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Dopo le dichiarazioni di Piero Fassino di apertura e sostegno al patto civile di solidarietà (Pacs) che regola le unioni di fatto e dopo le affermazioni di Prodi, la domanda è d'obbligo: perché Prodi, il nostro futuro candidato premier, pur condividendo il Pacs precisa che non bisogna parlare né di famiglia, né di matrimonio?
Una precisazione superflua per quel che riguarda il matrimonio. Sappiamo tutte e tutti che Prodi non è Zapatero e che l'Italia prima e dopo il governo Berlusconi non è certo la luminosa Spagna.
Non ci sembra questo il modo per trovare il consenso di omosessuali e lesbiche che convivono da anni dividendo emozioni, sesso, affettività, coccole, gioie e dolori, nascite e morti, malattie e disagi economici, idraulico ed elettricista, condominio e spazzatura, tredicesima e albero di natale, scaldabagno e lettone.
Invitiamo Prodi a non parlare genericamente di «giovani coppie». Ci sono milioni di giovani coppie omosessuali che sperano in una vita più facile di quella sofferta e piena di battaglie che ha caratterizzato le unioni di chi oggi è over cinquanta. Invitiamo Prodi a guardarsi attorno e a fotografare questo Paese che vuole governare, a leggerlo in tutte le sue differenze come un valore aggiunto.
Invitiamo Prodi ad essere differente da Berlusconi, non soltanto perché propone un modello di sviluppo economico e sociale, ma anche per la sensibilità nel saper cogliere le istanze del mondo di gay, lesbiche, bisex e trans. Vogliamo ricordare a Prodi che la famiglia è il luogo degli affetti come ebbe a dire tempo fa il primo Ministro alle Pari Opportunità del suo governo, Anna Finocchiaro.
Sia chiaro a tutti: l'affetto non è griffato «eterosessualità».
Agata Ruscica
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