo di un dipartimento universitario si chiamava chair-man (l'uomo che occupa la sedia importante). E' diventato chair- person. Sono cambiati i comportamenti chiave. Mai più la porta chiusa quando un docente maschio è a colloquio con una studentessa. E' una precauzione che ha finito per giovare a entrambi, impedendo sia i comportamenti che le insinuazioni scorrette.

E sono scomparsi i calendarietti di donne nude un po' dovunque, anche perché era più facile esagerare un po' in rigore che pretendere, ogni volta, la distinzione fra arte e pornografia.

Il terzo accampamento è stato quello dei diversi "stili di vita" e dei comportamenti esistenziali. C'è chi irride al "politicamente corretto", e lo descrive come una sciocchezza pretenziosa e puritana. Ma c'è anche chi può dimostrare che molti suicidi di ragazzi e ragazze non ci sono più stati nei dormitori dei campus americani quando è cominciata una stagione di cautela e rispetto per le "scelte di vita" e gli orientamenti sessuali delle persone. Persino chi intende attaccarli, oggi, deve farlo stando alla larga dalle parole pesanti che ciascuna cultura ha accumulato negli anni per i "diversi".

L'America ha esagerato? Non si dimentichi che, in una cultura di massa, non è insolito che vi dicano come dovete vestirvi prima di entrare in un ristorante. Alcuni ristoranti esigono la cravatta, alcuni si limitano a prescrivere "vestito normale". E' una vecchia pratica. Se avete vissuto negli Stati Uniti, capite. C'è chi, senza la prescrizione, si presenterebbe in canottiera, non per esibizione o provocazione. Solo perché il paese è grande e c'è chi non si è mai sentito dire, da bambino, come presentarsi a tavola. Meglio avvertire che umiliare, è una regola di buonsenso. Il buonsenso - questo è il mio parere - ha generato il politicamente corretto. Evita conflitti e diminuisce violenza. Vi pare poco?

Poi c'è la esagerazione, come la recente proposta di un'associazione italiana di proibire ai bambini i compiti in classe sulla famiglia, in nome della privacy, ultima e ambigua figlia del "politically correct".

Che dire? Alcuni buoni alberi possono dare un frutto malato. In questo caso "scorretto" dal punto di vista del buonsenso. Il buonsenso, ho già detto, è alla base di tutto questo percorso.





Guai a te

se usi "negro"



E' il cinema che fornisce gli esempi più significativi



di ANTONIO MONDA



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New York

Negli ultimi anni, in America, il termine "politically correct" è entrato prepotentemente nel linguaggio comune. Questo atteggiamento si ripercuote in ogni forma di espressione artistica, ma è nel cinema che ne conseguono le aberrazioni più significative. Vediamo alcuni esempi.

Neri

Spike Lee ha raccontato in maniera efficacissima il mondo degli spacciatori di colore in Jungle Fever ma in chiara opposizione al micro-universo borghese di Wesley Snipes, un architetto in crisi matrimoniale. E se Eljah Muhammad dà l'ordine di uccidere Malcolm X nel film omonimo, è evidentemente a quest'ultimo che vanno tutte le simpatie del regista. Esemplare la polemica scatenata da Lee in occasione di Jackie Brown, per via dell'uso dell'epiteto nigger utilizzato da Quentin Tarantino come intercalare dei suoi personaggi di colore.

Donne

Se il personaggio malvagio è una donna, viene descritto con toni caricaturali al punto da farne una specie di Crudelia Demon, e a lei viene inevitabilmente opposta una controparte pura, intelligente e vincitrice. L' esempio più eclatante è offerto dal dualismo Sigourney Weaver-Melanie Griffith in Working Girl.

Arabi

Nel recentissimo Enemy of the state, Will Smith interpreta un ruolo che venti anni fa avrebbe impersonato Robert Redford, mentre in The Siege, l'integerrimo ufficiale incaricato di salvare la dignità liberal-americana è Denzel Washington. Quest'ultimo film rappresenta forse l'esempio più grottesco dell'atteggiamento "politically correct". Dopo ogni sanguinoso attentato e dopo i rastrellamenti i quartieri popolati dagli immigrati medio-orientali, appare sulla scena un arabo buono, quasi sempre religioso e pio, che controbilancia con il suo esempio e le sue nobili parole gli atti criminali dei suoi confratelli. Non solo: a fianco dell'afro-americano Washington c'è il libanese Tony Shaloub che collabora eroicamente alle ricerche.

Gay

Dopo anni di indecente discriminazione gli omosessuali sono trattati oggi sugli schermi con maggior rispetto, ma non necessariamente con minor conformismo. Il personaggio del gay ha preso progressivamente il posto che aveva un tempo l'amica della protagonista, generalmente bruttina al punto da non poter insidiare in alcun modo le relazioni sessuali della star. È così per Greg Kinnear in Qualcosa è cambiato, e per Rupert Everett in Il matrimonio del mio migliore amico. Oltre a sconfinare nell'ipocrisia, l'atteggiamento "politically correct" espone alla genericità, ed in questo caso alla asessualità e l'eventuale riscoperta dell'eros prelude alla morte (Gods and monster).

Ebrei

Sono rarissimi i film in cui i personaggi negativi sono ebrei, e in quei pochi casi sono inevitabilmente associati a personaggi di altra matrice culturale che li sovrastano per spregiudicatezza e perfidia (Bugsy). Tendono a scomparire sullo schermo anche i magnati e gli uomini di affari di razza ebraica: il sacrosanto tentativo di evitare ogni forma di stereotipo e di antisemitismo porta alla situazione grottesca per cui intere categorie diventano cinematograficamente invisibili.

Cattivi

Dopo le infinite proteste seguite all'Anno del dragone e l'insuccesso di Little Odessa, la mafia sullo schermo è ritornata ad essere solo italiana, mentre il crollo del Muro di Berlino ha creato molti problemi agli sceneggiatori nella caratterizzazione dei "cattivi". Gli inevitabili comunisti che hanno dominato sino agli anni Ottanta hanno ceduto il passo per un breve periodo ai terroristi arabi, per poi trasformarsi in generici pazzi visionari (Speed), coloriti mafiosi italo-americani (Il socio), o compagnie assetate di soldi, troppo grandi e troppo anonime per essere identificate (L'uomo della pioggia).

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