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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
Al Festiva del cinema di Venezia trionfa l’omosessualità nel cinema e non sempre, però, a proposito. Di Franco Grillini. Nella foto, visibile cliccando il titolo, alcuni dei tanti esponenti gay e giornalisti di testate omosesusali presenti al lido.
Al Festiva del cinema di Venezia trionfa l’omosessualità nel cinema e non sempre, però, a proposito. Di Franco Grillini. Nella foto, visibile cliccando il titolo, alcuni dei tanti esponenti gay e giornalisti di testate omosesusali presenti al lido.
Sabato 04 Settembre 1999
di Franco Grillini
in Focus

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Venezia, sabato 4 settembre ’99



Non c’è un film dove non si parli di omosessualità e dove qualcuno della produzione non sia gay. Nella sola giornata di venerdì 3 agosto quasi tutte le pellicole avevano almeno una battuta o una scena sull’omosessualità. Ne citiamo alcuni (vedi l’articolo dell’inviato Henry Gallamini): “Les terres froides” di Sébastien Liftzis, Francia, 60’, dove un bel ragazzo arabo si produce in una scena di sesso e bacio esplicito con una storia anche “politicly correct”. O in “Beau travail” di Claire Denis,l Francia, 90’, storia di militari della legione straniera con ambientazione chiaramente omoerotica. Per finire con “Holy smoke” di Jane Campion, l’indimenticabile regista di “Lezioni di piano”, che in uno spassoso film ambientato in Australia ci propone uno strepitoso bacio lesbico con la miss “Titanic”, Kate Winslet e una coppietta gay dove uno dice “mio padre non voleva etero in famiglia”. Alla fine dalla mostra promettiamo l’elenco completo dei film con un qualche riferimento gay. Ma già da ora si può ben dire che le tematiche gay-lesbo-trans sono dilagate nella fiction vista in laguna, compreso l’attesissimo film di apertura di Stanley Cubrik, dove i desideri omoerotici del protagonista, il semprebello Tom Cruise, si inverano sotto varie forme e simbologie, non sempre azzeccate (NOI lo ha detto, l’intera stampa nazionale lo ha ripreso, e molti qui al festival si sono arrabbiati perché abbiamo osato criticare il sacro mostro del cinema). Insomma, più di così che si vuole? In effetti si può dire che ormai la pulsione omoerotica è diventata un terreno di ricerca e riflessione nel cinema di tutto il mondo. Come gay ce ne dobbiamo rallegrare perché il cinema rappresenta nella nostra epoca l’arte di riferimento di massa, il mezzo di comunicazione e di fruizione del divertimento per eccellenza. Attraverso il cinema è possibile cambiare il modo di pensare e di sentire anche se in molti sostengono che il cinema registra i cambiamenti più che promuoverli. Il guaio è che molte di queste pellicole non arriveranno nelle sale (vedi il gustoso articolo di Natalia Aspesi pubblicato da Repubblica in coda all’editoriale) e che non sempre l’omosessualità è rappresentata in modo soddisfacente anche se, come dice il vecchio adagio latino, “male dicant tamen dicant”.



Da La Repubblica di sabato 4 settembre



Ridateci il buon cinema

che ci incolla alla poltrona



Alla Mostra tanti film per cinefili e spettatori carbonari fatti da autori altezzosi e settari



dal nostro inviato NATALIA ASPESI



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VENEZIA

IL PROBLEMA che la 56 Mostra del cinema pone allo spettatore volonteroso e di media raffinatezza è di riuscire a rintracciare nella massa di film (e spiace dirlo, soprattutto italiani) che abbiamo cominciato a vedere, un filo anche labile che li colleghi alla promozione nelle sale cinematografiche per più di mezza giornata e senza che un pubblico certamente impreparato sradichi le poltrone.



CHE permetta di consigliarli agli amici senza perderli per sempre. Che una volta tornati a casa si vorrebbe rivedere. E' ovvio che un festival, e soprattutto la gloriosa Mostra del cinema, debba raccogliere da tutto il mondo le opere degne che nello spaventoso dilagare dei prodotti di consumo più banali e volgari, si perderebbero, verrebbero uccise e sepolte, diventerebbero una specie estinta. Ma non si commette, si spera, nessun sacrilegio cinefilo chiedendosi se debba esistere un'arte cinematografica strettamente carbonara, che pur costando, anche in massima ristrettezza, qualche miliardo, possa essere vista solo ai festival, nei circoli culturali più severi, in oratori punitivi, in scuole di cinema, o forse nelle carceri di massima sicurezza. E anche in tutti i posti sunnominati, con molte perplessità e qualche nervosismo. Senza contare che talvolta le opere, annunciate ai festival come austeri capolavori, risultano poi desolanti e nemmeno tanto riuscite, anche agli esperti pù eroici e pazienti. Certo, caracolla tra gli affollati meandri della Mostra in stile campeggio, a causa delle cinetende che ospitano film e generi di conforto, un pubblico giovane, vistosamente studioso, o forse secchione, di cinema. Che adora i film mattone e va pazzo per quelli che un qualsiasi spettatore impreparato definirebbe sgangherato.

Ma non esiste la certezza che un film è grande solo se piace a pochi, e un autore è degno di venerazione se solo a nominarlo il pubblico se la dà a gambe. Anzi è vistosa la prova contraria senza ritornare a Fellini o a Hitchcock. "Tutto su mia madre" di Almodovar, che esce in questi giorni in Italia, è l'esempio più vistoso di come un film importante di un grande autore possa riempire le sale. Il super premiato anche ai festival "La vita è bella" di Benigni ha avuto una platea oceanica: vuole dire allora che il film è mediocre e il suo regista un mestierante? Pare proprio di no, e inoltre hanno avuto un successo adeguato anche film piccoli e belli come "Train de vie" o "La polveriera", che vengono dalla Romania e dalla Serbia.

Ma qui a questa 56 Mostra, timidamente e vergognandosi dell'insipienza, gli spettatori non professionali si chiedono quanti cinema italiani (per non parlare di quelli di altri paesi) si riempiranno per il molto lodato "Autunno" della giovanissima napoletana Nina Di Majo, una volta esaurito il folto pubblico dei suoi parenti che vi partecipano assieme agli amici aristocratici Pisacane, Caracciolo, Piccolomini, Rossi Doria. Può anche darsi che il primo dei due film italiani in concorso visto ieri, "Appassionate" del giustamente apprezzato regista piemontese Tonino De Bernardi, vinca fortunosamente un premio e che sia ricco di meriti cinematografici: ma perché vedendo questa Napoli dei Quartieri Spagnoli, attraverso le grandi canzoni d'amore e i suoi personaggi, si è presi da inquietudine da poltrona, provando la sensazione di non trovarsi in un cinema e di non star vedendo un vero film? L'impressione è che buona parte dei film in concorso e di quelli nelle probe sezioni collaterali, che abbiamo visto e vedremo, se baciati dalla dea fortuna, ce li troveremo solo in televisione ficcati nella fascia oraria dalla due di notte all'alba. Di sicuro ormai anche il più raffinato degli spettatori medi ha subito una mutazione sia pure involontaria rispetto alla visione cinematografica; impigrito dai filmoni scacciapensieri, banalizzato nei gusti dai contenuti televisivi. Ma anche viziato da film belli, fatti bene, con attori esemplari, che rendono difficile accettare film di eccezionale valore estetico o di pensiero, ma non belli, difficili da capire e con attori pasticcioni. La voglia di buon cinema, di ritrovare emozioni e commozioni, di ridere senza arrossire, di ritrovarsi a riflettere su se stessi e sul mondo, è un bisogno ormai sempre più diffuso. Tanto è vero che se c'è un film normale come il francobelga "Une liaison pornographique", in concorso oggi, con due bravi attori che parlano semplicemente d'amore, persino i critici, senza dar troppo nell'occhio, paiono più contenti.

Forse una Mostra importante come questa dovrebbe frugare nella produzione cinematografica meno spartanamente, o meno casualmente, e non vergognarsi di proporre film d'autore o di nuovi talenti, meno altezzosi, meno settari, meno esclusivi. O, chiedendo venia, addirittura meno banali. Ammesso, naturalmente che, soprattutto in Italia, ci siano.




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