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| USA. Non sono solo i voti degli evangelici che hanno fatto vincere Bush |
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| Nel 2000 gli americani che votavano in base a questioni morali erano il 50% mentre nel 2004 sono satti solo il 22%. Pubblichiamo una interessante analisi dell'Economist-Il Foglio sul voto americano |
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| Lunedì 15 Novembre 2004 |
| di Il Foglio |
| in Focus |
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PICCOLA POSTA UNA DOCUMENTATA ANALISI DELL’ECONOMIST
NEL 2000 GLI AMERICANI CHE VOTAVANO IN BASE A QUESTIONI MORALI ERANO CINQUANTA SU CENTO, NEL 2004 VENTIDUE
In “A Confederacy of Dunces”, un romanzo di John Kennedy Toole ambientato negli anni Sessanta, il protagonista, Ignatius Reilly, si reca a un party gay per raccogliere sostegno
politico. “Al centro di un gruppetto di invitati c’era un giovinastro, vestito con un
giacca di pelle nera, che stava insegnando alcune mosse di judo, con grande delizia dei
suoi effemminati studenti. ‘Oh, insegnami quella mossa’ esclamò qualcuno che era lì vicino
dopo che un elegante invitato era stato girato in una posizione oscena e poi buttato a
terra in un tonfo di braccialetti e altri gioielli. ‘Buon Dio’, sbuffò Ignatius, ‘vedo che avremo
un sacco di difficoltà a conquistare il voto dei rozzi conservatori rurali calvinisti’”.
Ora, a quanto pare, il voto dei rozzi conservatori rurali calvinisti ha conquistato l’America.
Una maggioranza di elettori, uscendo dai seggi elettorali, ha detto che la questione più
importante della campagna sono stati i “valori morali”. Non, come si credeva, l’Iraq o
l’economia. E otto su dieci di questi moralisti hanno votato per George W. Bush.
Il pensiero che la destra cristiana antigay e antiaborto abbia deciso le elezioni ha sgomentato gli americani di sinistra. Sul New York Times Gary Wills ha scritto che un revival fondamentalista cristiano era in rivolta contro le tradizioni dell’Illuminismo su cui si
fonda il paese. “Io spero che tutti noi ci rendiamo conto del fatto che, dopo il 2 novembre,
i diritti dei gay sono ufficialmente cosa morta. E che da ora in poi saremo condotti
sempre più vicino alla gigliottina”, ha detto il commediografo Larry Kramer.
Gli europei laici si sono chiesti se per caso loro e gli americani vivessero su due pianeti
diversi. La settimana precedente le elezioni Rocco Buttiglione era stato costretto a ritirare
la sua candidatura a commissiario dell’Unione europea perché aveva detto che l’omosessualità è un peccato e che il matrimonio esiste in funzione dei figli e per la protezione delle donne. In America, avrebbe probabilmente vinto in Ohio. Der Spiegel, il più popolare settimanale tedesco, ha messo in copertina una foto della statua della libertà con gli occhi coperti da una bandiera americana; l’inglese Daily Mirror questa domanda: “Come
hanno potuto 59.054.087 milioni di persone essere così imbecilli?”. E un corrispondente
della Pravda, questa roccaforte dell’esperienza religiosa, ha affermato che “i fondamentalisti cristiani dell’America sono l’immagine riflessa dei talebani, perché entrambi
insultano e negano il loro Dio”.
Un paese che va in chiesa
Fermiamoci un istante. E’ assolutamente vero che uno dei presidenti americani più
apertamente religiosi degli ultimi tempi è stato rieletto con una maggioranza maggiore
di quella che l’aveva eletto la prima volta. E’ anche vero che 13 Stati quest’anno hanno approvato referendum per proibire il matrimonio gay e che un grande numero di americani
ha messo i “valori morali” in cima alla propria lista di preoccupazioni. Ma non si può
certo dire che formassero una moral majority. Osservate le statistiche: gli elettori dello
schieramento moralista sono stati soltanto il 22 per cento, appena due punti percentuale
in più di quelli che consideravano l’economia come la questione principale e tre punti in
più di quelli per i quali la questione fondamentale era il terrorismo. Qualche punto in
più o in meno (i sondaggi non sono interamente affidabili) e tutti avrebbero detto che
il punto essenziale di queste elezioni erano il posto di lavoro o l’Iraq. Per di più, quel 22 per
cento è una percentuale minore di quella registrata nelle due precedenti elezioni presidenziali, nel 1996 e nel 2000. Allora, rispettivamente il 35 e il 40 per cento degli elettori
avevano considerato fondamentali le questioni morali ed etiche, e un ulteriore 14 e 9
per cento avevano messo in cima alla lista l’aborto. Perciò, in quelle due elezioni, circa la
metà dell’elettorato ha dichiarato di avere votato in base a questioni morali, nelle ultime
elezioni lo ha fatto solo un quinto. Naturalmente, nel caso di quelle due precedenti elezioni
non esisteva ancora il problema del terrorismo, e non c’era stata alcuna recessione
economica. Perciò si potrebbe ritenere un fatto notevole che almeno un quinto dell’elettorato fosse ancora interessato alle questioni morali quando c’erano sul terreno altre numerose e scottanti questioni. Forse è così, ma tutto questo significa che la guerra
contro il terrorismo non ha mutato in modo decisivo le divisioni culturali, morali e religiose
che polarizzano da tempo l’America. E’ anche importante valutare il voto religioso-
morale sullo sfondo della religiosità americana in generale. L’America è tradizionalmente
un paese molto più religioso di qualsiasi nazione europea: l’80 per cento degli
americani dice di credere in Dio, e il 60 afferma che “la religione svolge un ruolo importante”
nella sua vita. La differenza potrebbe stare nel fatto che si sta intensificando
la religiosità del paese. Inoltre, e questo potrebbe essere ancora più importante, si è
più disposti a tollerare un coinvolgimento della religione nella sfera pubblica. Uno studio
del Pew Research Center ha rilevato che il numero di coloro che “concordano pienamente”
con i dogmi fondamentali del cristianesimo è aumentato notevolmente tra il 1965
e il 2003. Allo stesso modo, è aumentato anche il numero di coloro secondo i quali ci sono
precisi criteri guida per distinguere il bene dal male. I sondaggi effettuati dalla Gallup
negli anni Sessanta hanno rivelato che più di metà degli americani riteneva che le chiese
non dovessero immischiarsi nella politica. Ora, più di metà degli americani ritiene invece
che possano farlo. Allo stesso tempo, accanto a tutti questi segnali di una religiosità più intensa, ci sono dimostrazioni di equilibrio e tolleranza. Il sostegno per i rapporti interrazziali è praticamente raddoppiato dal 1987 a oggi; la discriminazione nei confronti delle persone malate di Aids è diventata socialmente inaccettabile; la tolleranza nei confronti dei gay è aumentata notevolmente, anche se il matrimonio omosessuale continua a essere considerato una questione completamente diversa. Gli americani possono anche aggrapparsi tenacemente a una visione rigida della moralità personale, ma dichiarano di non volere imporre le loro idee agli altri (l’aborto sembra essere la grande eccezione).
Il fatto che ci sia stato un sostanziale voto religioso-morale non costituisce di per sé la
prova di una vittoria politica dei conservatori religiosi. Né rappresenta per forza un segno
di crescente intolleranza. La vera questione è se nelle ultime elezioni c’è davvero
stato qualche cosa di nuovo che potrebbe aprire le porte a cose di questo genere nel futuro. La risposta è sì, anche se non nel modo in cui potreste aspettarvi.
Nel 2000 hanno votato 15 milioni di protestanti evangelici, il 23 per cento dell’elettorato,
e il 71 per cento di loro ha votato per Bush. Questa volta, secondo le stime di Luis Lugo,
direttore del Pew Forum on Religion and Public Life, hanno di nuovo rappresentato
circa il 23 per cento dell’elettorato, il che significa che il loro numero non è aumentato.
Ma questa volta il 78 per cento di loro ha votato per Bush, assicurandogli 3,5 milioni di
voti in più. Il totale dei voti di Bush è aumentato di 9 milioni (da 50.5 milioni nel 2000 a 59.5
milioni nel 2004): i protestanti evangelici hanno inciso per più di un terzo su questo aumento. Le elezioni hanno dimostrato che, pur non essendo aumentato il loro numero, gli
evangelici sono diventati più importanti per i repubblicani. Secondo uno studio effettuato
per il Pew Forum da John Greem dell’università di Akron, in Ohio, la proporzione di
evangelici che si dichiara repubblicana è salita dal 48 al 56 per cento nel corso degli ultimi
12 anni, facendoli diventare il segmento più solido della base del partito. […] Bisogna anche tenere presente che la destra religiosa e l’America religiosa non sono la stessa cosa. La moral majority di Bush dipendeva anche dai voti di altri gruppi religiosi. I cattolici, con il 27 per cento degli elettori, sono più numerosi degli evangelici e, cosa inaspettata, il candidato repubblicano ha ottenuto la maggioranza del voto cattolico (52 per cento, contro il 47 di Kerry). Bush ha anche aumentato la sua fetta di elettorato cattolico ispanico, passando dal 31 per cento nel 2000 al 42 per cento nel 2004. […] Secondo Lugo hanno votato per Bush 3.5 milioni in più di cattolici che nel 2000 e hanno avuto per Bush altrettanta importanza degli evangelici. Questo mette in luce anche un altro sviluppo.
Le elezioni sembrano avere consolidato la tendenza dei membri più osservanti
di ogni chiesa a votare repubblicano. Durante la campagna elettorale, tra i cattolici si è
scatenata un’accesa discussione sul sostegno dato da Kerry al diritto d’aborto. L’ortodossia
cattolica ha condannato la sua presa di posizione […] i cattolici progressisti hanno difeso
il senatore, ma i risultati elettorali dimostrano che l’ortodossia ha vinto. Green suddivide ogni chiesa in tre gruppi: tradizionalisti, centristi e modernisti […]. I tradizionalisti credono nella dottrina della chiesa e vanno a messa almeno una volta la settimana; i modernisti hanno un impegno più distaccato. I tre gruppi più solidamente repubblicani sono gli evangelici tradizionalisti, i protestanti tradizionalisti e i cattolici tradizionalisti. I modernisti tendono verso il partito democratico. I risultati delle elezioni si accordano con questa suddivisione: le persone che vanno in chiesa almeno una volta la settimana hanno votato per Bush con una proporzione di due su uno. Ciò sembra stravolgere il modello storico, in base al quale gli evangelici votavano repubblicano, i cattolici democratico e i protestanti (luterani e metodisti) o per l’uno o per l’altro. La conseguenza che bisogna trarre da questi
dati è che la Moral Majority di Bush non è, come spesso si crede, semplicemente un
gruppo di cristiani evangelici di destra. Al contrario, è formata da tradizionalisti e fedeli
osservanti di ogni sorta: cattolici e protestanti, così come evangelici, mormoni e via dicendo.
Nel frattempo, i modernisti evangelici (ebbene sì, ce n’è qualcuno) tendono a votare
democratico. La domanda fondamentale per i prossimi quattro anni è che cosa chiederà a Bush la base tradizionalista e se Bush le darà ciò che desidera. […] Il quadro è più complicato di quanto sembri. Per esempio, all’interno di tutti i gruppi religiosi, molti ritengono che le persone svantaggiate dovrebbero ricevere assistenza del governo “per ottenere il posto che gli spetta in America”. Tutti sono a favore di più sostanziosi programmi antipovertà, persino se questo significa un aumento delle tasse. Tutti sostengono più rigide legislazioni per la protezione dell’ambiente. I conservatori religiosi sono stati tra i più decisi sostenitori per un aumento degli aiuti ai paesi poveri. Anche le differenze tra i vari gruppi religiosi sono notevoli. I tradizionalisti protestanti sono a favore di una riduzione delle
spese governative. Invece, tutti i cattolici sono a favore di un loro aumento. I tradizionalisti
evangelici sono di solito l’ago della bilancia. L’81 per cento dice che la religione ha
importanza nelle loro opinioni politiche (molto più che ogni altro gruppo). Sono i soli a
considerare le questioni culturali più importanti di quelle economiche e di politica estera.
Sono i più decisamente opposti all’aborto e al matrimonio gay. Hanno anche precise
concezioni di politica estera: sette su dieci dicono che l’America ha un ruolo speciale nel
mondo, e due terzi pensano che l’America debba appoggiare Israele nel suo conflitto
con i palestinesi. Cosa accadrà?
La nuova importanza assunta dai tradizionalisti evangelici sarà in grado di spingere il
presidente nella direzione da essi voluta? Non necessariamente. La molteplicità dell’opinione religiosa conservatrice significa che Bush non ha bisogno di farsi intrappolare da una sola corrente della sua base religiosa, anche se certamente non la trascurerà. Per
esempio, le opinioni sioniste degli evangelici sono messe in ombra dalle posizioni più equilibrate dei cattolici e dei protestanti, il che significa che il presidente può provare a rimettere in moto il processo di pace in medio oriente senza rischiare l’ira di tutta la sua base religiosa. E poiché le chiese evangeliche sono decentralizzate, e per certi versi prive di un leader a livello nazionale, sarà difficile per chiunque riuscire a mobilitarle contro un
presidente che apprezzano e rispettano. Saranno inevitabili tentativi di imporre le
politiche sociali conservatrici. Tra queste figura l’emendamento federale per proibire il
matrimonio gay. Per di più, alla vigilia delle elezioni, Bush si è dichiarato a favore delle
unioni civili, che sono approvate da più di metà della popolazione americana, compresi
molti conservatori religiosi. Vi è inoltre la proposta di estendere la probizione dell’aborto
anche per le gravidanze di tre mesi e, cosa ancora più importante, di nominare giudici
conservatori in ogni seggio vacante della Corte suprema. Questa settimana c’è stato un
segno premonitore del futuro quando i repubblicani hanno cercato di spodestare il senatore
Arlen Specter dalla carica di presidente del comitato che presiede alle nomine
per la Corte suprema, dopo che Specter aveva detto che difficilmente sarebbero stati riconformati al loro posto i rigidi oppositori all’aborto. Per gli avversari di Bush, e anche per molti repubblicani socialmente liberal, i risultati delle elezioni e le sbandierate ambizioni
degli evangelici rappresentano una grande sconfitta: la vittoria di un aggressivo conservatorismo sociale sulla tradizione dello small government, in cui la moralità non viene sottoposta a legislazione. Potrebbe, in effetti, essere questo il risultato finale, ma non necessariamente. Il diversificato spettro di opinioni sostenute dai sostenitori religiosi di Bush
concede al presidente, e alla sua nuova amministrazione, un notevole margine d’azione.
© The Economist per concessione di Panorama
(traduzione di Aldo Piccato)
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