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| Il Foglio: Cheney ha ragione e torto |
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| Editoriale sul quotidiano di Giuliano Ferrara: perchè i gay vogliono il matrimonio? |
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| Giovedì 26 Agosto 2004 |
| di Il Foglio |
| in Focus |
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I tabloid americani accorciano il vicepresidente in “veep”. Lui è Dick Cheney, un famoso macho in un’amministrazione testosteronica. Sua figlia è lesbica.
Da quattro anni Cheney ripete che sua figlia deve, come tutti coloro che sono omosessuali, potersi scegliere liberamente il suo modo di vita, senza rinunciare a diritti che il matrimonio legalmente conferisce. Oggi la cosa fa più notizia di ieri, perché il boss di Cheney, George Bush, vorrebbe scrivere nella Costituzione americana che il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna, ciò che molti pensatori del moderno considerano una bizzarria. Però una quota rilevante degli elettori di Bush e di Cheney (e anche una bella fetta degli elettori democratici) la pensa così, e appena può vota in conformità a questa idea, come è avvenuto di recente nel Missouri.
La faccenda ha importanza civile e politica, oltre che un peso elettorale legato al grande attivismo repubblicano della destra che punta sui valori, i social conservative, quelli dell’aborto e della difesa della libertà di culto. Ma i politici americani sono liberi e disinvolti, così un classico campione della destra prende su questo tema, senza problemi, una posizione generalmente sostenuta dai liberal.
A sua volta, un campione liberal come Bill Clinton aveva varato nel 96 una legge a tutela del matrimonio che autorizzava gli Stati a non riconoscere le legislazioni pro matrimonio gay varate in altri Stati. Nei sistemi politici solidi ci si scambiano le parti e si va al nucleo dei problemi, quando lo si giudica necessario.
Poi si decide con le note procedure della democrazia liberale.
Cheney ha ragione, però Bush non ha torto. Nessuno vuole impedire un’unione civile fra persone dello stesso sesso, con gli stessi effetti legali di un matrimonio e qualche problema in più da risolvere per quanto riguarda la questione dei figli. E anche sul terreno religioso, la libertà vale per tutti: una congregazione episcopaliana che conta due milioni di fedeli ha ordinato vescovo un pastore gay. Ma perché bisogna chiamare matrimonio questo tipo di unione? Perché si grida alla discriminazione se una parte della società, forse la maggioranza, vuole proteggere il brand, il marchio di fabbrica di una usanza ancestrale? I più onesti fra i leader del movimento gay affermano di volere proprio il matrimonio, e non altro, perché desiderano partecipare di questa istituzione in tutto il suo sapore carismatico, forse romantico, e non si accontentano di inventarsene una apposta per loro, con gli stessi caratteri contrattuali ma diversamente denominata. Ma questa non è un’intrusione, un assalto piuttosto intollerante alla diversità e identità della famiglia tradizionale, insomma una clamorosa prepotenza?
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