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| “Boys don’t cry”, di Kimberly Peirce, USA, 1999, colore, 114’. Dall’inviato Henry Gallamini |
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| Storia vera di una donna che voleva essere uomo. |
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| Giovedì 02 Settembre 1999 |
| di Franco Grillini |
| in Focus |
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L’appuntamento più interessante della mostra del cinema di Venezia nella sua giornata d’apertura, riguarda la proiezione del film di Kimberly Peirce, al suo primo lungometraggio, “Boys don’t cry”, avvenuta in sordina e contemporaneamente alla rituale sfilata mass-mediatica dei vip a margine del film postumo e incompiuto del grande regista.
Il film narra la storia di Brandon Teena, all’anagrafe Teena Brandon, del suo rifiuto di riconoscersi nel corpo di una donna, dei tentativi, tramite travestimento, di integrazione nel mondo dei maschi, della facilità con cui affascinava tutte le donne, della sua tragica fine.
Originario di Lincoln dove è protagonista di varie disavventure giudiziarie, Brandon si trasferisce a pochi chilometri a Falls City nel Nebraska, dove riesce a sedurre Lana, la ragazza di un pregiudicato piuttosto violento che, venuto a conoscenza della natura femminile di Brandon stesso, organizza il pestaggio e la violenza sessuale prima e l’omicidio subito dopo la denuncia alla polizia (la quale, come al solito, simpatizza più per i “maschi” violenti che non per la vittima). La storia è vera e ripropone il dramma della diversità nell’America profonda. Una donna che si sente uomo e che riesce veramente a farsi credere tale e si sente veramente tale, che si innamora di una donna che a sua volta si innamora di lei/lui rappresenta ancora uno scandalo intollerabile e inaccettabile non solo per l’America sottoproletaria, ma anche, crediamo, per il resto del mondo.
La storia di Brandon raccontata con tragica adesione ai fatti veramente accaduti è raccontata con linguaggio a tratti originale come le immagini velocizzate del cielo del Nebraska che ricordano le nuvole di Gus Van Sant in “My private Idaho” o le strisciate delle automobili nella notte o l’immagine di sé del Brandon che si guarda fuori dallo schermo mentre lo violentano.
Non è un film con lieto fine come ci si aspetterebbe da una pellicola americana, ma ci fa vedere con rara efficacia la tragedia del pregiudizio e la violenza del machismo. Vogliamo sperare che la pellicola arrivi sugli schermi italiani e sia una occasione vera di riflessione per tutti.
La famiglia che vediamo in “Boys don’t cry” è già la tipologia del nucleo “disastrato” tipico della famiglia contemporanea, mentre quella descritta in “October sky” di Joe Jhonston, storia di 4 adolescenti americani che, dopo aver visto lo Sputnik (il primo satellite in orbita alla fine degli anni ’50), decidono di costruire un razzo, ci riescono e vincono un premio scientifico, è una famiglia tradizionale con padre autoritario, ma ancora capace di una forte tenuta e di un ruolo centrale. Si potrebbe anche parlare della famiglia di “Eyes wide schut” di Kubric, che dopo varie e “trasgressive” peripezie, si ricostruisce con l’invito alla “scopata”. Ma si tratta appunto di un film.
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