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| VESCOVO DICE AI RAGAZZI: “CONVIVENZA INVECE DEL MATRIMONIO? DEBOLEZZA, NON LIBERTÀ” |
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| Ma come può una relazione d’amore essere definita tale? Cos’altro é l’amore, di qualunque forma ed in qualunque tipo di relazione etero o omosessuale, se non un sentimento? |
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| Giovedì 24 Novembre 2005 |
| di Davide Montanari |
| in Focus |
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All'inizio di Novembre il Vescovo di Piacenza mons. Luciano Monari si reca all'istituto superiore Mattei di Fiorenzuola per intervenire ad un assemblea scolastica. Il locale quotidiano Libertà pubblica il resoconto di quell'assemblea e mette nel titolo del articolo una frase del Vescovo che mi ha molto colpito. Egli dice e afferma che la convivenza è una forma di debolezza e non di libertà.
Sempre il giornale Libertà pubblica qualche settimana dopo (martedi 22 Novembre) nella rubrica interventi un mio articolo che di seguito riporto:
…e il Vescovo dice ai ragazzi: “Convivenza invece del matrimonio? Debolezza, non libertà”
Queste sarebbero le affermazioni del Vescovo Monari nel corso dell’Assemblea organizzata nella mattinata di venerdì 28 ottobre presso il liceo scientifico Mattei di Fiorenzuola. Nell’articolo comparso su Libertà sabato 29 ottobre, a firma di Donata Meneghelli, trovo scritto che, durante detto incontro (perché, non essendoci contraddittorio non credo si possa parlare di dibattito od assemblea), dopo la celebrazione liturgica, di fronte ad oltre 200 studenti delle classi 4e e 5e del citato liceo cittadino, il Vescovo avrebbe definito le coppie conviventi come “timorose ed insicure” e la “convivenza, anziché una libertà più grande, una debolezza”.
Come cittadino, prima ancora che come politico, sento la necessità di proporre all’opinione pubblica alcune considerazioni che riguardano sia il contesto, sia il contenuto di un tema così delicato come quello trattato dal vescovo. Premetto che non avrei nulla da eccepire se il rappresentante della chiesa cattolica avesse espresso le posizioni della stessa, in un luogo di culto, attraverso i locali mass media o in pubbliche assemblee affermando ad esempio che per un cattolico una relazione d’amore debba sfociare nella sacralità del vincolo matrimoniale (eterno o meno). Il punto è che il Vescovo, oltre ad esporre una posizione religiosa, esprime giudizi morali che riguardano persone, credenti e non, cattoliche e non, per di più in una sede laica ed istituzionale, come spero sia ancora la scuola pubblica, in orario scolastico al di fuori un civile dibattito pluralistico (ed è a questo che, ritengo, dobbiamo abituare i giovani). La chiesa cattolica può limitarsi a tollerare, uno stato laico afferma e garantisce diritti e doveri e non può consentirsi di esprimere giudizi morali sulle scelte che coscentemente i cittadini decidono di compiere. In Italia un figlio su tre nasce fuori dal matrimonio (dati EUROSTAT 2004) e circa tre milioni di persone convivono al di fuori da ogni tutela. Sarebbe opportuno prendere atto del fatto che la società sta profondamente cambiando.
Durante il recente sinodo dei vescovi, il cardinale Pompedda, giurista cattolico, ha riconosciuto l’esistenza di diritti negati a quelle persone che decidono liberamente di non contrarre l’istituto giuridico del matrimonio. Il cardinale Camillo Ruini suggerisce che per sanare queste palesi ingiustizie occorrono norme ad hoc del codice civile. Ma entrambi i porporati negano la libertà per lo Stato italiano di approvare leggi come quelle dei Pacs (patti civili di solidarietà) che riconoscano dignità giuridica allo status di coppia. Infatti un documento del Pontificio Consiglio della Famiglia del 21 novembre 2000 avverte che “si tratterebbe di un uso arbitrario del potere che non contribuirebbe al bene comune, poiché la natura originaria del matrimonio e della famiglia precede e supera, in maniera assoluta e radicale, il potere sovrano dello Stato”. Si parla dei Pacs all’interno di questo documento come di “un’alternativa culturale al matrimonio”. Il periodico NOI, allegato al quotidiano Avvenire definisce tali fenomeni sociali un “amplificazione sociale della rilevanza di tale fenomeno per mano di potenti lobby come l’Arcigay, e che legalizzando le unioni di fatto non si riconoscono i diritti di una minoranza ma si mette mano al Dna della società umana”.
Monsignor Betori, segretario della Cei, ha recentemente sottolineato che la Chiesa ha il diritto di esprimere le proprie idee sulle questioni etiche. Ciò è giusto e sacrosanto quando queste sono rivolte ai fedeli nelle sedi di culto, al contrario ritengo profondamente ingiusto si ingerire ed interferire nelle questioni normative di uno Stato.
Tornando alle affermazioni del Vescovo Monari mi domando cosa intenda esattamente quando afferma che la convivenza è “un modo di vivere la relazione d’amore sulla base del sentimento e dell’emozione”. O cosa quando afferma che “quando finiscono, emozione e sentimento, cessa anche la relazione”. Parrebbe allora che, per contrario rispetto ad un giudizio negativo, il matrimonio cattolico debba essere un qualche cosa che deve continuare indissolubilmente ad esistere anche quando il sentimento non c’è più? Ma come può una relazione d’amore essere definita tale? Cos’altro é l’amore, di qualunque forma ed in qualunque tipo di relazione etero o omosessuale, se non un sentimento? Su cosa si basa una relazione d’amore se non su sentimenti, quali rispetto, fiducia, stima, sincerità. Non voglio neppure pensare che il messaggio giunto ai nostri giovani possa essere: che una relazione d’amore non debba basarsi su sentimenti.
Mi auguro di aver quantomeno garantito, con questo intervento, quella par condicio che mi pare non sia stata sufficientemente presidiata nella “assemblea” scolastica in oggetto, auspicando maggior attenzione al rispetto reale delle scelte di vita e della libertà di tutti, tanto declamata dai pulpiti religiosi e politici, da divenire spot mediatico e mio malgrado così poco rispettata nei fatti di vita quotidiana.
Davide Montanari
Cons. Comunale DS Fiorenzuola
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