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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
Giudice di Pacs
Giudice di Pacs
È urgente adeguare le leggi alle mutate condizioni di vita dei cittadini
Sabato 15 Luglio 2006
di l'Unità
in Focus

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di Lidia Ravera

Uno scooter d'acqua uccide un ragazzino al largo di Taormina. Ai genitori viene riconosciuto un danno economico. Un tot di milioni. A pagarli è la famiglia del colpevole. Non c'è accordo sulla somma. Diciassette anni dopo, la diatriba (ma come si fa a monetizzare un dolore così grande?) arriva in Cassazione. A quanto hanno diritto i genitori della vittima? E il fratello? La sentenza 15670 sarebbe una delle tante, invece rimbalza sulle pagine dei giornali. segue a pagina 27.

Il motivo è una frase, forse non necessaria, ma sicuramente utile, del relatore che allude "all'estensione della tutela civile" e della "solidarietà umana" a "situazioni di vita comune" e parla - finalmente - di "nuovi parenti", cioè di famiglie e coppie non benedette dalla Chiesa né dal matrimonio civile, e coglie l'occasione per ribadire la volontà di adeguare le leggi ad Paese che cambia rapidamente, che è già molto cambiato. I destinatari della sentenza, probabilmente, sono rimasti del tutto indifferenti, a quella considerazione illuminata:la loro è una famiglia "regolare", colpita duramente da una perdita che non potrà mai essere "remunerata". Quelli che si sono sentiti, al contrario, colpiti e affondati, sono i difensori della discriminazione fra i buoni e i cattivi, i conformisti e i trasgressivi, i credenti e i non credenti, quelli che registrano il contratto matrimoniale presso il comune di appartenenza e quelli che scelgono un patto privato, intimo, sentimentale, vuoi per motivi personali vuoi per impedimenti obbiettivi( e parliamo di 550 mila coppie, non di quattro pazzarielli). Isabella Bertolini di Forza Italia ha parlato subito di prevaricazione del Parlamento. Riccardo Petrizzi di Alleanza Nazionale ha parlato, ancora una volta, di giudici "ideologici" che non non sanno "limitarsi a fare il loro mestiere", Volontè dell'Udc si è scagliato contro la politicizzazione di "organi che dovrebbero essere preposti solo a funzioni giuridiche". A me pare, se posso esprimere un'opinione personale, che sarebbe il caso di ringraziarli, invece, i giudici che si prendono la briga di inserire, in una sentenza, al di là e al di sopra dei tecnicismi della loro professione, un sentimento, un orientamento generale, un nuovo principio. Non stanno "facendo politica", stanno "facendo cultura". E ciò , altroché lodevole, è piuttosto urgente. È urgente adeguare le leggi alle mutate condizioni di vita dei cittadini. Se a una di quelle 550 mila coppie "irregolari" dovessero ammazzare un figlio, siamo contenti di sapere che verrà loro riconosciuto un danno economico, anche se la loro disperazione che - certamente - non è inferiore se non ti sei sposato e il tuo bambino è nato fuori dal matrimonio, non sarà alleviata. Se una donna resta vedova di un uomo che non è suo marito , siamo contenti di sapere che non sarà scacciata dalla casa in cui ha vissuto con lui. È una battaglia culturale, quella per l'omologazione di tutte le forme di convivenza durevole. Ed è una battaglia culturale ribadire che davanti alla legge siamo tutti uguali: gli sposati e i conviventi, i ricchi e i poveri, gli uomini e le donne, gli eterosessuali e gli omosessuali. Chiunque non infrange le regole, ha diritto ad essere tutelato dalle regole. Gli unici da discriminare sono i disonesti( ai quali, invece, non si nega neppure un seggio in parlamento). Come tutte le battaglie culturali non sarà facile né breve, ma è bello scoprire che è già incominciata. E non stupisce che a condurla, siano esponenti della società civile, delle professioni, non uomini e donne della politica. Ma anche questo va bene. È normale. Si sa che la politica è più lenta, deve tener conto di mille passaggi obbligati, equilibri e condizionamenti reciproci. Se, come credo, il personale politico è cambiato, se quelli che abitano le stanze del Palazzo dallo scorso aprile si riveleranno attenti all'ascolto di chi, in prima linea, cerca di mettere in pratica i principi su cui, in campagna elettorale, anche loro si sono espressi positivamente, sarà del tutto naturale l'interazione fra giudici e deputati, medici e ministri, scrittori e assessori, insegnanti e sottosegretari. Nessuno giocherà una partita privata, la politica non sarà potere personale al servizio del privilegio, ma competenza e potere al servizio dei cittadini. Quella di essere "politicizzati" non sarà più una vibrante accusa, , ma un complimento, perché "fare politica" non sarà più sinonimo di faziosità, ma di preoccupazione per l'interesse comune, di apprensione per il benessere e la serenità di tutti. Come quella espressa dal relatore della sentenza 15670.

(Unita, L' del 15/07/2006)

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