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| Bus e i matrimoni gay. Una questione di civiltà. In bilico |
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| «Non c'è nessun danno per nessuno. E' una questione d'amore». Il sindaco Gavin Newsom e le migliaia di gay e lesbiche che si stanno sposando a San Francisco in questi giorni l'hanno detto e ridetto |
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| Mercoledì 25 Febbraio 2004 |
| di Il Manifesto |
| in Focus |
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COMMENTO
GIANNI ROSSI BARILLI
«Non c'è nessun danno per nessuno. E' una questione d'amore». Il sindaco Gavin Newsom e le migliaia di gay e lesbiche che si stanno sposando a San Francisco in questi giorni l'hanno detto e ridetto, ma non sono riusciti a convincere George Bush. Il presidente ha deciso finalmente di scendere in campo, come direbbe il suo amico Silvio, per blindare nella costituzione l'esclusiva eterosessuale sul matrimonio, con la valanga di benefits federali connessi. Per lui non è affatto una questione d'amore. Di quattrini e di voti magari sì, perché i sondaggi dicono fra l'altro che la maggioranza degli americani è piuttosto allarmata dai matrimoni gay. Ma non è solo questo. La scelta di Bush ha un'ispirazione ideale: che la sacralità attribuita al matrimonio dalla religione cristiana debba influenzare le leggi dello stato laico e che l'ordine sociale esista a partire dal fatto che qualcuno ne fa le spese.
Se quello che avviene nel mondo reale mette in discussione questi solidi presupposti, vuole proprio dire che è arrivato il momento di imbalsamare la realtà con la forza. Là dove neppure Terminator-Schwarzenegger ha il potere di arrivare, ci pensa George junior. E pazienza se in quest'ennesima opera per la restaurazione del bene finisce per ritrovarsi in sintonia con un'infinità di regimi autoritari, alcuni dei quali ha perfino fatto bombardare in nome dei diritti umani.
Sul tema della libertà degli individui dai vincoli stabiliti dalle culture patriarcali è in atto nel mondo una battaglia durissima, che ancora moltissimi uomini e donne pagano a carissimo prezzo di persona.
L'occidente democratico è stato e rimane la punta avanzata di questo scontro, assolutamente cruciale per il futuro, ma stenta ancora a trovare una definizione estesa quanto basta dell'espressione «diritti umani». Per esempio, e per limitarci alla questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso: pare normale a un Bush (o a un Berlusconi) impedire a tutti i costi a uomini e donne adulti di poter chiamare famiglia la propria famiglia. Per giunta in tempi in cui la famiglia sembra diventare ogni giorno di più la destinataria esclusiva di ogni politica sociale.
E allora bisogna dire che non è solo questione d'amore, ma di libertà e di equità. Bisogna lasciare da parte i quadretti eroici delle famiglie gay e lesbiche in lotta, dotate spesso di una solidità militante che molti eterosessuali invidiano, e ricordare piuttosto che sessant'anni fa gli stessi argomenti oggi usati contro i matrimoni gay erano quelli di chi si batteva contro i matrimoni interrazziali. O ricordare magari, come ha scritto qualche giorno fa il presidente della Commissione europea Romano Prodi in un articolo sul rifiuto dell'antisemitismo, che «le civiltà si possono giudicare dal modo in cui trattano le loro minoranze». La nostra è già molto in bilico. Speriamo che le prossime elezioni, a Washington come a Roma, non ci facciano cadere ancora più in basso.
Nozze gay il bando di Bush
Il presidente annuncia un emendamento alla Costituzione degli Stati uniti «per difendere l'istituzione fondante della nostra civiltà, il matrimonio tra uomo e donna». Sarà un processo lunghissimo, di anni, ma forse gli porterà voti nelle prossime presidenziali e potrebbe dividere i democratici. Proteste delle comunità gay, applausi dei gruppi ultraconservatori
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK
George Bush lo aveva annunciato durante il discorso sullo Stato dell'Unione di due settimane fa, rispondendo alla sentenza della Corte suprema del Massachusetts che dischiarava «incostituzionale perché discriminatoria» la proibizione ai gay di sposarsi; poi lo aveva ribadito l'altro giorno dicendosi «turbato» da ciò che stava avvenendo nel comune di San Francisco (oltre tremila licenze di matrimonio concesse a coppie gay, in una specie di grande festa nella piazza principale della città più «liberal» d'America). Ieri lo ha ufficializzato: vuole un emendamento alla Costituzione degli Stati uniti che metta al bando in modo inequivocabile il matrimonio fra persone dello stesso sesso. «Mi rivolgo al Congresso - ha detto Bush ieri mattina nella sala Roosevelt della Casa bianca (cui di solito si ricorre per dare particolare solennità agli annunci presidenziali) - affinché passi prontamente e spedisca agli stati un emendamento alla nostra Costituzione che definisca e protegga il matriminio come un'unione fra uomo e donna, un marito e una moglie... L'istituzione fondante della nostra civiltà va protetta».
E' possibile che Bush, non essendo la larghezza di vedute il suo forte, sia davero «turbato» dall'idea che due uomini o due donne possano sposarsi, ma di sicuro il suoi turbamenti maggiori, in questi giorni, vengono dai numeri continuamente forniti dai sondaggi che mostrano non proprio facile la sua rielezione e che indicano come preoccupazione numero uno, nella popolazione americana, un problema su cui lui può fare ben poco (dopo averlo creato) di qui al voto di novembre: la mancanza di posti di lavoro. Così, eccolo rispondere agli appelli accorati (ma anche minacciosi) della sua «base», i fondamentalisti religiosi del sud, affinché intervenga su questo problema dei matrimoni gay - che oltre tutto promette anche di allargarla, quella base.
Per essere approvato, infatti, un emendamento alla Costituzione (il cui progetto esiste già, è stato presentato da una deputata del Colorado di nome Marilyn Musgrave) deve ottenere una maggioranza dei due terzi alla camera, la stessa maggioranza al senato e poi una maggioranza dei tre quarti dei parlamenti di ognuno dei cinquanta stati. Questo vuol dire che il processo è tanto lungo che si può contare in anni, ma vuol dire anche che un risultato positivo è ottenibile solo se l'emendamento è approvato anche da una parte consistente dell'opposizione. Dunque i democratici, e in primo luogo ovviamente il loro candidato alla Casa bianca, saranno costretti a pronunciarsi e quindi a camminare sull'asse sospeso fra il sostegno ai diritti degli omosessuali e il timore di dispiacere quella parte di elettori meno pronta a riconoscere tali diritti - una parte che al momento appare largamente maggioritaria: attorno al 65 per cento, secondo alcuni sondaggi.
John Kerry, a tutt'oggi il più probabile candidato democratico, ha già detto di approvare le «unioni civiche» fra gay che riconoscano loro tutti i diritti riservati ai coniugi «normali» - la proprietà in comune, l'estensione dell'assistenza medica, l'eredità, per non parlare di tutte quelle situazioni (per esempio i casi di ricoveri d'urgenza in ospedale) in cui «solo i familiari» sono amessi - senza però chiamarle «matrimoni». Ma questo è proprio il punto della recente sentenza della Corte suprema del Massachusetts, secondo cui la negazione di quella parola costituisce una sorta di «marchio di distinzione in negativo» impresso sulle coppie gay, che costituisce di fatto una discriminazione.
Oltre tutto, se il parlamento del Massachusetts non varerà una legge per impedirlo (e finora non c'è riuscito, tanto che il dibattito è stato sospeso) la sentenza della Corte suprema diventerà esecutiva e in questo stato si annuncia «un'altra San Francisco». Che stavolta avrà l'avallo del massimo organo giudiziario dello stato. Qualcosa di simile potrebbe avvenire in California, dove il sindaco di San Francisco Gavin Newsom, l'artefice della «grande festa», si è già rivolto alla Corte suprema contro l'ingiunzione del governatore Arnold Schwarzenegger di fermarsi.
Insomma quella «confusione» cui Bush ha detto di voler porre fine con l'emendamento sembra destinata a salire. Che succederà, per esempio, alle coppie sposate nel Massachusetts che si trasferiscono in un altro stato? E che succederà con i cittadini americani sposati in Canada, dove i matrimoni gay sono stati riconosciuti in due importanti province? «La verità vera - diceva giorni fa il New York Times - è che l'opposizione ai matrimoni fra gay nasce dalla paura che si dimostri nei fatti che quei matrimoni non costituiscono un pericolo per nessuno».
Il paese intanto reagisce spaccandosi. Durissime, ovviamente, le organizzazioni gay: per la National Gay and Lesbian Task Force, uno dei movimenti di punta, l'annuncio di Bush «è una dichiarazione di guerra all'America omosessuale... un insulto alle nostre famiglie, alla nostra dignità, al nostro contributo alla vita di questa nazione». Protestano anche i (pochi) gay del partito repubblicano, riuniti nel gruppo Log Cabin Republicans: «Con l'annuncio di oggi il presidente ha messo a rischio il voto di omosessuali che nel 2000 si erano schierati per lui». Di contro, veementi applausi dagli iperconservatori come il reverendo Louis Sheldon della Traditional Values Coalition: «Matrimoni gay, unioni civili, partnership domestiche sono tutte parti dello stesso piano per dare una parvenza di normalità al comportamento omosessuale, ma Bush lo smaschererà».
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