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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
Rodotà. Riaprire il dialogo sui valori della vita
Rodotà. Riaprire il dialogo sui valori della vita
Dobbiamo guardarci anche da una deriva belga?
Mercoledì 10 Maggio 2006
di la Repubblica
in Focus

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di STEFANO RODOTà

Diciamo la verità. L'ormai noto dialogo sulla vita tra il cardinale Carlo Maria Martini e il chirurgo Ignazio Marino, è un buon documento "relativista", nel senso che manifesta la possibilità di un confronto che non trasformi i valori in pregiudizio, ideologia, fondamentalismo. Quindi aperture limitate, ma significative, su fecondazione eterologa, contraccezione, adozione da parte di persone sole, aborto, direttive sulla fine della vita. Battute a parte, vale la pena di tornare su quel dialogo per cercar di trarre qualche auspicio sul modo in cui la legislatura appena iniziata dovrebbe affrontare i temi dell'esistenza di ciascuno di noi nella dimensione sempre più complessa segnata dall'innovazione scientifica e tecnologica. E subito una considerazione. Sul modo in cui i due interlocutori affrontano specifiche questioni si può certo essere critici (penso in particolare ad alcune faticose e contraddittorie argomentazioni, quasi espedienti, per quanto riguarda l'adozione da parte di persone sole e le cellule staminali). Ma il tono della discussione e gli argomenti adoperati sono lontanissimi dall'approssimazione con la quale si discusse in Parlamento sulla procreazione assistita e dall'aggressività che ha segnato la campagna elettorale di chi fu contrario al referendum su quella legge. Intendiamoci. Non si dicono cose sostanzialmente nuove. In più di un caso, anzi, si riecheggiano argomenti che, nelle discussioni passate, erano stati avanzati proprio da chi si opponeva alle posizioni fondamentaliste. E questo è un buon segno, non solo perché così si prendono le distanze da orientamenti ufficiali delle gerarchie ecclesiastiche, ma soprattutto perché si fa un passo concreto verso l'individuazione di aree dove è possibile il confronto libero e la ricerca di soluzioni comuni non è bloccata da chiusure pregiudiziali. Una prima conclusione, allora. Se davvero vogliamo uscire dalla regressione culturale e politica nella quale siamo stati trascinati in questi anni, è indispensabile cambiare registro Martini e Marino ci dicono che non ci sono steccati da abbattere. Sono entrambi cattolici, ma parlano il linguaggio della ragione, rendono evidente che su molti punti, anche determinanti, non siamo di fronte ad insuperabili questioni di fede. Fanno emergere con nettezza, anche se con parole pacate, le insensatezze che segnano, ad esempio, una legge come quella sulla procreazione assistita. E così confermano che il metodo ideologico, come ben sapevamo, non solo produce forzature autoritarie, ma cattive regole. Vero destinatario di queste indicazioni dovrebbe esse il nuovo Parlamento. Non sarà facile, il clima generale non è propizio, ma forse l'essersi lasciati alle spalle la fase elettorale, con la rincorsa ad ogni costo del voto cattolico, dovrebbe rendere meno incombente "il rischio di cadere in facili contrapposizioni e strumentalizzazioni che non portano alcun vantaggio se non quello di creare fratture nella società" (così il cardinal Martini). Le fratture sono già state provocate, e compito di chi vuol governare con occhio lungimirante è quello di cercar di comporle, non di far finta che non ci siano state. Se, ad esempio, non si ha l'intelligenza politica necessaria per raccogliere le fondate suggestioni critiche riguardanti le norme sulla procreazione assistita, la legge continuerà ad essere aggirata dal "turismo procreativo", con una permanente delegittimazione del Parlamento, e permarrà uno stato di conflittualità sociale. Questo accade perché è viva tra moltissimi cittadini la consapevolezza d'essere stati strumentalizzati, d'aver subito per ragioni di convenienza politica o ideologica la negazione di loro diritti e di aver ragione di ritenere che si voglia ancora proiettare nel futuro una attitudine proibizionista. Leggiamo di nuovo le parole di Martini: "a mio avviso non serviranno tanto i divieti e i no, soprattutto se prematuri, anche se servirà qualche volta saperli dire". Rivolto alla Chiesa, questo monito dovrebbe esser fatto proprio anche dal Parlamento. Oggi, e non in Italia soltanto, uno dei grandi temi di riflessione riguarda proprio i limiti del diritto, i casi e le modalità del ricorso legittimo allo strumento legislativo. Di fronte ai dilemmi posti dalla scienza si continua a pensare che la soluzione politica sia rappresentata dal riconoscere a ciascun parlamentare la libertà di coscienza al momento della decisione. Si trascura così il cuore del problema, che consiste appunto in una valutazione preventiva intorno al "se" della decisione, all'opportunità stessa del legiferare quando la coscienza da rispettare non è quella di deputati e senatori, ma quella delle donne e degli uomini che devono poter governare la loro esistenza. E che, quindi, non devono essere espropriati della libertà di decisione, ma messi in grado di esercitarla responsabilmente, allo stesso modo degli scienziati, per i quali "non si tratta di appellarsi alla fede o alla religione ma di puntare su una presa di coscienza" (così Ignazio Marino). La democrazia è anche sobrietà e rispetto. Per rimuovere i pesanti macigni posti sulla via del riconoscimento della libertà delle persone, e per tornare ad una discussione sui valori che li misuri sempre sulla concretezza e sui drammi dell'esistenza, conviene considerare più da vicino l'intero sistema delle regole. Qui si scoprono opportunità che, curiosamente, nel dialogo tra Marino e Martini vengono talvolta ignorate. Per il cosiddetto testamento biologico, ad esempio, non vi è una decisione da prendere. Il Parlamento italiano lo ha già fatto nel 2001 quando ha ratificato la Convenzione sulla biomedicina e i diritti dell'uomo. Qui, all'articolo 9, si stabilisce esplicitamente che "per gli interventi medici su un paziente che al momento dell'intervento non è in grado di manifestare la sua volontà, devono essere presi in considerazione i desideri da lui precedentemente espressi". Si potrà discutere su qualche dettaglio, ma la sostanza è lì, nettamente espressa. Indicazioni concrete per quanto riguarda la fine della vita possono poi essere tratte da diverse norme, da regole del codice di deontologia medica, da decisioni giudiziarie. L'accanimento terapeutico è proscritto, e si tratta piuttosto di sciogliere dubbi interpretativi, come quelli che riguardano l'interruzione di trattamenti di sostegno vitale, quelli che furono all'origine delle controversie sul caso di Terry Schiavo e che, in Italia, riguardano l'interminata odissea di Eluana Englaro. Su questo tema esistono le conclusioni di una commissione istituita da Umberto Veronesi quand'era ministro della Sanità. Perché non riprenderle in considerazione? Andando solo apparentemente fuori del seminato, perché si tratta pur sempre di questioni di vita, si può ricordare che anche nella controversa materia dei Pacs esistono principi già accettati dal Parlamento italiano che, votando la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, ha chiaramente accettato la distinzione tra il matrimonio tradizionale ed altre forme di costituzione della famiglia, anche tra persone dello stesso sesso, com'è detto nell'articolo 9. E questa interpretazione è stata acquisita dalla Corte europea dei diritti dell'uomo con una sentenza del 2002, che ha abbandonato gli orientamenti restrittivi adottati precedentemente dalla stessa Corte. Ragionando seriamente sulla realtà e sulle norme, dunque, si potrebbe uscire dalle strettoie soffocanti del recente passato e sottrarsi al ritornello, ripetuto da troppe parti, della deriva zapaterista. La Spagna e Zapatero non piacciono? Diamo uno sguardo al Belgio, allora, e lì scopriremo norme sul suicidio assistito, sui Pacs, sulle adozioni da parte di gay? Dobbiamo guardarci anche da una deriva belga? O queste sono tutte manifestazioni concrete di un uso non oppressivo della legge sul quale tutti dobbiamo senza più indugi ragionare?.

(Repubblica, La del 10/05/2006)

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