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| Cantiamo vittoria per un principio, non per il PaCS. di Andrea Trombin Valente |
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| Venerdì 15 Ottobre 1999 |
| di Franco Grillini |
| in Focus |
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Il PaCS, a prima vista, è un testo coraggioso: riconosce le coppie omosessuali. Bene. La sua approvazione ha infine aperto una faglia nel fronte cattolico. Bene anche questo. Ha portato un vento di coming out in tutta Europa (in Spagna, un deputato socialista ha ammesso alla stampa di essere omosessuale e di avere intenzione di battersi per i diritti dei gay). Bene, anzi benissimo. C’è chi vuole il PaCS tradotto (a calci o a parole) in Italia. Non tanto bene, e vediamo perché.
Prima di tutto, il PaCS è una legge ibrida: gli estremi della vicenda, cioè il riconoscimento delle coppie omosessuali, non è sfuggita al popolo francese, che ne ha fatto il centro di discussione di tutti i dibattiti, da quelli parlamentari a quelli televisivi. Tuttavia, questo “centro”, questo focus sull’omosessualità, gli stessi deputati pro-PaCS hanno cercato di mascherarlo in tutti i modi possibili. Per questo motivo hanno infine partorito (e con dolore) un testo che prevede una sorta di matrimonio civile pure per i coinquilini, le sorelle zitelle che vivono insieme da sessant’anni e, al limite, anche per nonno e abiatico. Del genere: mi sposo con Jacqueline o mi pacso con il nonno? Non è esattamente la stessa cosa, diciamocelo francamente.
In secondo luogo, si parla di Francia in quanto paese cattolico: ebbene, ricordiamoci di che fine ha fatto il clero durante la rivoluzione, e soprattutto non facciamo paragoni culturali azzardati. La Francia è un paese in cui lo stato si riconosce laico, e dove i crocefissi sono banditi dalle aule scolastiche al pari del velo islamico. Avignone è caduta da un pezzo, insomma, mentre Città del Vaticano è ancora là nei secoli dei secoli, amen. E il movimento gay italiano dovrà sempre vedersela con la gerarchia cattolica che, si badi bene, si oppone soprattutto all’idea di “famiglia omosessuale”.
Il vuoto giuridico
Il PaCS, a questa famiglia, neppure accenna: il testo resta silente sul diritto di filiazione, ad esempio, creando un autentico buco giuridico. Due uomini che hanno concluso un PaCS possono avere un figlio da una donna esterna alla coppia e riconoscerlo? Chi lo sa. Una lesbica con un figlio può contrarre un PaCS con la sua amica? E chi lo sa. Due eterosessuali divorziati e con figli possono firmare un PaCS senza incorrere in problemi per quanto riguarda l’affidamento/mantenimento della prole e degli ex-coniugi? Nessuna idea, e non solo per chi scrive, ma neppure per i legislatori francesi, che saranno costretti a muoversi con i piedi di piombo, poiché tutto ciò che diranno farà precedente e quindi giurisprudenza (alla moda americana…).
Il PaCS, sotto certi aspetti, è un testo castrato e nato vecchio: i problemi della filiazione (e non dell’adozione in sé, si badi bene), sono problematiche a cui anche i paesi scandinavi hanno dovuto confrontarsi, per cui sono loro i veri punti di riferimento in materia (le coppie di fatto esistono da ormai cinque anni in Svezia e in Norvegia). A titolo di esempio, la Danimarca, il 20 maggio 1999, ha accordato alle coppie omosessuali il diritto di adottare i loro bambini nati da matrimoni eterosessuali precedenti. Quando in Italia si discuterà di una legge sulle unioni civili, bisognerà tenere presente l’esperienza di tutti quei paesi in cui l’omosessualità è riconosciuta al pari dell’eterosessualità (il che non è vero al 100% in Francia).
Il PaCS può essere ancora fermato
Queste incertezze giuridiche imposte da un testo solo a metà coraggioso sono il cavallo di battaglia dei suo detrattori, i quali, già mercoledì in serata, hanno fatto ricorso al Consiglio costituzionale, affinché si pronunci su una lista chilometrica di incongruenze giuridiche, per lo più già discusse durante le sessioni fiume al parlamento. La decisione è attesa fra un mese.
Intanto, continua la raccolta di firme lanciata dal gruppo “Générations familles”, che intende indire un referendum contro il PaCS (vedi NOI del 2.10.1999, rubrica Esteri). L’iniziativa si protrarrà fino al 28 ottobre, data limite per il Presidente della Repubblica, che dovrà decidere se porre il veto sul PaCS.
Nel frattempo, il presidente del gruppo RPR all’Assemblea nazionale (a cui appartiene anche Chiraq) ha invitato coloro i quali volessero modificare il testo del PaCS a rivolgersi al primo ministro socialista Lionel Jospin.
Infatti, un appello diretto al capo dello Stato, come quello fatto dalla petizione di Générations familles e dalla deputata anti-PaCS per eccellenza Christine Boutin (UDF), non sarebbe “conforme” alla legge. Paradossalmente, l’articolo 10 della Costituzione francese prevedere che una nuova delibera debba essere richiesta su decisione del Presidente, ma dopo proposta del Primo Ministro.
La vittoria di un principio
Festeggiando l’approvazione del PaCS, gli omosessuali italiani dovrebbero festeggiare quindi soprattutto un principio, e non tanto quel testo di legge in sé. Dovremmo rallegrarci che un altro grande paese europeo ci ha in qualche modo riconosciuti, e che questo può facilitare la nostra lotta.
Tuttavia, non illudiamoci pensando che la strada verso il riconoscimento dell’omosessualità in Italia ne uscirà semplificata, anzi: i gruppi di potere cattolici saranno ancora più decisi nel contrastare le nostre iniziative.
Del PaCS, per concludere, non dobbiamo serbare un ricordo di vittoria, ma piuttosto dovremmo imparare a vederlo come un spunto per trovare entusiasmo, e voglia di continuare a inseguire il nostro ideale di uomini liberi.
Parafrasando Livio,
Melior tutiorque est certa PaCS, quam sperata victoria. Questo articolo ha ricevuto 379 visite.
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