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Edizione di Lunedì 21 Maggio 2012
Fini ad Auswitz: un'offesa per gli omosessuali sterminati dai nazisti. Riportiamo l'editoriale pubblicato dal Manifesto del direttore di NOI Franco Grillini, il commento di Pirani pubblicato da Repubblica e la cronaca del Corriere sulla visita
Fini ad Auswitz: un'offesa per gli omosessuali sterminati dai nazisti. Riportiamo l'editoriale pubblicato dal Manifesto del direttore di NOI Franco Grillini, il commento di Pirani pubblicato da Repubblica e la cronaca del Corriere sulla visita
Venerdì 19 Febbraio 1999
di Franco Grillini
in Focus

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Fini ad Auswitz: un'offesa per gli omosessuali sterminati dai nazisti. Riportiamo l’editoriale pubblicato dal Manifesto del direttore di NOI Franco Grillini, il commento di Pirani pubblicato da Repubblica e la cronaca del Corriere della visita



Il Manifesto giovedì 18 febbraio 1999

SE FINI VA AD AUSCHWITZ

FRANCO GRILLINI

U no dei principali problemi del partito di Fini, se non il più urgente, è senza dubbio quello della sua legittimazione internazionale, tuttora piuttosto deficitaria. Ciò è dovuto in larga parte al ventennio fascista di cui An è erede, anche se ora si spaccia per destra moderna. Molti dirigenti e amministratori di quel partito provengono tuttora dalle fila del Pnf, il Partito nazionale fascista, e dalla Repubblica di Salò. Dirigenti ed eredi di quelle leggi razziali del 1938 che costituiscono tuttora una grande vergogna nazionale dell'Italia e della sua storia.

Con quelle leggi, diverse migliaia di ebrei italiani furono denunciati e deportati (il 90% non è più ritornato) in quel campo di concentramento che Fini sembra si appresti ipocritamente a visitare. Con le leggi razziali anche gli omosessuali vengono deportati al confino. Sorte ben diversa tocca agli omosessuali tedeschi, olandesi e francesi che vengono arrestati dalle Ss e sterminati nei lager nazisti. Chi scrive ha visitato Auschwitz nel 1989. Dopo l'ingresso del campo di sterminio a 50 km da Cracovia, sormontato dalla scritta grottesca "Il lavoro rende liberi", si entra nella prima baracca dove si possono vedere, in un riquadro collocato in bella vista, i simboli colorati dello sterminio: stella gialla per gli ebrei, triangolo rosa per gli omosessuali, triangolo rosso per i detenuti politici e così via nel cromatismo dell'orrore. Il triangolo rosa veniva cucito in alto nel bavero sinistro della giacca dei gay internati e nella gamba destra in modo tale che ogni detenuto fosse sempre riconoscibile. Gli omosessuali erano i paria del campo, quelli trattati peggio, ammesso che fosse immaginabile che qualcuno fosse trattato peggio degli altri nei lager.

Quando Fini va in Polonia per ricordare lo sterminio degli ebrei e "dimentica" volutamente lo sterminio degli "altri" conferma la complicità morale, e non solo quella, dei suoi padri politici con le leggi razziali. L'operazione delle destre, di certe destre, di fare una distinzione tra vittime buone (gli ebrei, che oggi hanno uno stato, una forza militare, una grande capacità di pesare nella politica internazionale e in quella Usa) e vittime cattive (tutti gli altri) da dimenticare, per primi gli omosessuali, che subiscono ogni giorno la violenta discriminazione politica di An in ogni consiglio comunale, in parlamento e nel paese, serve alla loro legittimazione e non certo alla causa dell'antirazzismo.

L'annunciata visita di Fini è poi doppiamente ipocrita se si considera la politica ferocemente anti-immigrazione di An. Lo abbiamo fatto presente agli amici polacchi che hanno riportato le nostre posizioni e le nostre critiche sui giornali locali con grande rilievo e duole rilevare con tristezza che ciò è stato fatto solo da gay italiani, perché nessun altro ha messo in guardia gli amici polacchi dal significato di una visita che serve solo a chi la fa. Gli immigrati polacchi infatti, assieme agli altri, subiscono in Italia quotidianamente gli attacchi di An a livello nazionale e locale e proprio per questo la sinistra polacca dovrebbe chiedere conto a Fini dell'ipocrisia di chi si reca in Polonia apparentemente contrito e poi è anti-polacco in patria. Infine, ci piacerebbe sapere cosa ne pensano le comunità ebraiche di questa visita. Come mai tacciono? Hanno già accettato il maquillage di Fini? La nuova destra italiana fa parte ormai degli interlocutori degli ebrei?







La Repubblica venerdì 19 febbraio 1999



Ad Auschwitz

il Fini

revisionista





di MARIO PIRANI



IL pellegrinaggio di Fini ad Auschwitz rientra nelle rivisitazioni a tumuli, monumenti, tombe di antichi avversari, quale simbolico segno di ripensamento autocritico del proprio passato, cui gli esponenti di opposto segno dell'arena politica italiana ci hanno ormai abituato. Ben altro impatto di sincerità emotiva ebbe, a suo tempo, l'inginocchiarsi improvviso del cancelliere Willy Brandt sulle rovine del ghetto di Varsavia.

Detto questo non concordiamo col giudizio del manifesto che ieri ha bollato come ipocrita il gesto del capo di An né assumeremo la veste di arcigni e unici depositari dei lutti della Storia. L'iniziativa si presta ad alcune riflessioni, anche critiche, ma in sé merita un apprezzamento. Essa è opera, infatti, del leader di un partito non solo genericamente post-fascista ma nato, per germinazione specifica, dai reduci, non certo pentiti, della repubblica di Salò. Questa origine fu rivendicata con protervo orgoglio e tramandata, fino a ieri, alle generazioni più giovani, sotto il richiamo della fiamma missina. Una matrice che stava a significare l'assunzione in proprio della massima abiezione del fascismo, la persecuzione fisica degli ebrei (le leggi razziali del '38 ne sancivano solo la persecuzione giuridica), la collaborazione con le SS, la corresponsabilità, non di rado pratica, comunque sempre morale, con l'opera di sterminio.



BASTA andarsi a leggere il libro, appena pubblicato, La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Garzanti), per ritrovare i testi, dal'43 al'45, di proclami, discorsi, manifesti d' incitamento alla caccia senza pietà del "nemico ebreo". Il partito di Almirante tutto questo non lo rinnegò mai. L'atto di Fini va valutato come un avvìo, se pur tardivo, di revisione.

Non è, per contro, lecito scambiarlo per una repentina e inattesa folgorazione etica. Il viaggio in Polonia è tutto politico e le sue ragioni sono probabilmente più internazionali che italiane. Siamo alla vigilia delle elezioni europee e An aspira a concorrervi come una forza riconosciuta della destra democratica presente a Strasburgo. Ma, già nel periodo del governo Berlusconi, si vide che la disinvolta legittimazione da questi rilasciata al suo maggiore alleato non aveva facile corso in Europa. In Francia i gollisti, figli della Resistenza, erano e sono ben separati da Le Pen, epigono del regime di Vichy; in Inghilterra i conservatori si richiamano a Churchill, animatore della guerra antinazista; nella Germania stessa i partiti di destra sono invisi ai cristiano-democratici. In questo contesto assai impervia appare la strada di Fini per riuscire a omologare An al gruppo liberal-conservatore del Parlamento europeo. Se così è egli deve aver pensato che la via più breve per Bruxelles passi per Varsavia ed Auschwitz.

Le motivazioni italiane sono meno stringenti ma non meno importanti. L'ex Msi ha goduto di una vidimazione democratica fin troppo facile, di un passaggio fin troppo fluido da una condizione di opposizione radicale di estrema destra a quella di partito di governo. I conti col retaggio fascista sono stati declinati all'italiana: "Scordiamoci il passato, tutti siamo stati un po'cattivi ma, purtuttavia, portatori di valori rispettabili, riconosciamoci a vicenda e passiamo ad altro". Fini è uomo politico troppo accorto per non rendersi conto che se la superficialità dello sdoganamento lo ha agevolato in un primo tempo, essa rischia di ritorcerglisi contro via via che le sue ambizioni crescono. Il quesito sulla leadership del centro-destra non è stato, infatti, risolto una volta per sempre a favore di Berlusconi. Inoltre non possono escludersi scenari futuri che vedano di nuovo questo schieramento alla testa del governo e della Repubblica.

Non è affatto detto che questa ipotesi, ancorché per ora virtuale, sia immaginata da Fini in un quadro di scontata e permanente minorità. Eppure questa discende proprio dal modestissimo spessore della revisione fin qui operata, dall'incapacità di assumere la responsabilità del proprio passato, senza negarlo, ma rivivendolo alla luce di una critica senza reticenze e accompagnandolo con l'elaborazione di un pensiero liberal- democratico, fino a oggi assolutamente carente. Così anche l'omaggio ad Auschwitz rischia di apparire come una leggera mano di bianco sul cuore nero del fascismo razzista di ieri e di oggi.

Basta pensare all'esame spietato cui è stato indotto il Pci, al cambio ripetuto di nome, alle scissioni e agli abbandoni che ha subìto, alle revisioni storiche cui anche i postcomunisti Ds sono stati e sono continuamente chiamati, onde poter accedere al governo del Paese, per capire cosa intendiamo. E' bensì vero che la frettolosa e non sofferta mutazione del Msi non discendono solo dall'idiosincrasia in merito dei suoi militanti e dalle prudenze di corto respiro di Fini, quanto da un atteggiamento corrivo dell'intellighenzia liberal-democratica che non ha creduto di dover usare verso i postfascisti lo stesso severissimo filtro critico applicato ai postcomunisti.

Alla base di questa differenza credo vi sia una complessa questione politico-storiografica cui posso, in questa sede, solo accennare. In particolare l'impianto polemico dell'anticomunismo democratico, cui vanno riconosciuti molti meriti, in alcuni dei suoi propugnatori ha finito per comportare, oltre a una critica senza mezzi termini al Pci, anche un'obiezione di fondo all'antifascismo, negandone la sua natura di matrice legittimante della Repubblica. Inoltre, se "la Patria è morta l'8 settembre 1943", come viene autorevolmente sostenuto, la Resistenza non ha certo significato il suo risorgere. E, quindi, il 25 aprile non segna la conclusione della guerra di Liberazione ma la fine di una lotta fratricida tra due minoranze, senza coinvolgimento della maggioranza degli italiani. Tutto il giudizio storico, politico ed etico su Salò ne esce stravolto e, quindi, in definitiva, s'induce Fini a non approfondire oltre quella superficiale revisione autocritica che abbiamo indicato.

Infine i teorici della "morte della Patria" si apparentano con quanti non negano il Genocidio ma la sua unicità, in un gioco di paragoni che, rendendo eguali e comparabili tutti gli spaventosi eccidi della storia recente e passata a cominciare dallo sterminio nei gulag, finisce per stemperarne la condanna. Si è giunti ad affermare che l'insistenza ebraica (o anche della Chiesa) nel ricordare l'unicità della Shoà impedirebbe di relativizzarla, per farla vivere pretestuosamente come "un genere storico permanente". In questa atmosfera si può chiedere a Fini di essere più realista del re?





Il Corriere della Sera venerdì 19 febbraio ’99



L'ultima svolta di Fini alla prova di Auschwitz

Il leader di An oggi visiterà

il tragico campo. Ieri a Varsavia è stato contestato da un gruppuscolo



DAL NOSTRO INVIATO

VARSAVIA - Oggi sarà dove la storia imboccò il vicolo cieco della ragione. E semmai bastasse un gesto per fare i conti con il passato, semmai ci fosse un luogo dove chiedere perdono ed essere perdonati, questo luogo è Auschwitz. Ma Fini sa che la strada verso la conciliazione con gli ebrei è ancora lunga, nonostante cinque anni di "strappi" e di "svolte", malgrado Fiuggi e il ripudio dei totalitarismi, la condanna del razzismo e dell'antisemitismo, la visita alle Fosse Ardeatine, l'orrore per le «atroci» leggi razziali fasciste del '38, la definitiva presa di distanza dalla Repubblica di Salò. La sua mano continua a non essere stretta da chi ritiene che manchi ancora «una critica e un'autocritica sulla Shoah», da chi non accetta che il leader di An a Varsavia renda omaggio anche alle vittime delle deportazioni nei gulag comunisti: così dice il presidente delle comunità israelite italiane Amos Luzzato, che rinnova le critiche già rivolte da Tullia Zevi al capo della destra all'indomani della Conferenza programmatica di Verona di An. Allora Fini, davanti ai rappresentanti del Likud, invitò a «non dimenticare» il dramma degli ebrei italiani deportati in Germania così come le vittime delle foibe. Oggi Luzzato ripete ciò che allora sottolineò la Zevi: «I giudizi vanno distinti. Omologare la Shoah alle foibe è revisionismo». Davanti a un vagone merci carico di croci che ricorda lo scempio sovietico in Polonia, davanti a questo monumento del dolore eretto a Varsavia solo dopo la caduta del comunismo, Fini compie l'ennesimo "strappo", giura che non intende mettere in «correlazione» vicende diverse, che non vuol «porre sullo stesso piano le tragedie» né fare «graduatorie delle atrocità», che nei suoi gesti «non c'è nessuna volontà di comparare, di correlare». Per tendere ancor di più la mano, Fini crea una cesura lessicale, distingue l'omaggio «moralmente doveroso alle vittime dello sterminio», che farà oggi, da quello che giudica un modo «corretto» di ricordare sia gli italiani della Grande guerra che qui sono sepolti, sia «coloro che furono deportati all'Est nel periodo brutale dello stalinismo». Basterà la politica delle «piccole frasi» scandite dai grandi «gesti simbolici» per conciliarsi con gli ebrei? Fini si muove con prudenza, conscio di giocarsi la definitiva legittimazione internazionale di An al cospetto di una comunità che non smette mai di chiedergli abiure e di addebitargli le colpe dei suoi avi politici. Per spazzar via ogni dubbio ha navigato fino alle colonne d'Ercole, fino al luogo simbolo dell'Olocausto. Non è la prima volta che visita un campo di sterminio, «ero piccolo quando con i miei andai a Mauthausen, ma è chiaro che Auschwitz oggi è un'altra cosa, ha un altro valore. Eppoi di allora rammento poco». Anche della Polonia Fini ha un ricordo confuso che risale a trent'anni fa, «quando con la squadra di pallavolo della Virtus Bologna venni a giocare in un paesino di cui non ricordo il nome. Ricordo però che per una settimana mangiammo solo patate». Oggi è il capo della destra italiana che giunge a Varsavia, contestato da un gruppuscolo di estrema sinistra e inseguito dai titoli dei giornali locali che lo dipingono come un «post fascista senza complessi». «Ma An non ha alcun rapporto con i movimenti dell'estrema destra europea», spiega paziente Fini. I cui toni sono ben diversi da quelli del presidente dell'Unione cristiana nazionale, Marian Pilka: «Per un paradosso della storia - dice rivolgendosi all'ospite italiano - al governo di Roma ci sono i post comunisti. Mi auguro che con l'aiuto di Dio riusciate a liberarvi dalla disgrazia del comunismo». «Se è per questo confido di più nell'aiuto degli elettori...», commenta imbarazzato Fini.

Epperò è lui il «post fascista», è lui che sarà chiamato nuovamente a fare i conti con la storia. Sapendo che anche stavolta non basterà.

Francesco Verderami


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