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| L'omofobia degli altri |
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| Polonia, Lettonia, Slovenia, Bulgaria la difficile battaglia per i diritti gay |
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| Giovedì 08 Settembre 2005 |
| di Renato Sabbadini |
| in Focus |
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Di Renato Sabbadini da "Pride" settembre 2005.
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Credo di aver parlato troppo presto, quando in diretta dal pride di Varsavia avevo comunicato a Radio popolare che la Polonia aveva voltato pagina. Una settimana dopo il pride polacco si è tenuta la "marcia della normalità", promossa dalla Lega polacca per la famiglia e sono aumentate le aggressioni nei confronti di gay e lesbiche. Ancora peggio è andata poco più di un mese dopo al pride léttone di Riga, tenutosi solo perché le associazioni lgbt locali hanno vinto il ricorso alla Corte suprema contro la decisione del governo di bloccare la manifestazione: in piazza si sono ritrovati 150 (!) partecipanti protetti dalla polizia ed esposti agli insulti di 1500 (!!) contromanifestanti omofobi. In Slovenia è stata approvata una finta legge per le coppie dello stesso sesso (qualche diritto patrimoniale e poco più); le associazioni lgbt locali (contrarie al provvedimento) hanno riferito i toni "elevati", quasi "in punta di diritto", che hanno caratterizzato il dibattito del parlamento di Lubiana: l'espressione più gentile era "Dobbiamo fare qualcosa per questi malati". In Bulgaria, paese il cui ingresso nell'Unione europea sarebbe in previsione per il 2007, il pride di Varna ha dovuto prendere la forma di manifestazioni in circoli privati, poiché il sindaco ha vietato qualsiasi corteo o presidio all'aperto. è vero che anche nel nostro paese c'è un presidente del senato che definisce i diritti lgbt "capricci" e un senatore a vita che ci definisce "invertiti", ma nel caso dell'est europeo stiamo parlando di un'ostilità più diffusa, più radicata e più violenta.
è molto probabile, come ha detto Juri Lavrikos di Ilga Europe, presente al pride di Riga, che questa ostilità sia amplificata dal fatto che dopo anni di sacrifici economici e sociali, sostenuti per poter entrare nella Ue, la metà dei nuovi stati membri non veda ancora alcun beneficio reale. Se la media dell'Unione vale 100, il Pil pro capite del Belgio è uguale a 118 (dati Eurostat 2005), quello dell'Italia 103, ma quello di Polonia, Lettonia e Bulgaria è pari a, rispettivamente, 49, 47 e 32! Non è difficile immaginare che suoni come una beffa, per gli elementi più poveri e marginalizzati di queste società, il pensiero che i primi beneficiari di questo nuovo ordine di cose debbano essere i gay.
Siamo così concentrati in casa nostra a lottare per una legge che sancisca la piena uguaglianza tra omo ed etero, vuoi con Pacs / matrimonio, vuoi con la proibizione delle discriminazioni, da dimenticarci che le leggi, dal punto di vista della cultura di un paese, sono efficaci quando registrano un cambiamento anziché annunciarlo. Se Zapatero ha sostenuto il matrimonio omosessuale è perché sapeva di avere l'appoggio dei due terzi degli spagnoli, mentre il fatto che i dieci nuovi membri della Ue abbiano sottoscritto una costituzione europea che vieta esplicitamente le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale non dà garanzia alcuna circa la presenza di una vera cultura dell'eguaglianza al loro interno.
Stiamo parlando di paesi che non hanno conosciuto un '68 (alcuni ci hanno provato, ma è finita a carrarmati...), né referendum su divorzio/aborto (anche perché le leggi che lì li consentono sono arrivate col comunismo, ma certo non a seguito di un dibattito approfondito nella società), né femminismo e movimenti di liberazione sessuale come da noi negli anni '70. In altre parole, la strada da fare è ancora molta ed è tutta in salita. Certo, le élites dei paesi dell'est sono consapevoli dello sguardo, non di rado sussiegoso, con cui quelle dell'Europa occidentale approvano o non approvano l'operato delle prime, ma è una consapevolezza che spesso scambia l'etica con l'etichetta. Né potrebbe essere diversamente: la cultura dell'eguaglianza, per parafrasare una nota pubblicità, non si fabbrica, si fa. Così come non si "esporta" né la democrazia né la "libertà". Se parliamo di valori reali, che appartengono davvero alla cultura diffusa, è ovvio che il loro riconoscimento, rivendicazione e acquisizione non può non passare che per un lungo processo di metabolizzazione.
Probabilmente quello che erroneamente ci spinge a credere che società diverse dalla nostra non possano non innamorarsi dei nostri valori non appena li vedono è lo straordinario successo del consumismo, lo scintillante biglietto da visita con cui l'Occidente si presenta, televisivamente, al resto del mondo: un bengodi di "profumi e balocchi" (e cibo) così (ingannevolmente) facili da ottenere, da risultare praticamente irresistibile per chiunque provenga da condizioni di vita dure o durissime, caratterizzate dalla scarsità e dalla fatica.
Il fatto è che la relazione tra il tipo di società prefigurata dal consumismo e valori come eguaglianza, libertà, diritti civili ecc, oltre che meno evidente di quanto sembri a molti di noi, è ancora tutta da dimostrare. Né giova la mancanza di coerenza nella pratica di questi valori sia in politica interna che estera da parte dei paesi fondatori della Ue (per non parlare degli Usa): se si reagisce alla violazione dei diritti umani con il pugno di ferro in Bielorussia ed il guanto di velluto in Cina e Russia, ciò fa capire meglio di qualsiasi litania su diritti, giustizia ed eguaglianza, quello che davvero sta a cuore ai vertici della Ue... Questo articolo ha ricevuto 221 visite.
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