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| Appello. RIPENSARE IL MOVIMENTO GAY. "Rendere esplicita un'evoluzione già avvenuta". Non si dà società liberale e democratica senza la piena affermazione dei diritti civili e di libertà delle persone omosessuali. Per le adesioni scrivere a noignet@tin.it. |
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| Lunedì 09 Agosto 1999 |
| di Felice Mill Colorni |
| in Focus |
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Gli avvenimenti di queste ultime settimane ci spingono a sviluppare alcune considerazioni sul futuro del movimento gay italiano.
La sconfitta della sinistra alle elezioni europee e amministrative non è stata altro che il punto di arrivo di una crisi sempre più evidente. Questa crisi coinvolge modi di pensare che erano sì legati a semplificate costruzioni ideologiche, ma anche a scelte di vita e di valori che portavano ciascun individuo ad accettare gli stili di vita e i modelli comportamentali delle rispettive culture di appartenenza.
Il venir meno di questi modelli di riferimento impone anche al movimento gay italiano una ridefinizione esplicita dei propri punti di riferimento politico-culturali.
All’inizio degli anni settanta, quando cioè nasceva in Italia il primo movimento gay, fare riferimento alla cultura politica allora dominante nella sinistra era una scelta sostanzialmente obbligata. A tale cultura dominante faceva non a caso riferimento lo stesso primo “Fuori”, prima della svolta laico-libertaria conseguente alla sua federazione con il Partito radicale di quegli anni. L’Arcigay, sorto alla metà degli anni ottanta, pur operando formalmente nell’ambito di quella che era stata nei decenni precedenti una tipica organizzazione di massa dei partiti della sinistra tradizionale, ha sempre mantenuto un atteggiamento laico nei confronti delle forze politiche, commisurando il proprio impegno e la propria critica nei loro confronti sulla base delle concrete manifestazioni di sostegno, di collaborazione, o di ostilità, che queste manifestavano nei confronti delle richieste e delle lotte del movimento gay. In Italia come in tutto il resto dell’Occidente, però, salvo rare eccezioni la posizione nei nostri confronti delle forze politiche laiche situate alla sinistra del centro è sempre stata più simpatetica, o almeno molto meno ostile, di quella per lo più assunta dalle forze politiche, anche non confessionali, situate alla destra del centro. Le componenti liberali e libertarie del centrodestra sono purtroppo, in Italia più che altrove, nettamente minoritarie all’interno del loro schieramento e ancor oggi soverchiate da quelle clericali e tradizionaliste. Ed è un fatto che l’impegno politico dei militanti e dirigenti dell’Arcigay si è per lo più espresso nell’ambito dei partiti della sinistra laica.
È realisticamente improbabile che questo panorama sia destinato a cambiare di molto nel corso dei prossimi tempi. E tuttavia, se trent’anni fa essere parte integrante della sinistra (non di rado della sinistra estrema di quegli anni) significava, per i militanti e i dirigenti del movimento gay di allora, condividerne quasi naturalmente l’impostazione socialista e spesso marxista-leninista, da molti anni ormai a questa parte la prevalente collocazione a sinistra del centro è essenzialmente un effetto del relativo maggiore impegno di quell’area politica a sostegno delle battaglie per i diritti umani e civili (anche) degli omosessuali. Da ormai molti anni a questa parte il fondamento culturale delle nostre battaglie civili si è profondamente modificato, anche se di rado questa modificazione è stata resa esplicita. Oggi tutte le nostre rivendicazioni politiche, culturali e di riforma legislativa, in Italia come nel resto dell’Occidente, fanno riferimento a valori etico-politici, almeno a parole pressoché universalmente condivisi, che sono quelli della cultura politica liberale e democratica occidentale. I diritti civili degli omosessuali, la loro uguaglianza formale e la loro pari dignità sociale (per usare una formula costituzionale) sono la realtà e la sostanza dell’impegno delle principali organizzazioni gay da ormai molti anni, anche in Italia. Se molti di noi militano ancora nella sinistra, lo fanno perché si attendono che sia soprattutto la sinistra, anche in Italia come nel resto dell’Occidente, a battersi per un sempre più ampio riconoscimento dei diritti civili e dell’uguaglianza formale. Ma questo richiede che la sinistra italiana faccia davvero proprie, e non solo a parole, le battaglie liberali per i diritti civili, anche degli omosessuali, e anche quando queste battaglie non siano condivise dall’intera coalizione di governo.
A tutti noi, e a tutti i nostri interlocutori, deve comunque essere ben chiaro che i problemi posti dalla discriminazione giuridica degli omosessuali e da una politica che si proponga di abolirla non costituiscono affatto un capitolo del “buonismo”, un tocco di colore in più nella società multiculturale, bensì una semplice applicazione ad un caso specifico di regole e norme di convivenza civile a parole da tutti condivise: discriminare i cittadini sulla base dell’orientamento sessuale, cioè sulla base di una loro identità ascritta, non oggetto di libera scelta individuale, è altrettanto inammissibile, e altrettanto odioso, quanto discriminarli sulla base della razza, dell’etnia o del sesso. La sola differenza è che, sull’identità (più che sull’analogia) fra queste diverse fattispecie di discriminazione, in Italia si è fin qui preferito sorvolare, per ragioni di opportunità politica prima ancora che per la relativa arretratezza civile della società italiana rispetto a quelle degli altri paesi dell’Europa occidentale. Ma respingere le nostre richieste di libertà e di uguaglianza formale significa porsi in insanabile contrasto, prima ancora che con elementari doveri di solidarietà umana e sociale, con le regole fondanti e i valori della civiltà liberale.
In ogni caso è venuto il momento di rendere esplicita questa evoluzione da tempo in atto nel nostro movimento, sia perché, nel travagliato processo di ridefinizione dell’identità di tutte le forze politiche, è opportuno chiarire che dai nostri interlocutori più tradizionalmente simpatetici non ci attendiamo più soltanto solidarietà formale, ma che diano sostanza e realtà a un impegno riformatore che finora è mancato, mentre da chi ci è stato finora più lontano dobbiamo pretendere coerenza rispetto a professioni di fede liberale tanto proclamate a parole quanto finora sistematicamente smentite dai comportamenti di fatto; sia perché deve ormai essere chiaro che le nostre richieste non si indirizzano soltanto a un settore dello schieramento politico, ma devono porre problemi non facilmente eludibili a tutti i nostri interlocutori istituzionali; sia inoltre per consentire al movimento gay il dialogo con una parte importante e verosimilmente crescente della propria rappresentanza sociale, soprattutto ma non solo giovanile, che si sente spesso esclusa perché non si riconosce nell’immagine tradizionale del movimento gay, che appare ancora legata alle sue origini nei primi anni settanta; sia perché, infine, è necessario rifornire i militanti e i dirigenti del movimento gay italiano di nuovi e aggiornati strumenti di intervento politico-culturale, e anche di strumenti di dialogo capaci di farci comunicare con tutti gli attori del sistema politico e della società italiani, o almeno con tutti quelli non pregiudizialmente ostili. Questo articolo ha ricevuto 118 visite.
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