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| Gli islamici e la questione gay |
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| Mi auguro che gli esponenti della Comunità Islamica non si lasceranno sfuggire questa occasione e vorranno iniziare con la comunità omosessuale di questa regione un confronto serrato |
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| Venerdì 29 Luglio 2005 |
| di l'Unità |
| in Focus |
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di Alessio De Giorgi
Intervengo volentieri nel dibattito su una raccolta di fondi collettiva per la nuova Moschea e i restauri della Sinagoga di Firenze, evitando il trionfo di una "politically correctness" un po' troppo facile e superficiale, per proporre il punto di vista di quella parte significativa della minoranza gay, lesbica, bisessuale e transgender che la nostra associazione rappresenta e che nutre alcuni dubbi su un multiculturalismo senza condizionamenti, senza fare alcuni distinguo che, almeno dal nostro punto di vista, si rendono necessari.
Multiculturali sono alcune grandi civiltà del Nord Europa che sono state per decenni l'avanguardia mondiale sul tema dei diritti civili di gay e lesiche, in tema di legislazioni contro le discriminazioni, di riconoscimento delle coppie di fatto, di sostegno alla cultura "queer", di apertura rispetto alle differenze. Significativo è l'esempio olandese, società complessa e profondamente multiculturale, primo paese al mondo a riconoscere pieno accesso agli istituti del matrimonio e dell'adozione, anche internazionale, anche per le coppie gay e lesbiche.
Oggi anche l'Olanda, come alcune zone d'Italia e la Grecia, si distingue per non offrire condizioni di sicurezza proprio per i gay e le lesbiche: alla condizione di estrema visibilità della comunità omosessuale si è contrapposta un'omofobia violenta ed esplicita, diffusa proprio nei quartieri di cultura islamica.
Di non molte settimane fa è la vicenda di un giornalista gay statunitense che è stato selvaggiamente picchiato nel centro di Amsterdam per aver osato fare quello che è ormai prassi quotidiana fare nelle altre aree della città, e cioè innocentemente passeggiare mano nella mano col proprio partner.
Una cultura di fondamentalismo religioso - la stessa che, di tutt'altra radice confessionale, in alcuni Stati degli USA lascia in vigore leggi contro la sodomia, o fa fare le marce secondo lo slogan "God Hates Faggots", Dio odia i finocchi -, getta alcool sul fuoco di un odio omofobico che è duro da far scomparire, creando le condizioni perché ci sia sempre qualcuno che si sente autorizzato a passare dalle parole ai fatti, a picchiare i gay o ad uccidere il Pim Fortuyn di turno in nome della propria religione.
Tutto ciò non ci deve portare a dire che il multiculturalismo non è la strada giusta da percorrere o che l'unica convivenza possibile è quella armata.
Sarebbe sin troppo facile optare per l'opposto estremismo, che vede un Occidente giusto chiamato a esportare la sua democrazia ed i suoi diritti ovunque nel mondo, magari imponendoli con le armi. Proprio da questa terra, che ha sperimentato nei secoli convivenze tra diversi - pensiamo alla tradizione di Livorno, ad esempio - e che oggi sta cercando nuove forme di convivenza, obiettivo ancor più difficile visto quello che quotidianamente ci accade intorno, deve venire del nuovo: il giusto invito, che anche noi sposiamo, a sostenere economicamente la costruzione di due nuove case per i fedeli delle due religioni, deve aggiungersi anche un richiamo, fermo e incondizionato, al rispetto di tutte le identità culturali presenti in questa regione.
Mi auguro che gli esponenti della Comunità Islamica non si lasceranno sfuggire questa occasione e vorranno iniziare con la comunità omosessuale di questa regione un confronto serrato, che parta dal riconoscimento dell'altro come interlocutore accettabile e degno e che ponga le condizioni per evitare quella deriva fondamentalista che sta caratterizzato il "multiculturalismo" di altre zone del pianeta, con tradizioni ben più laiche e tolleranti delle nostre.
Se faremo questo, se saremo capaci di far dialogare componenti della società che altrove si stanno ammazzando, allora sì che avremo creato il nuovo.
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