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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
E le lesbiche dicono:
E le lesbiche dicono: "Sdoganate anche noi".
«Siamo cambiate, non siamo più maschiacci, siamo fiere delle nostre tette. Ci manca solo la visibilità».
Giovedì 24 Febbraio 2005
di Corriere della Sera - Magazine
in Focus

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Dopo la copertina sui gay, un gruppo di donne militanti a sinistra scrive a Magazine: «Siamo cambiate, non siamo più maschiacci, siamo fiere delle nostre tette. Ci manca solo la visibilità». Per questo invocano una testimonial d'eccezione.

di Luisa Pronzato

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Tra loro c'è la deputata (Titti De Simone), la manager (Imma Battaglia) e la conduttrice tv (Benedetta Emmer). Le sei signore della foto sono donne che amano altre donne.

E si sono messe in posa per smentire il cliché che vorrebbe le lesbiche «maschi mancati». «Le lesbiche sono donne a tutti gli effetti», dice la scrittrice Valeria Viganò. «Siamo diverse dall'immagine da camionista del passato e non corrispondiamo ai fantasmi erotici su cui si sono costruite molte fantasie, in genere maschili. Lo sappiamo in privato ma nel sociale non siamo riconosciute. Mostrarsi per come siamo può essere utile».

La storia di questa immagine nasce da una copertina di Corriere Magazine (numero 4). Il personaggio: Nichi Vendola. Il titolo «Sdoganamento gay». E all'inter¬no un articolo di Vittorio Zincone che sottolineava e documentava un mutamento epocale: l'omosessualità non fa più scandalo. Anzi, entrati in politica e sui me-dia, i gay sono praticamente trendy. Articolo che ha scatenato dibattiti sui siti gay. E indotto Anna Paola Concia, responsabile nazionale per lo sport dei democratici di sinistra e membro del direttivo Gay Left Ds, a scriverci una lettera. «Non è possibile che anche nella rappresentazione del mondo omosessuale, equa-mente distribuito tra donne e uomini, noi donne omo¬sessuali ci dobbiamo sentire occultate anche da quel mondo della comunicazione che invece sta sdoganan¬do gli omosessuali». Che tutta questa simpatia per i gay sia un tributo alla solita preponderanza maschile? «Carta stampata e tv si sono focalizzate solo sui ma¬schi, si potrà parlare di sdoganamento quando anche le donne saranno intervistate e invitate a raccontarsi», dice Anna Paola Concia che solo quattro anni fa aveva rifiutato un'intervista perché non ancora pronta a sve¬larsi. «So bene che c'è evidentemente un problema con la visibilità delle donne omosessuali: ostentiamo la sessualità meno degli uomini e in questi anni siamo molto cambiate». Lontano è il periodo del femmini¬smo e dell'estetica maschilizzante, sostenuta dal cine-ma, che faceva coincidere ogni lesbica con un camio¬nista con le tette. «Io stessa sono cambiata», continua. «Nonostante la corporatura da ex atleta sottolineo la mia femminilità, mi trucco e metto abiti attillati che fanno risaltare curve e tette. L. World fa scuola ed è stato un successo anche in Italia».

Anna Paola lavora nel partito dove Gay Left ha otte¬nuto qualche risultato all'ultimo congresso Ds: l'impe¬gno di Piero Fassino e dell'intera assemblea a mettere nel programma elettorale la legge sul Pacs, il patto ci-vile di solidarietà che darebbe già una buona risposta allo sdoganamento sociale delle coppie gay. Ma cosa servirebbe nella pratica perché le lesbiche si sentisse¬ro meno isolate? «Più attenzione dei media, non de-scriverci come macchiette e stereotipi perché abbiamo vite normali e lavoriamo in tutti i settori della società. Ma occorre anche il coming out di donne forti che però preferiscono sostenere un'immagine pubblica pa¬cificata anche se proprio la loro forza non la incrine¬rebbe. So bene che bisogna lavorare per rafforzare la propria identità. Io ho fatto coming out dopo aver ini¬ziato l'analisi. Mi ha cambiato la vita nel lavoro e nel partito. Ma anche nel quartiere. Mi è capitato con l'omino dell'acqua. Volevo riti¬rarla e lui mi ha fermato: "L'ha già presa la sua signora".

Molto della causa della nostra assenza, e conseguen¬te accettazione, è dovuta al-le consuetudini ma una buona dose alla stessa nostra paura dell'omosessualità». E anche per questo le lesbiche attiviste contano su visibilità e parola. «Le lesbiche sono la voce di un'immagine fuori campo, difficile quindi riconoscerci», dice Delia Vaccarello. «Le nostre parole si cominciano a sentire con romanzi, e letteratura. Nell'antologia che curo scrivono anche altre donne. La donna lesbica riu¬nisce seduzione e protezione materna, sentimenti ed emozioni in cui si riconosce tutto il mondo femminile». Quello che manca è un volto pubblico, una specie di testimonial. «Quando io ho fatto coming out», continua Vaccarello, «addirittura per ottenere l'assistenza sanitaria per la mia compagna non c'erano precedenti. Ma è stata una liberazione, ha arricchito la mia professione ed è diventata comunicazione. Mi ha telefonato Gianni Riotta per esprimere solidarietà e un cugino che non sentivo da anni. A noi mancano i modelli pubblici in cui identificarci. E alla società i modelli per capire che non siamo pornografiche come ci ha descritto molta stampa. Finché resta quell'immagine non avremo mai spazio nella sfera pubblica».





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