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| "Froci", vocabolo indegno |
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| Disturbati gli specialisti cattolici che dissertano di omosessualità |
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| Lunedì 13 Marzo 2006 |
| di Il Manifesto |
| in Focus |
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di ADRIANA ZARRI
Diciamo il peccato (evidentemente un peccato linguistico che forse non figura nemmeno nella morale) ma non il peccatore, tanto più se - come in questo caso - il peccatore è persona degna e simpatica; il che tuttavia non gli ha impedito di usare l'antipatico e orribile verbo "attenzionare". E tuttavia c'è di peggio: vocaboli che non sono soltanto brutti e volgari, ma moralmente indegni. Ci riferiamo a certi termini con cui qualcuno usa definire gli omosessuali: "froci" o "checche" (e abbiamo perfino faticato a registrarli, tanto ci ripugnano). Credo che sia passato il tempo in cui un omosessuale era considerato un pervertito o, tutt'al più, un malato o un anormale. Oggi sappiamo bene che l'omosessualità non è una malattia o un'anomalia e che il gay non è un portatore di handicap ma una persona degna e normale come chi gay non è. Poiché c'è una normalità numerica e statistica (per cui uno è normale se rientra nella maggioranza e anomalo se si colloca fuori: tra i meno) e una normalità che potremmo dire etica o conforme alla norma. Ma qual'è poi la norma? Ed anche in questo caso siamo in alto mare perché le norme sono tante: non una soltanto ma varie e variamente strutturate.
Il disturbo
E proseguiamo il discorso perché ormai siamo usciti dall'ambito puramente linguistico per dilungarci su un tema che va ben al di là del lessico. Di questo tema si è occupato lungamente un seminario tenuto presso l'università lateranense, durante il quale un presunto specialista (e, in questo caso, non diciamo solo il peccato ma anche il peccatore: un tale monsignor Anatrella, il cui nome bucolico ed agreste suona un insulto alle mie anatre, che nuotano, liete, in un laghetto) ha affermato che l'omosessualità, pur non essendo (bontà sua) "una malattia in senso proprio", rappresenti però "un disturbo". Al che viene da osservare che i soli distubati - non so se sessualmente o psicologicamente o in entrambi i settori - sono gli specialisti (o pseudo tali) che dissertano sopra i presunti disturbi altrui.
Pseudoteologia
Resto allibita di fronte ad alcune affermazioni di Ratzinger, grande teologo nonché vescovo di Roma, vale a dire pontefice dell'universo mondo cattolico. Riguardo all'ordinazione femminile Ratzinger scriveva, già nel 1994, che "la Chiesa non ha la possibilità di cambiare la sua prassi perché non è pura prassi, non è pura disciplina ma espressione della fede della Chiesa stessa che risulta dalla Rivelazione". "Il sacerdozio maschile" aggiunse il teologo, a quei tempi non ancora papa, "è una realtà che precede la volontà della Chiesa, una volontà precisa del Signore stesso". Ma quale mai rivelazione (né basta certo una maiuscola per renderla evidente), quale volontà del Signore afferma la suddetta "verità"? Forse il fatto che Cristo non ordinasse donne? Ma le donne, nell'ultima cena, certamente c'erano a cucinare e servire i commensali. E quand'anche? Cristo non ordinò neanche romani di lingua latina (quella lingua poi divenuta lingua ufficiale della chiesa). Vogliamo riservare il sacerdozio solo ad ebrei di lingua (o di dialetto) aramaico? Clericalismo L'onorevole Pera - pessimo amico di papa Ratzinger - si oppone allo studio del Corano, da parte degli studenti islamici: studio ritenuto lecito ed opportuno anche dal cardinal Martino, presumibilmente d'accordo col pontefice. Ma certi non credenti, ai quali non interessa né Corano né Bibbia, sono più papisti del papa.
(Manifesto, Il del 13/03/2006) Questo articolo ha ricevuto 198 visite.
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