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| La questione dei figli: un diritto per il futuro, un'arma contro di noi nel presente |
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| Il voto parlamentare sulla proibizione della fecondazione eterologa ha riportato alla ribalta politico-giornalistica la questione del rapporto fra omosessuali e paternità e maternità. |
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| Mercoledì 17 Febbraio 1999 |
| di Felice Mill Colorni |
| in Focus |
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Il voto parlamentare sulla proibizione della fecondazione eterologa ha riportato alla ribalta politico-giornalistica la questione del rapporto fra omosessuali e paternità e maternità.
Mi pare che la questione meriti un approfondimento più meditato di quel che non si sia fin qui fatto da parte nostra, sia nel merito del problema, sia soprattutto in relazione all'influenza che questa problematica può avere sulle nostre altre rivendicazioni e proposte di riforma legislativa.
Svolgerò queste considerazioni in un'ottica strettamente limitata al punto di vista della politica dei diritti e della politica, e della tattica, legislative, ma credo anche di dover premettere doverosamente che il mio punto di vista soggettivo (che inevitabilmente pesa, anche quando ci si sforzi di non farsene condizionare) è quello di chi non è mosso da desideri di paternità, che non nutro e non ho mai nutrito.
I punti più importanti mi sembrano tre. Da un lato, piaccia o non piaccia, qualunque legge che miri a vietare la fecondazione artificiale di una donna fertile è tecnicamente inapplicabile. D'altro canto, la questione dei figli (fecondazione artificiale, adozione, ecc.) di genitori gay è l'unica che pone in rilievo, oltre ai diritti dei soggetti discriminati, anche i diritti di un terzo (il minore). Quel che più conta, si tratta del terreno su cui qualunque rivendicazione che fosse avanzata oggi dal movimento gay troverebbe meno consensi e più ostilità nell'opinione pubblica rispetto a ogni altro genere di richieste che venisse da noi avanzata; e quindi si tratta anche della questione che più di ogni altra viene sistematicamente tirata in ballo dai settori politico-culturali clericali, razzisti o fascisti più favorevoli a perpetuare politiche e pratiche di discriminazione.
Sul primo punto c'è poco da dire. Solo da ricordare che una cosa è la fecondazione artificiale e altra è la fecondazione in vitro: se quest'ultima richiede procedure e strutture mediche specializzate di alto livello tecnologico, sulla cui fruibilità la legge può esercitare tutto il suo potere di proibizione e di repressione (almeno nell'ambito del territorio nazionale), la mera fecondazione artificiale si basa invece su una "tecnologia" così rudimentale da essere alla portata di qualunque donna. L'ampia pubblicità data dai media al kit messo in circolazione dall'Arcilesbica ha posto già ora ogni donna, anche single (lesbica o eterosessuale che sia, purché non sterile), nella condizione di farvi agevolmente ricorso anche da sola, una volta reperito un donatore di sperma disponibile. Qualunque legge che si proponesse di reprimere il fenomeno sarebbe quindi semplicemente inapplicabile ed inefficace, e la donna che vi ricorresse si troverebbe, se lo volesse, esattamente nella medesima situazione di una donna resa gravida da un rapporto eterosessuale occasionale con un partner sconosciuto e irrintracciabile. Una legge che si proponesse di proibire o di reprimere la fecondazione artificiale delle lesbiche (o più in generale delle donne single) potrebbe quindi avere efficacia solo nei confronti di una piccola minoranza di donne: le lesbiche sterili. Per il resto il divieto non potrebbe che avere un valore e un significato meramente retorici.
Se queste considerazioni valgono a risolvere in gran parte fin d'ora il lato pratico (non certo quello di principio) della questione, almeno per quel che riguarda la fecondazione artificiale delle lesbiche, il punto al momento attuale di gran lunga più rilevante a me sembra un altro. La situazione attuale delle nostre proposte di riforma - cioè la situazione attuale del movimento gay in Italia dal punto di vista delle sue rivendicazioni nei confronti della politica - è questa: sulla proposta di vietare ogni forma di discriminazione nei confronti degli omosessuali intesi come single (legge antidiscriminatoria) non esiste quasi uno straccio di opposizione che osi manifestarsi apertamente. In questo campo è talmente evidente che non può esservi nessuna giustificazione per opporsi al divieto di discriminazioni, che le obiezioni o non si manifestano o sono talmente deboli, generiche e poco convinte da consentirci di dire che il solo vero ostacolo all'approvazione delle nostre proposte consiste nel non essere finora riusciti a farle inserire nel calendario delle sedute delle commissioni e delle assemblee parlamentari: come si dice in gergo politologico, a farle entrare nella "agenda politica". Al più, qualcuno balbetta che saremmo già tutelati da norme più generali e che quindi di una legge antidiscriminatoria specifica non vi sarebbe bisogno, o esprime disagio nei confronti dei progetti in questione perché "legittimerebbero" l'esistenza degli omosessuali (quasi che per esistere avessimo bisogno di una qualche legittimazione). E della debolezza di questi balbettii sono consapevoli prima di tutto i loro stessi autori.
Va rilevato a questo proposito come proprio questioni come la fecondazione artificiale e le adozioni da parte delle famiglie di fatto si prestino semmai a meraviglia a introdurre ex novo nell'ordinamento giuridico italiano fattispecie di discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale, che finora non vi avevano trovato posto. E ciò è tanto più grave se si considera che, non esistendo ancora una normativa generale antidiscriminatoria (né norme costituzionali molto esplicite in materia), potrebbe prima o poi venire in mente a qualche giudice particolarmente fazioso o maldisposto nei nostri confronti di ricavarne la vigenza di un principio generale di discriminazione fondata sull'orientamento sessuale. In questo senso, dal nostro specifico punto di vista antidiscriminatorio, la bocciatura della fecondazione artificiale per le coppie non sposate avvenuta alla Camera non è affatto formalmente un grande passo indietro, rispetto a un testo originario che già stabiliva un divieto analogo, basato però non sull'avvenuta o meno celebrazione del matrimonio, ma sul carattere eterosessuale o meno della famiglia di fatto.
Se comunque le resistenze contro l'approvazione di una normativa antidiscriminatoria si esprimono soprattutto attraverso l'inerzia, molto più forti sono quelle contro il riconoscimento di una rilevanza giuridica delle coppie omosessuali come tali, sia garantendo anche a loro la libertà di prescegliere il regolamento da attribuire ai reciproci rapporti giuridici e patrimoniali fra i partner, sulla base dell'uguaglianza formale con quanto previsto, limitatamente ai rapporti fra i coniugi, dalla legge matrimoniale (si tratta della soluzione adottata nei paesi scandinavi, raccomandata dal Parlamento europeo e riproposta in Italia dal mio progetto sulle "unioni connubiali", sostanzialmente ripreso dalla proposta Soda e altri sulle "unioni affettive": si trovano tutti nella rubrica "Proposte di legge" di questo sito, assieme ad un mio commento); sia anche in quella forma più limitata e moderata che consisterebbe nel consentire agli omosessuali di accedere, come gli eterosessuali conviventi che non intendano contrarre matrimonio, solo ad un nuovo istituto più leggero e volto a risolvere alcuni aspetti pratici di tali convivenze (progetti sulle "unioni civili").
Se la cornice ideologica utilizzata come alibi dai campioni dell'intolleranza e del razzismo è quella loro fornita dalla Chiesa cattolica e dalla sua ideologia medievale della "morale naturale", qual è l'argomento - il solo argomento forte - che i nostri avversari clericali e razzisti utilizzano sistematicamente per motivare la loro opposizione a qualunque forma di riconoscimento dei nostri diritti? Si tratta di un solo ed unico argomento ossessivamente riproposto: se si comincia a riconoscere il diritto degli omosessuali a non essere discriminati, e in seguito a vedere riconosciuta la rilevanza giuridica delle loro coppie o famiglie, si dice, prima o poi finiremo per riconoscere loro anche il diritto di adottare minori o quello alla fecondazione artificiale per le donne lesbiche. Nonostante che questa "questione dei figli" (che sul piano pratico, a differenza delle altre, riguarda da un punto di vista esistenziale solo quella parte della popolazione omosessuale che nutre desideri di paternità o di maternità) non sia mai stata posta all'ordine del giorno come una priorità dal movimento gay, essa viene sollevata ed utilizzata in modo sistematico e aggressivo dai nostri nemici proprio come argomento per combattere ogni altra nostra rivendicazione. Anzi, la strategia più o meno lucidamente e consapevolmente adottata da chi in Italia vuole ostacolare con ogni mezzo il riconoscimento dei diritti dei cittadini omosessuali sembra essere divenuta proprio questa: convincere l'opinione pubblica che il vero scopo dei movimenti gay non sia quello di realizzare uguaglianza formale e pari dignità sociale, bensì quello di "impadronirsi" dei bambini. Nulla di nuovo sotto il sole, dopo tutto: per secoli una delle strategie più battute nella diffamazione delle minoranze, a cominciare dagli ebrei, è sempre stata quella di propagare l'idea che essi cospirino a rapire i bambini dei buoni cattolici, magari per poi friggerli in padella assieme ad ostie consacrate rubate nelle chiese (oggi ci si può anche scherzare su, ma per secoli accuse di questo tipo sono state la causa scatenante di pogrom, massacri, roghi e torture, con la benedizione di preti e vescovi).
Questa strategia tesa a convincere l'opinione pubblica che il vero scopo delle rivendicazioni omosessuali altro non sia che quello di procreare artificialmente o adottare bambini sembra, per quanto paradossale, vincente: come risulta da ogni sondaggio effettuato su questa materia, mentre sulle altre nostre richieste si assiste a un lento ma progressivo e costante aumento dal favore manifestato dall'opinione pubblica (peraltro ancora insufficiente, ma lo era stato inizialmente anche sul divorzio), su questa questione (anche dai sondaggi ossessivamente riproposta) non solo l'opinione pubblica permane plebiscitariamente contraria, ma, per di più, si tratta di un argomento che suscita passioni fortissime, reazioni emotive incontrollabili, un vero e proprio blocco della capacità di raziocinio. Ormai, il pubblico non ha più nemmeno bisogno dell'imbeccata da parte di conduttori e intervistatori malevoli per sollevare questa questione non appena si accenni a discutere di famiglie gay. Recentemente si è assistito a un talk-show televisivo dedicato all'omosessualità in cui l'andamento tranquillo e spesso per noi molto positivo della trasmissione ha subito una svolta radicale nel momento in cui il clericale di turno si è alzato dal pubblico e ha introdotto l'argomento figli. Apriti cielo: l'atmosfera di palpabile simpatia che aveva fino a quel momento circondato i nostri amici Alberto Baliello e Giorgio Giorgetti (una delle coppie gay che hanno saputo meglio in questi anni veicolare un'immagine positiva della loro vita attraverso una trasmissione televisiva) si dileguava in buona parte, per ristabilirsi, forse non del tutto, solo quando il povero Alberto riusciva a fatica a spiegare che fra i suoi programmi di vita non c'era quello di fare il papà.
Le ragioni per cui l'argomento figli suscita queste reazioni sono a mio avviso di due tipi, una emotiva e una fondata su argomenti razionali e che vanno presi sul serio, anche se per contrastarli.
Le ragioni di ordine emotivo e irrazionale sono ovviamente le più pericolose, anche perché, proprio in quanto tali, si prestano poco ad essere contrastate con argomenti razionali. Gli stereotipi ed i pregiudizi nei confronti delle minoranze si formano attraverso i secoli, se non i millenni, e non è certo facile sradicarli nel giro di una generazione (in effetti, si dimentica spesso che i movimenti gay in Occidente ed in Italia esistono - o sono risorti nel caso della Germania - solo da una generazione). Probabilmente non è bastato nemmeno lo sterminio per togliere dalla testa di molti nostri concittadini l'idea che gli ebrei siano mediamente più avari degli altri. Ora non vi è dubbio che uno degli stereotipi diffamatori più radicati nei confronti degli omosessuali sia stato costituito per secoli precisamente dall'identificazione fra omosessualità e pedofilia, o almeno pederastia. Per quanto a noi, alle nostre famiglie, ai nostri amici e conoscenti, questo stereotipo possa apparire aberrante e puro frutto di fantasie perverse o fanatiche, nel fondo del cervello di moltissima gente (non solo di razzisti consapevoli, ma anche di gente che il problema non se lo è mai posto in modo consapevole) è rimasto il retropensiero che in un modo o nell'altro gli omosessuali siano più degli eterosessuali collegabili a qualche forma di interesse sessuale nei confronti dei minori, e anche dei minori impuberi.
(Ciò è tanto vero che perfino un personaggio televisivo a noi abitualmente tutt'altro che ostile come Vittorio Sgarbi - qualunque cosa si possa pensare di lui per altri versi - ha tacciato mesi fa Grillini di ipocrisia per aver affermato quel che a tutti noi non potrebbe che apparire ovvio: che cioè la pedofilia è semmai più diffusa e praticata, come tra l'altro tutte le statistiche sulla criminalità dimostrano, all'interno delle famiglie di origine dei minori, ovviamente eterosessuali, nonché in molte strutture educative cattoliche; tanto che in questi due ambiti si consuma pressoché la totalità dei casi di violenze sessuali contro i bambini. Ma per Sgarbi, che dell'omosessualità ha evidentemente una conoscenza essenzialmente letteraria, la produzione artistica e letteraria degli omosessuali nel passato starebbe a testimoniare il contrario: non si rendeva conto che, nel passato, all'omosessualità era spesso intimamente correlato un animus trasgressivo che era il solo che consentisse a un artista di rivendicarla in una società unanimemente repressiva, animus che, si può dire, ha cominciato a dissolversi solo da circa vent'anni. Agli occhi di un artista omosessuale di altri tempi, condizionato dalla cultura dominante, un'omosessualità intesa come normale variante della sessualità umana sarebbe probabilmente parsa "squallida", se non vivificata da qualche suggestiva nota sulfurea. Tanto che le opere letterarie precedenti gli ultimi vent'anni che invece trattavano dell'omosessualità come di una forma normale di affettività restavano quasi sempre nel cassetto e sono state pubblicate solo postume: vedi Saba, Forster, lo stesso "Amado mio" del poi tormentatissimo Pasolini).
Anche per questo motivo, l'argomento figli ha ancora la capacità di essere usato come un'arma rivolta contro qualunque provvedimento di riforma che porti a un riconoscimento dei nostri diritti su ogni altro piano. È stato proprio con l'intento di vellicare questi pregiudizi di tipo razzista che Fini ha ritenuto di potersi giovare, alla fine, della sua uscita sui "maestri omosessuali" (inizialmente, forse, una gaffe involontaria, una "voce dal sen fuggita", un'opinione che la sua formazione fascista gli aveva fatto sembrare ovvia).
Ciò non significa che questi temi non debbano essere affrontati, ma bisogna sempre a mio avviso, fin dalle prime avvisaglie, impedire che essi siano utilizzati al fine di eludere la discussione nel merito delle altre questioni che, invece, sarebbero mature per essere affrontate già oggi sul piano legislativo, come quella della legge antidiscriminatoria e del riconoscimento giuridico delle famiglie gay.
Un altro ordine di ragioni per cui non bisogna consentire che l'argomento figli si sovrapponga alle priorità che il movimento gay dovrebbe a mio avviso tenere ferme ha un carattere del tutto diverso, non emotivo ma razionale e di principio: sia la normativa antidiscriminatoria, sia quella sul riconoscimento delle coppie sono provvedimenti che non mirano ad imporre direttamente oneri o obblighi di sorta a carico di nessun soggetto terzo, anzi non agiscono nemmeno, se non in modo indiretto, sulla sfera di alcun terzo soggetto.
A questo proposito va sottolineato come la vera forza - la sola vera forza - del movimento gay nei paesi occidentali consista nel fatto che tutte le sue richieste si fondano su un appello, esplicito o meno che esso sia, all'applicazione di valori etico-politici non solo, almeno a parole, pressoché universalmente condivisi, ma addirittura fondanti l'ethos della democrazia liberale. Tutta la nostra forza di persuasione si trova in quell'appello alla coerenza etico-politica, non nella forza dei nostri gruppi di pressione, non nella nostra forza elettorale, che stenta a concretizzarsi, e neppure nella forza economica che pure il movimento gay ha saputo mettere in campo in alcuni paesi. Non solo è abbastanza facile convincere un interlocutore ragionevole che è ingiusto e anche immorale discriminare gli individui sulla base di una loro identità ascritta (cioè non prescelta volontariamente, esattamente come non si sceglie la propria razza o il colore dei propri occhi o capelli); ma anche chi si ostina a ritenere che gli omosessuali sono tali perché lo decidono un bel mattino (c'è gente che ancora ne è convinta, anche se può sembrare paradossale) può abbastanza facilmente capire che, in una società pluralistica, gli individui devono comunque poter fare della loro vita quel che vogliono, finché non ledono i diritti e le libertà di terzi, e che lo Stato non ha alcun diritto, né alcuna ragione, per interferire in cose che non lo riguardano. E anche nel caso del riconoscimento di coppie e famiglie gay, non è comunque molto facile trovare obiezioni ad argomenti che, come i nostri, si basano su valori molto ampiamente, se non universalmente, condivisi, come quello dell'uguaglianza formale fra i cittadini: è un principio fondamentale della civiltà politica e giuridica dell'Occidente che situazioni giuridiche identiche debbano essere trattate dalla legge in modo identico e situazioni giuridiche differenti debbano essere trattate in modo differente. Alla stregua di questo principio è difficile sostenere che una coppia di vedovi che si risposano a settant'anni (quando cioè non può più avere figli né per via naturale, né con la fecondazione artificiale, né con la fecondazione in vitro, e non può più neppure adottarne, perché la legge non lo consente) debba avere diritto di scegliere liberamente quale regolamentazione attribuire ai propri reciproci rapporti giuridici e patrimoniali, mentre lo stesso diritto debba essere negato a una coppia di cittadini dello stesso sesso, solo perché una (presunta) maggioranza di loro concittadini si arroga il diritto di "non approvare" le loro privatissime scelte di vita. Ancor più difficile è sostenere in buona fede che sia giusto che continui ad essere valido, come lo è per il diritto italiano, il matrimonio del transessuale operato, che ha cambiato sesso ad ogni effetto di legge, se l'operazione avviene dopo la celebrazione del suo matrimonio, mentre non è lecito contrarre matrimonio a due cittadini dello stesso sesso, o allo stesso transessuale citato, e con lo stesso partner, ma dopo l'effettuazione del cambiamento di sesso. In questi casi, la disparità di trattamento è così evidente che solo la rilevanza politica della questione impedisce alla Corte costituzionale (come alle analoghe Corti di altri paesi) di trovare il coraggio professionale e civile per dichiarare fin d'ora l'illegittimità della discriminazione.
Nel caso dei figli, invece, il problema è anche in via teorica più complicato, perché non si tratta più di riconoscere i diritti dei cittadini interessati, entrambi capaci di agire, senza interferire nella sfera giuridica di soggetti terzi: i minori sono, per definizione, soggetti terzi, e per di più giuridicamente incapaci di agire. Se, come si è visto all'inizio, la fecondazione artificiale delle donne single che non siano sterili (eterosessuali o lesbiche che siano) non è in alcun modo controllabile dalla legge, e quindi in un certo senso è un problema "risolto" sul piano pratico - anche se non sul piano di principio - per quel che riguarda la fecondazione in vitro delle lesbiche (o delle single) sterili o il riconoscimento della possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali, si tratta di fare i conti con un principio che sta alla base della materia sia nel diritto italiano che in quello di quasi tutti i paesi occidentali: il principio secondo cui il solo (non il principale, si badi, ma il solo) interesse di cui si deve tener conto in materia di esercizio della potestà su un minore è quello del minore stesso.
Non è un caso che, nella maggior parte dei paesi che si sono dati una normativa sul riconoscimento del "matrimonio gay" o istituti equivalenti, la questione dei figli sia stata accantonata, e non è un caso che essa sia stata semmai posta sul tappeto dai locali movimenti gay all'indomani dell'approvazione di tali leggi, una volta acquisito un risultato che la massimalistica richiesta di ottenere "tutto e subito" non avrebbe che potuto compromettere fin dall'inizio. E pare davvero puerile pensare che l'Italia, con entrambi gli schieramenti politici ricattati dai partitini cattolici, e nell'attuale fase segnata da una cupidigia di servilismo senza precedenti nei confronti della Chiesa romana da parte di politici, intellettuali, giornalisti e opinion-makers, possa essere spinta dalle nostre deboli forze a superare i risultati conseguiti nelle stesse democrazie scandinave.
Si sarà quindi compreso come le considerazioni che da questo punto in poi seguono andranno a mio avviso fatte valere in pubblici dibattiti solo il giorno in cui, per effetto della prevedibile maturazione dell'opinione pubblica, discutere di questa materia non significherà più compromettere il risultato di battaglie ben più attuali e di importanza assolutamente prioritaria e vitale come quelle in corso. Fino ad allora sarà bene non accettare provocazioni su questo argomento, e limitarsi a mettere in rilievo come la questione dei figli non costituisca una priorità per il movimento gay, ma solo per i suoi oppositori. Altrimenti non si otterrà nulla sulla questione dei figli, ma si comprometterà invece il risultato di altre battaglie che sono già oggi alla nostra portata. Poiché però è anche necessario affrontare in modo razionale una tematica che pure è stata posta all'ordine del giorno nostro malgrado e con l'intento di danneggiarci, e poiché è pur giusto, almeno all'interno del movimento gay, non eludere l'argomento per non arrivare impreparati a una discussione che prima o poi bisognerà affrontare, ecco alcune argomentazioni che espongo con la piena consapevolezza della loro inattualità, e con la raccomandazione di tenere ben fermo il loro carattere per noi inattuale.
Il principio dell'interesse esclusivo del minore, in sé del tutto condivisibile, non è mai stato, né può essere senza incorrere in conseguenze aberranti, applicato in modo rigido e consequenziario. E, se davvero lo si facesse, le conseguenze sarebbero intollerabili. Non c'è dubbio, ad esempio, che, dato che nella società italiana (come quasi ovunque) è incontrovertibilmente presente un certo tasso di ostilità nei confronti di chi appartiene ad un'altra razza, se si volesse davvero tenere in esclusivo conto l'interesse del minore, al fine di garantirgli le condizioni di vita migliori e meno traumatiche possibili e il massimo di opportunità, a parità di ogni altra condizione bisognerebbe dare la preferenza a una famiglia di coniugi bianchi piuttosto che neri. In un paese come la Polonia, in cui è ancora largamente diffuso l'antisemitismo, gli stessi criteri condurrebbero di necessità a discriminare le famiglie ebraiche, preferendo loro le cattoliche. Più in generale, se davvero si dovesse tenere in esclusiva considerazione l'interesse del minore, a parità assoluta di tutte le altre condizioni si dovrebbe sistematicamente dare la preferenza alle famiglie più ricche rispetto a quelle meno agiate. Tutte conseguenze, come si vede, ineccepibilmente derivanti dal principio dell'interesse esclusivo del minore, ma la cui applicazione, non mediata e bilanciata da altre considerazioni e valori giuridici ed etico-politici, non potrebbe che risultare assolutamente ripugnante.
Ingenuo, e paradossalmente anche un po' prometeico, è per un altro verso pensare di potere spingere la propria progettualità "costruttivista" fino al punto di allargare alla sfera della bioetica l'idea della "uguaglianza dei punti di partenza", come ha fatto inopinatamente Paolo Flores D'Arcais in un commento pubblicato da Repubblica del 14 febbraio. Pretendere di normare la società fino a questo punto è un po' come voler riformare non più lo Stato o la società, ma la natura (proprio quel che i più accesi avversari delle nuove tecnologie riproduttive dicono di aborrire): in natura la garanzia di avere un padre e una madre non la ha mai avuta nessuno. Ed è anche molto arbitrario pensare che la presenza formale di un padre e di una madre costituisca davvero una garanzia, se si pensa da un lato all'ipotesi di morti premature, separazioni, divorzi, o peggio ancora conflittualità e violenze familiari permanenti (per citare un caso limite, di un padre stupratore non farebbe volentieri a meno chiunque?); d'altro canto tale prospettiva non tiene conto del problema, a mio avviso infinitamente più grave benché conseguenza della natura anziché della tecnologia, costituito dalla semplice procreazione irresponsabile da parte di coppie eterosessuali del tutto "naturali", e anche all'interno di famiglie formalmente "naturali" e magari dotate di tutti i crismi e di tutte le benedizioni della Chiesa romana. Mesi fa si è visto in una trasmissione televisiva un prete, star televisiva per il suo impegno proibizionista, plaudire un genitore nomade di condizione economiche e culturali inferiori ad ogni minimo standard che lo rendesse capace di assicurare una vita decente nella nostra società anche ad un solo figlio, che si vantava di essere in attesa del suo quindicesimo figlio. E tempo prima aveva suscitato scalpore la vicenda di una ragazza madre handicappata psichica, abitante in un paesino siciliano, rimasta più volte incinta perché disponibile a rapporti occasionali con uomini del luogo pronti ad approfittarne: l'ipotesi di sottoporre la ragazza a sterilizzazione (la sola possibilità che le avrebbe consentito di continuare ad avere una qualche forma di vita sessualmente attiva senza conseguenze drammatiche per i suoi altrimenti probabili ulteriori figli) era stata universalmente respinta con orrore, come manifestazione di eugenetica nazista.
In realtà un accettabile concetto di "uguaglianza dei punti di partenza" in questo campo, se davvero fosse un ideale realisticamente perseguibile, non potrebbe che tener conto di una larga pluralità di fattori, fra i quali la presenza formale di un padre e di una madre, quali che siano, non sembra neppure il più significativo. Se dovessi prendere in considerazione i due casi da ultimo citati, non avrei il minimo dubbio nel ritenere che qualunque coppia omosessuale di mia conoscenza - e forse anche qualunque uomo o donna single e omosessuale - costituirebbe una garanzia di crescita meno traumatica e meno infelice di quella che certamente attende la prole frutto di consimili casi di procreazione naturale irresponsabile.
Un altro argomento molto utilizzato nella polemica clericale, e non solo in quella, è relativo alla necessità, per un'equilibrata crescita del minore, di trovarsi di fronte a ben distinti modelli identitari e di comportamento sia maschili che femminili, impersonati dai due genitori. Non essendo uno studioso di psicologia dell'età evolutiva, mi limiterò a due considerazioni di senso comune. Innanzitutto è abbastanza ovvio che anche bambini che si trovino a vivere con genitori omosessuali non per questo non si troveranno ad essere esposti anche alla presenza di modelli di identità di genere diversi da quelli della famiglia nucleare; in secondo luogo, mi pare che molto spesso questa idea si fondi sul pregiudizio inespresso secondo cui l'orientamento sessuale sarebbe trasmissibile culturalmente (e sull'idea che condizionare l'orientamento sessuale del minore sarebbe inammissibile solo se il condizionamento avvenisse nella direzione dell'omosessualità): un'idea smentita sia dall'ovvia considerazione che fino ad ora quasi il cento per cento degli omosessuali è sempre nato in famiglie eterosessuali, sia dalle indagini condotte ormai su larghissima scala negli Stati Uniti, dalle quali è emerso che il numero di omosessuali fra gli ormai numerosi figli di coppie gay non si discosta per nulla da quello riscontrabile nel resto della popolazione. Infine va rilevato come il caso di minori cresciuti in famiglie prive di una figura di riferimento maschile non solo non costituisca una rarità ai giorni nostri, ma sia stato già, per tutto il corso di questo secolo, un'eventualità molto frequente: sono stati decine di milioni infatti in questo secolo gli orfani di guerra, spesso tra l'altro vissuti in condizioni di degrado economico e di stress psicologico da parte delle madri vedove incomparabilmente peggiori di quelli che si riscontrerebbero in una normale coppia gay. Ebbene, se vi fosse stata una anche remota correlazione fra la condizione di orfano di guerra e l'emergere di un orientamento omosessuale, o anche soltanto di disturbi legati all'identità sessuale o all'appartenenza di genere, questa non sarebbe passata di certo inosservata, e di certo i nostri avversari ci inonderebbero di dati e tabelline tendenti a dimostrarlo. Di tutto ciò, invece, non vi è la minima traccia.
Dal punto di vista giuridico (ma anche etico-politico) vanno ancora aggiunte due considerazioni. Per quel che riguarda l'inseminazione in vitro delle donne sterili, va sottolineato come la sterilità sia una malattia, un disturbo di natura sanitaria, curabile per mezzo di pratiche di natura medica. E non si vede come in una società pluralistica possa essere accettabile che una cura, cioè una forma di tutela del diritto costituzionale alla salute, possa essere subordinata alle scelte di vita della paziente, e ancor meno a una condizione ascritta come quella derivante dall'orientamento sessuale.
Inoltre, le resistenze contro l'abolizione delle discriminazioni contro le famiglie omosessuali in questo campo vanno contro gli orientamenti che si vanno profilando nella civiltà giuridica dell'Europa occidentale. L'ormai famosa risoluzione del Parlamento europeo del '94 sui diritti delle persone omosessuali invita, fra l'altro, gli Stati membri a "porre fine" non solo "agli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero [a creare] un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni", ma anche "a qualsiasi limitazione del diritto degli omosessuali di essere genitori ovvero di adottare o avere in affidamento dei bambini".
Va comunque sottolineato come la via verso l'abolizione delle discriminazioni in questo campo, oltre ad essere necessariamente più lunga e impervia che in altri campi, non sarà necessariamente e in prima battuta quella delle riforme legislative: è molto più probabile prevedere, ma non a breve termine, che qualche progresso potrà farsi strada, come già sta accadendo in alcuni Stati degli Usa, per via giudiziaria; che prima dell'ammissione delle coppie gay all'adozione di minori si dovranno consolidare il principio che l'orientamento sessuale non deve costituire in sé una ragione per rifiutare l'affidamento dei figli in caso di separazione o divorzio e la pratica dell'affidamento (peraltro già possibile, e in parte praticata, anche in Italia); che verosimilmente, come anche già accade in alcuni Stati degli Usa, alle famiglie gay disposte ad adottare minori sarà inizialmente offerto di farsi carico di quei minori che vengono rifiutati dalle coppie eterosessuali perché portatori di gravi problemi psicologici, sanitari o affettivi (i cosiddetti "trash-children"); che saranno verosimilmente le donne single eterosessuali a fare da apripista nella battaglia legale per ottenere l'adozione e la fecondazione in vitro.
Sottolineo da ultimo che tutta la discussione fin qui svolta si è mantenuta sul piano della politica legislativa e della politica dei diritti. Altre e di tutt'altro tenore sarebbero le considerazioni da farsi in questa materia, se si volesse discutere nel merito dell'opportunità e della desiderabilità per gli omosessuali di diventare padri e madri: o se si volesse discettare sul carattere più o meno "naturale" e più o meno universalmente diffuso del desiderio di paternità e maternità; o se sia astrattamente giusto o auspicabile o meno che un omosessuale diventi genitore; se, soprattutto, il desiderio di paternità e di maternità degli omosessuali non possa trovare per esprimersi altre vie, meno controverse ma non per questo meno significative (l'insegnamento, il volontariato, l'esempio esistenziale, il magistero intellettuale, l'impegno politico, ecc.). Chi scrive, da antico liberalradicale, è convinto della sostanziale inanità di tali discussioni. Sia perché, come accennato, dal punto di vista dei minori credo che conti molto di più la realtà delle singole situazioni concrete che non la loro qualificazione astratta, e da questo punto di vista mi pare indubitabile che la condizione dei minori figli di coppie omosessuali (che siano nati da precedenti legami eterosessuali, adottati o concepiti in vitro) civili ed equilibrate sarà comunque e di certo migliore e più desiderabile di quella dei figli non voluti o procreati irresponsabilmente da famiglie eterosessuali segnate da condizioni di degrado morale, civile, culturale, psicologico o economico. Sia perché, soprattutto in una materia come questa, le argomentazioni razionali valgono solo fino a un certo punto, e difficilmente vengono accettate e valutate se confliggono in modo troppo aperto con piani di vita individuali cui gli interessati annettano un valore esistenziale decisivo. Soprattutto, in una società liberale non è possibile stabilire in materie così controverse e così diversamente e intensamente vissute sul piano esistenziale regole universalmente condivise. Né credo sia compito dei movimenti gay ergersi a regolatori della morale degli individui omosessuali. Quel che conta è che gli interessi dei minori non vengano mai subordinati non solo agli interessi, ma neppure alle più profonde convinzioni, alla personalità, alle fedi e ai valori di chi, a differenza dei minori, è capace di agire ed è chiamato a scelte responsabili e cruciali per la vita di questi ultimi. Proprio chi è più profondamente convinto del valore delle libertà e dei diritti dell'individuo come fondamento e segno peculiare della nostra civiltà liberale non potrà mai considerare altri individui come strumenti della propria realizzazione personale, o di riforme o di imprese civili, per quanto nobili e significative esse possano essere, ma sempre e solo come "fini in sé".
In conclusione, ci sono certamente buoni argomenti per sostenere anche il diritto degli omosessuali che lo desiderino ad essere genitori, ma nel momento presente questa discussione serve soltanto ai nostri avversari clericali e razzisti per privarci di quei diritti il cui riconoscimento è probabilmente già maturato nell'opinione pubblica italiana. Se ne saremo consapevoli eviteremo di accettare ora lo scontro su un terreno sul quale siamo decisamente perdenti e su cui abbiamo solo molto da perdere.
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