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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
Rocco Horror Picture Show
Rocco Horror Picture Show
L’ayatollah Buttiglione, costretto a rinunciare all’incarico di commissario europeo alla Giustizia e alle Libertà civili, non si dà per vinto.
Sabato 04 Dicembre 2004
di Pride
in Focus

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di Gianni Rossi Barilli

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Si aggira per i talk show nei panni di una “strega cattolica” bruciata dall’Inquisizione laicista. Anziché chiamare un’ambulanza, Berlusconi gli ha ridato il suo posto nel governo.



Sarà il caso di ribattezzarlo “Rogo” Buttiglione. La scottatura europea brucia infatti così tanto che il professor Rocco sragiona. Si è convinto di essere la reincarnazione di una di quelle sventurate donne alle quali qualcuno come lui, nei secoli passati, prescriveva esercizi spirituali su cataste di legna da ardere. Così bruciacchiato, l’abbiamo visto rivendicare lo status di martire dalle poltrone dei migliori salotti televisivi. E abbiamo scoperto che il suo ego è fatto di amianto, perché non è stato neppure scalfito dalle fiamme in cui è perita perfino la poltrona di Bruxelles. Rimane quindi di dimensioni smisurate e impedisce al professore di vedere il banalissimo dato di fatto che perdere un incarico di prestigio in Europa non equivale esattamente, come lui tende a far credere, a finire sbranati dai leoni al Colosseo.

Tanto più che il cavalier Silvio ha ripreso in squadra Buttiglione, confermandolo al posto di ministro per le politiche comunitarie (che del resto non aveva mai lasciato) malgrado gli scarsi risultati della recente tournée europea. Eppure lui non si dà pace, perfeziona continuamente nei suoi monologhi il santino della vittima che ha scelto il sacrificio estremo piuttosto che venir meno ai precetti della fede. Una specie di Maria Goretti della politica, insomma. La canonizzazione ante mortem, a ben pensarci, varrebbe un fantastilione di commissioni europee. Per quella post mortem, comunque, il dossier è già aperto da tempo.

Narrerà l’agiografia ufficiale che uno dei chiodi più acuminati della croce di San Rocco Buttiglione (che è proprio un bel nome da santo della Controriforma) fu conficcato la mattina di un sabato 30 ottobre in cui l’incompreso filosofo fu costretto ad arrendersi a una banda di spietati carnefici (all’epoca li chiamavano giornalisti) nella sede della stampa estera a Roma. Presentò le sue dimissioni e fu torturato con raffiche di domande sotto la cintola, come era già avvenuto molte altre volte a Bruxelles, ma non tradì la sua fede. Poi, in diverse delle lingue allora conosciute, si rivolse alla Babele dei giornalisti e disse: “Sono una vittima innocente, non me ne lamento più che tanto”.

Con le lamentele del professore riportate dalle cronache si potrebbe per la verità mettere insieme un’edizione in più tomi. Il fiume di recriminazioni, tra l’altro, non ha smesso di ingrossarsi dal giorno delle dimissioni, anche se il professore medita una riscossa da far squillare tutte le trombe del giudizio. Così parlò, per esempio, in un’intervista a “Repubblica”: “Io sono la pietra di uno scandalo che è appena cominciato e andrà avanti. E sa perché? Perché le semplici parole di un cristiano, che non poteva dire diversamente, hanno costretto l’Europa a guardare dentro di sé, fino a quel fondo su cui si adagia la sua incredulità evidente ed esibita. Ma anche, più nascosto, il dubbio su questa incredulità agnostica. Ho perso perché questa Europa accetta tutto, ma odia essere disturbata dalla vera domanda che adesso la interpella, quella sulla sua anima. E invece quel seme darà frutto: anche in Italia, vedrà”. A parte il fatto che scambiare i propri medioevali pregiudizi contro i gay e le donne con ciò che un cristiano “non può dire diversamente” è un atto di arroganza teologica e presunzione personale inaudite, quanta anima ci sarà nelle vellutate poltrone della commissione europea?

Con le prediche da San Giovanni decollato Buttiglione è riuscito tuttavia a tenere banco sui giornali e in tivù, facendo perdere di vista agli italiani interessanti risvolti politici legati alle sue “sventure” terrene. In primis che in Europa la fazione clericale che fa capo al Vaticano non è onnipotente come in Italia. E che basti questo piccolo inciampo democratico a farli urlare “Aiuto, ci perseguitano”, solo perché non possono più opprimere gli altri come erano abituati a fare da millenni, è allo stesso tempo una testimonianza di abissale malafede e una fonte inesauribile di umorismo involontario. Vedere Buttiglione in tivù che vaneggia di congiure anticattoliche e descrive i cristiani come le vittime principali dei totalitarismi del XX secolo è uno spettacolo che suscita insieme indignazione e ilarità. Dove trova tanta faccia tosta un discendente diretto della Chiesa che bruciava gli eretici, le streghe e i sodomiti (e che seppe trovare soddisfacenti compromessi anche con il fascismo e il nazismo)?

Un secondo risvolto interessante che la propaganda buttiglionesca cerca di tenere accuratamente nascosto è che nel nostro bigotto Paese la pietra dello scandalo non è il filosofo con le orecchie a sventola e il sigaro in bocca ma l’omosessualità. Se infatti è evidente che il prevalente fattore di incompatibilità tra Buttiglione e l’Europa sono state le sue opinioni integraliste riguardo ai diritti dei gay, la discussione politica sulla vicenda, in Italia, ha sostanzialmente evitato di entrare nel merito. Invece che un dibattito sulla discriminazione degli omosessuali, come sarebbe stato lecito aspettarsi, abbiamo assistito a una comica disputa sulla libertà di coscienza dei cattolici. Questa incresciosa circostanza ribadisce due cose già ben note: 1) che il pregiudizio verso gay e lesbiche è ancora così forte da non essere neppure riconosciuto come tale; 2) che in Italia l’opinione laica è molto minoritaria, o quantomeno estremamente sottorappresentata.

Bruno Vespa che intitola una puntata del suo talk show “Gay, un problema politico?” e poi per gran parte della serata parla d’altro è l’emblema della censura che non riconosce se stessa. Quanto all’opinione laica, sono stati in pochi a dire senza troppe sbavature che il problema non sono le persecuzioni subite, bensì quelle compiute dai cattolici: i Radicali, Eugenio Scalfari, i giornali di sinistra. Ma già persino i leader politici della sinistra, pur dissociandosi doverosamente dalle posizioni di Buttiglione, hanno preferito evitare polemiche a sfondo religioso. Tutti gli altri hanno preso molto sul serio i gemiti del mancato commissario europeo. Pochi per discuterli, molti per accreditarli.

C’è in particolare da registrare che per l’occasione è crollata definitivamente, come un pezzo d’intonaco ammuffito, un’ illustre parte della tradizione laica italiana, passata armi e bagagli sotto le insegne del papa. Il tramite dell’anziano connubio è il presidente Bush, con la sua crociata anti islamica e la sua fede omofoba. Il succo del ragionamento degli ex laici fulminati sulla via di Baghdad, che si definiscono liberali di destra, è che la sfida globale lanciata dal fondamentalismo islamico si vince solo riscoprendo il buon vecchio fondamentalismo occidentale. Siccome però qualche secolo di libertà di pensiero e di battaglie per la libertà delle persone ha irrimediabilmente rammollito la coscienza laica dell’Occidente, non rimane che aggrapparsi all’unico residuo di identità forte sopravvissuto alla modernità e alla cosiddetta morte delle ideologie: la religione cristiana (nel nostro caso, cattolica). Per difendere l’aggressività di un capitalismo armato fino ai denti, insomma, ci si rivolge a Dio. Non è niente di nuovo sotto il sole, ma è sempre molto pericoloso per chi ci si trova in mezzo. Come noi e le nostre malcerte libertà, se non bastassero a commuoverci (come non bastano) le vittime della guerra di cui sentiamo il bollettino quotidiano al telegiornale.

Il più ruspante dei galli neopapalini è il direttore del “Foglio” Giuliano Ferrara, che dà battaglia in nome dei “valori forti” dalle colonne del suo giornale e dalla trasmissione che conduce sulla 7. Ma combatte anche in trasferta: qualche settimana fa è stato protagonista, a Milano, di un bagno di folla ciellino accanto a Buttiglione dal titolo stuzzicante: “Processo alla strega cattolica”. Poco dopo, Ferrara è stato avvistato a Roma, a un dibattito con i Radicali, in cui cercava di spiegare a un frastornato Marco Pannella che per non essere clericali bisogna difendere Buttiglione.

Il caso più impressionante di conversione al cattolicesimo di guerra, almeno dal punto di vista istituzionale, è in ogni caso quello del presidente del Senato Marcello Pera. Lui si che è un liberale coi fiocchi, diverse volte ha perfino mandato, dal suo alto incarico, messaggi di felicitazione al Gay Pride. Sentite però cosa ha dichiarato in una recente intervista pro-Buttiglione a “Repubblica”: “Affermo che, oggi, i liberali devono dirsi cristiani (…). Noi liberali non possiamo più limitarci a dire ‘non possiamo non dirci cristiani’. Adesso ‘dobbiamo dirci cristiani’. E tutti gli europei dovrebbero farlo, soprattutto se laici”. Poi Pera, incurante di ogni paradosso, si lancia in una dotta disquisizione su come il liberalismo sia zampillato naturalmente dalla religione in virtù del fatto che “l’individuo ha assunto dignità in sé perché in esso si è riflessa l’immagine di un Dio che si è fatto uomo”. Altro che illuminismo e rivoluzione francese, “è un fatto incontrovertibile”, spiega ancora Pera, “che buona parte dei comandamenti della tradizione giudaico-cristiana, dal non uccidere al non rubare, sono diventati norme giuridiche positive in tutti i codici degli stati europei”. È proprio quello che dicono i fondamentalisti cristiani in America: perché usare il codice penale quando abbiamo i dieci comandamenti? O i fondamentalisti islamici: quale altra legge ci serve se c’è già la Sharia? Ma loro almeno, secondo Pera, sanno chi sono. Noi europei, invece, “non sappiamo come fronteggiare il fondamentalismo islamico perché non sappiamo chi siamo. (…) Oggi paghiamo questo deficit culturale. La scristianizzazione dell’Europa, che da sempre angoscia anche il Papa, annacqua e svalorizza la nostra identità”.

La lezione del presidente del Senato seppellisce la laicità liberale post Risorgimento, ma in compenso rinverdisce il ruolo di ancelle del potere che per gli intellettuali italiani è ancora più antico e genetico delle radici cristiane. L’esito delle elezioni americane ci fa capire però che con Buttiglione e Pera non ci troviamo solo di fronte a uno scampolo di folklore nazionale. L’America di Bush si conferma punto di riferimento mondiale per il tradizionalismo più aggressivo e pretende in questa versione di rappresentare tutto l’Occidente. E l’Italia dei Buttiglioni è decisa a darle una mano. Contro l’Europa e contro le speranze che l’identità europea sappia esprimere una qualche alternativa alle logiche della guerra e dell’intolleranza.

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Incomincia con questo articolo la collaborazione tra il mensile cartaceo "Pride" e Gaynews.it.

Ogni mese ripubblicheremo una selezione di articoli tratti dal giornale.

Ringraziamo il direttore di Pride Giovanni Dall'Orto , l'editore Frank Semenzi e la redazione del mensile.



La Redazione


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