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| Delitto Pasolini, le confessioni di Pelosi rilanciano sospetti di sempre |
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| Il delitto Pasolini è l’archetipo della violenza che da sempre colpisce gli omosessuali. |
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| Sabato 07 Maggio 2005 |
| di Franco Grillini |
| in Focus |
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Che un 17enne da solo non potesse uccidere un uomo forte e in piena salute come Pier Paolo Pasolini era cosa ovvia prima ancora che nota. Che l’omicidio sia stato commesso in “concorso con altri” lo dice persino la prima sentenza del tribunale che ha condannato Pelosi stesso. D’altra parte il delitto Pasolini è l’archetipo della violenza che da sempre colpisce gli omosessuali. Nella sola città di Roma sono 150 gli “omicidi” ai danni di gay di ogni classe sociale negli utili 15 anni. Molti di questi delitti sono stati risolti, di molti i colpevoli sono ancora in libertà, come, probabilmente, gli autori di quell’omicidio che nella notte dal 2 novembre 1975 tolse la vita in modo barbaro ad una delle più importanti voci della cultura italiana del ‘900.
Molti sostennero che c’era una pista politica di estrema destra nell’assassinio di Pasolini, ma è una tesi che non ha avuto finora riscontri probatori e che non è mai stata molto convincente. Più semplicemente vale per Pasolini quello che è successo a molti altri gay, alcuni ragazzi di vita colti da un raptus omicida non predeterminato, o che volevano dare una “lezione” ad un gay che li frequentava, hanno finito per uccidere il compagno di una serata.
La riapertura della discussione attorno alla morte di Pasolini dovrebbe essere l’occasione, anche per tanta parte del mondo politico e culturale italiano, per riflettere sul fatto che nel nostro paese si poteva, e ancora succede, morire perché si era e si è omosessuale.
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