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| Al Futureshow si discute di "domini" ovveroe disciplinare la rincorsa a Internet |
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| La liberalizzazione dei "Domini" ha creato una enorme quantità di richieste, ma le registrazioni vanno alento. Le proposte del convegno di Bologna |
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| Domenica 02 Aprile 2000 |
| di Franco Grillini |
| in Focus |
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In un Futureshow a Bologna dove era quasi impossibile passeggiare tra gli stand tanta era la folla, un convegno (vedi foto) sui nomi a “Dominio” cercava di analizzare e proporre soluzioni ad un’altra ressa: quella alla rincorsa alla registrazione di quelle paroline che costituiscono l’indirizzo web indispensabile per avere un sito. Attorno a questi indirizzi si sta giocando una partita miliardaria di grandi proporzioni se si pensa che un mese fa “cinema.com” è stato venduto ad una major del cinema USA per 900 mila dollari (1 miliardo e 800 milioni di lire). In Italia non è consentito vendere un dominio “.it” proprio per evitare il “cybersquotting”, le speculazioni (vedi gli articoli di rassegna stampa in calce). Anche se qualcuno, come il finanziere sardo Nichi Grauso, ha registrato di tutto compreso il cognome di 500 mila italiani.
Al convegno del Futureshow erano presenti le massime autorità responsabili della registrazione in Italia dei domini “.it” e diversi avvocati relatori sulle normative che tutelano i marchi registrati o noti.
Il dibattito, brillantemente presieduto da Alessia Ambrosiani, autrice del volume “La tutela del nome di dominio” (ed. Simone, Napoli 2000), ha messo in luce le difficoltà burocratiche per chi in Italia intende registrare un dominio e aprire il relativo sito web. In particolare è emersa la richiesta di abolizione della LAR, lettera di Assunzione di Responsabilità, l’85% della quali (è un dato reso noto dalla rappresentate di Worldonline) risulta sbagliata e quindi inficiante la registrazione stessa. Questa lettera e questa burocrazia non esiste in molti paesi dove è possibile fare una registrazione di un sito web in pochi giorni mentre in Italia occorre ormai un mese e più. Proprio per questo sono state annunciate importanti novità come la modifica dei moduli a partire dal 15 aprile prossimo, mentre con Worldonline si sta sperimentando l’invio congiunto del modulo e della LAR.
Franco Grillini, presente al convegno, è intervenuto per mettere in luce le difficoltà nella registrazione dei domini e per avanzare alcune proposte di razionalizzazione come l’abolizione di alcuni passaggi burocratici come la LAR.
Molto interessante i contributi di alcuni legali che sono intervenuti sul problema della tutela dei marchi registrati e non. E’ stato detto con chiarezza che è possibile ricorrere contro i tentativi di registrazione di marchi relativi ad attività similari o simili a nomi già esistenti sia in sede legale che alla commissione arbitrale della Naming Authority. Tra gli altri è intervento l’avvocato Francesco Maria Landolfi autore del saggio “Il diritto nel cyberspazio” (ed. Simone, Napoli 2000). In Italia le registrazioni sono gestite dall’Istituto per le Attvità Telematiche del CNR, quindi da un ente pubblico.
La Stampa domenica 2 aprile 2000
Il Governo si sta muovendo per bloccare l'accaparramento dei nomi utilizzabili negli indirizzi Web dopo il www.
Niki Grauso nel mirino per l'acquisto di domìni
Fervono le polemiche per l'iniziativa di Niki Grauso, consigliere regionale ed ex editore del Gruppo Unione Sarda, che ha acquistato 500 mila domini di Internet con cognomi e desinenze varie, regionali, nazionali ed internazionali. Questa sua mossa ha suscitato un'immediata reazione del Governo che si sta muovendo per bloccare l'acquisto dei domini.
Per il sottosegretario all'innovazione tecnologica, Stefano Passigli, intervistato da Affari italiani, quello di Grauso "è un abuso, che potrebbe alterare il mercato, configurandosi come concorrenza sleale. Non è possibile tollerare simili forme di accaparramento". Resta da verificare "se le leggi esistenti interpretate per analogia possono permettere di considerarlo un illecito, oppure se è necessario varare una normativa ad hoc che, ovviamente, richiederebbe più tempo". Nella lista dei 500 mila domini acquistati da Nichi Grauso, pare per circa 50 miliardi di lire, oltre ai nomi di cose, in tutte le più importanti lingue del mondo, sono registrati nomi dei santi e nomi di battesimo. In più molti cognomi di giornalisti, parlamentari e magistrati. Oltre ai sardi Carlo Piana e Mauro Mura, anche Caselli e Vigna. Inoltre sono stati registrati i nomi di tutti i parlamentari e dei consiglieri regionali in Sardegna.
Grauso, che si trova a Zanzibar per completare l'acquisto dei domini nel continente africano, ha dichiarato: "con questa operazione intendo portare avanti diversi progetti. Il primo è creare un sistema di commercio elettronico globale più evoluto che potrà fare a meno dei motori di ricerca, digitando semplicemente la parola chiave del prodotto che interessa".
Dell'acquisto dei domini, l'ex editore ne aveva fatto cenno in un intervento in Consiglio regionale, volendo tutelare l'identità sulla Rete delle reti di persone a lui care e di tutti i Consiglieri regionali. "La mia - ha spiegato - è un'operazione che punta a gestire i cosiddetti domini di terzo livello (quelli dove il «www» iniziale viene sostituito con altre sigle, per esempio www.grauso.com. può diventare giorgio grauso.com.). Il lancio commerciale avverrà tra due mesi e sarà realizzato da una società non italiana". Per quanto concerne il nome delle persone note, utilizzati per indicare i domini, si è giustificato dicendo che non c'è una legge che lo vieta e di averli presi dagli elenchi telefonici. "Comunque - precisa l'onorevole - i domini che ho acquistato non sono in vendita. Piuttosto faremo direttamente e-commerce, o magari creeremo delle partnership con chi è interessato".
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Il resto del Carlino 29 febbraio 2000
GRAUSO FA INCETTA DI DOMINI. PASSIGLI: "LO FERMEREMO"
L'imprenditore sardo ha registrato 500 mila siti, usando anche nomi di politici e giudici. Ha speso 60 miliardi: vuole rivenderli per speculare? Il sottosegretario: "E' un abuso. Manca una legge ma stiamo studiando come intervenire"
Spiazza tutti ancora una volta, Nicola Grauso, pioniere di Internet in Italia. Da Cagliari o forse da Zanzibar dove dice di essere , l'ex editore ha registrato 500mila domini in Rete usando cognomi e desinenze di tutto il mondo. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, ha acquistato pezzi di cyberspazio a nome e per conto di altri investendo la fantastica cifra di sessanta miliardi di lire. Ora ha in mano un capitale che, rimesso sul mercato, ovvero rivenduto ai legittimi intestatari, varrebbe una fortuna.
Un business? Una spregiudicata speculazione finanziaria? Una provocazione contro "l'elite che sazia se stessa e non capisce il cambiamento", come ha fatto sapere lui stesso? L'unica cosa certa, per ora, è che se in America l'occupazione abusiva della Rete è illegale, perseguibile dai giudici secondo una legge approvata dal Congresso, in Italia le eventuali azioni punitive o di controllo sono ancora da studiare. "L'operazione di Grauso, se confermata, è senza dubbio un abuso - dice Stefano Passigli, sottosegretario alle nuove tecnologie - E il governo deve intervenire. Stiamo cercando di capire come".
Leggi ad hoc come quella americana contro il 'cybersquatting' non ce ne sono. Se dunque il campo giudiridico d'azione deve essere nazionale, al governo italiano non resta che provare ad applicare normative generali come quella, ad esempio, contro la concorrenza. "L'occupazione indiscriminata degli spazi in Rete - spiega Passigli - potrebbe configurarsi come un ostacolo all'andamento corretto del mercato".
Ma c'è un'altra strada che Palazzo Chigi sta tentando di percorrere. "L'occupazione definitiva del web avviene in America, dove ha sede l'autorità di registrazione dei siti - continua il sottosegretario - Dunque non è da escludere che possa essere applicata la normativa in vigore negli Stati Uniti. Ci stiamo consultando con altri paesi per capire se l'ipotesi è realistica". Resta infine la causa per danni. "In attesa di stabilire se e come l'occupazione abusiva del web può essere considerata un illecito penale - dice ancora Passigli - possiamo intanto optare per la causa civile per danni. Ma i tempi, è chiaro, sarebbero ben più lunghi".
di Geraldina Fiechter
Vuoi un sito su Internet? Manda un fax
di Beppe Severgnini
dal Correre di mercoledì 29 marzo 2000
In Italia, per registrare un sito Internet, occorre, spedire un fax. Pensateci. è strepitoso. E' come se, per ottenere la targa dell'automobile, fosse necessario presentarsi in bcicletta. Supponiamo di voler registrare l'indirizzo www.beppe.it. Per prima cosa, dobbiamo inviare, una lettera di assunzione di responsabilità a Telecom Italia, che ha stipulato il contratto con la Registration Authority Italianu (Cnr, Istituto Applicazioni Telematiche) «per la registrazione per conto proprio o per conto terzi di nomi a dominio “.it”. Non possiamo usare la posta elettronica, come logica vorrebbe: solo fax (0636879182, spesso occupato).
Telecom, tuttavia è magnanima. L'obbligo del fax resta, ma “se vi è sícurezza della corretta compilazione del documento è possibile inoltrare il documento direttamente alla Registration Authority Network Information Center» (che sta a Ghezzano, provincia di Pisa, e non si capisce perché debba usare tutti quei nomi inglesi).
Dicono le istruzioni: è bene inviare copia anche a Telecom. Con questo risultato (episodio di ieri): una registrazione è stata negata perché il nome (dominio) risultava occupato. Poi si e scoperto che si trattava della stessa persona, la quale per essere zelante e tere tutti informati, faceva concorrenza a se stessa.
Non solo. La «lettera di assunzione responsabilità» è complessa (roba da vecchi avvocati, più che da nuovi imprenditori): la formula è già cambia; e i tempi di registrazione vengono definiti "flessibili» (un mese, attualmente). Se invece volessimo registrare un dominio presso l'autorità internazionale (esempio www.beppe.com). basterebbero una email e una carta di credito (tempo: mezza giornata). Domanda: perché Telecom e Cnr si sono accollati questa (prevedibile) mole di lavoro, se non possono/sanno svolgerlo? E poi, una curiosità: dove li mettono tutti quei fax?
Affitteranno gli scantinati, dei servizi segreti, o hanno una soluzione miliore? Qualcuno starà pensando: per fortuna ci sono i giornalisti, per raccontare queste cose. Errore: non siamo migliori. Nel prossimo esame per giornalisti professionisti (Roma, 29 aprile) sarà ancora vietato usare il computer, solo macchina per scrivere (non elettrica). Ma i ragazzi di 25 anni non l'hanno mai usata, e incastrano le dita tra i tasti. Alcuni hanno dovuto fare dei corsi, e tutti hanno un problema: dove comprare i nastri, che ormai non vende più nessuno (speriamo che i «Giornalisti» che esordiscono domani su Canale 5 siano più moderni di così).
Vi siete divertiti, cari lettori? Bene: ma adesso preoccupatevi. Non è sufficiente lodare la New Economy: bisogna costruirla (partendo dal basso, possibilmente; le case costruite dall'alto crollano, come sanno i bambini allenati col Lego). La passione italiana per le celebrazioni, tuttavia, incalza: abbiamo deciso che siamo nel futuro, e nessuno ci convincerà del contrario. Attenzione, però. Così rischiamo che la «società dell'informazione» venga data per fatta, così come certi libri vengono dati per letti (e gli scioperi per regolamentati, e la corruzione per sconfitta).
Ecco, dunque, un lavoro per i prossimi mesi: impedire che la realtà quotidiana venga superata dalla retorica nazionale (che, notoriamente, corre veloce). L'Italia non è più quella della «Concessione del telefono» descritta da Camilleri. LItalia è una Ferrarí che ha voglia di correre: basta toglierle il freno a mano. Cominciamo dalle piccole cose: le registrazioni Internet avvengano via Internet; e i futuri protagonisti dei new media possano venir giudicati su un mezzo nuovo (neppure tanto, ormai): il computer. Altro che «portale di Stato per il commercio elettronico», presidente D'Alema. Ci pensiamo noi a costruire: lei ci aiuti a levare di mezzo le macerie.
Beppe Severgnini www.corriere.it/severgnini
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