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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
FRANCO GRILLINI UN’ANALISI SULLA
FRANCO GRILLINI UN’ANALISI SULLA "DIVERSITA’" E RAZZISMO IN ITALIA
L’«invisibilità» finalmente è finita C’è solidarietà, il problema omosessuale non è più tabù. Da La Stampa di lunedì 3 luglio 2000
Lunedì 03 Luglio 2000
di Gay.it
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Franco Grillini STIAMO ricevendo molta solidarietà per gli ostacoli che vengono frapposti al regolare svolgimento del Gay Pride inaugurato l’altro ieri sera a Roma. La richiesta di sospendere per un intero anno l'esercizio di una libertà costituzionale fondamentale nella capitale del Paese ha giustamente suscitato sdegno e indignazione. La prepotenza e l'arroganza di chi vuol privare del diritto di manifestare a Roma una minoranza per secoli perseguitata con massacri e con roghi dalla Chiesa di Roma, e ancor oggi oggetto di discriminazioni e diffamazioni, ha suscitato grande emozione, anche all'interno dello stesso mondo cattolico. C'è da scommettere che dopo l'8 luglio interminabili polemiche riguarderanno l'abbigliamento dei manifestanti dimenticando la caratteristica festosa e irriverente dei gay pride che non sono cortei funebri. Quel che rischia di passare in sordina è che non solo la questione del diritto di manifestare chiama in causa l'esercizio delle libertà fondamentali. È l'intera questione gay che, in tutto l'Occidente liberale salvo l'Italia, è da tempo riconosciuta come nient'altro che una mera questione di diritti umani (da anni, per esempio, dal Parlamento europeo come da Amnesty International). Non di "stili di vita" liberamente prescelti su cui sia lecito esprimere giudizi di opportunità o di gradevolezza estetica, non di usi e costumi, e neppure di moralità, perché ogni comportamento morale presuppone che esista una libertà di scelta. La condizione omosessuale non è oggetto di scelta, ma di constatazione. Da sempre una consistente minoranza di uomini e donne - il 5% almeno secondo l'Oms - si accorge che i propri desideri affettivi ed erotici si indirizzano verso persone del proprio sesso, in modo altrettanto spontaneo e naturale quanto per la maggioranza eterosessuale si indirizzano verso individui del sesso opposto. Nonostante che tutto, non solo la famiglia, la scuola, la società intera, ma perfino i coetanei, spinga sempre nella direzione opposta. Ciascuno, da sempre, se ne accorge da solo. Quasi sempre né i genitori né gli amici se ne rendono conto, perché solo raramente gli omosessuali reali corrispondono allo stereotipo dell'effeminato appariscente che, essendo visibile, ha incarnato per secoli la sola idea dell'omosessuale concepita dalla maggioranza. Spesso la scoperta è traumatica. Almeno la metà dei suicidi definiti "inspiegabili" di adolescenti senza apparenti problemi è causata da questa scoperta, unita alla consapevolezza di quanto diffuso sia ancor oggi il rifiuto di accettare l'omosessualità come una normale variante del comportamento umano. Che l'orientamento sessuale di un individuo sia determinato da cause organiche e genetiche o da inafferrabili esperienze psicologiche risalenti alla più remota infanzia è assolutamente irrilevante, rispetto al suo carattere di condizione ascritta, cioè non scelta e non volontariamente modificabile e quindi eticamente del tutto neutra e insignificante. Da almeno trent'anni la civiltà liberale, e solo essa, ha riconosciuto anche agli omosessuali il diritto di esprimere liberamente questa esperienza, per secoli nascosta nella vergogna e nel silenzio. Da almeno trent'anni non è quindi più lecito difendere i propri pregiudizi per mezzo della propria ignoranza. Scienze psicologiche e comportamentali e organismi internazionali considerano anch'essi da anni l'omosessualità come una normale variante dell'identità individuale. Capita di essere omosessuali esattamente come capita di avere i capelli castani piuttosto che neri, gli occhi scuri piuttosto che chiari, di nascere con determinate caratteristiche fisiche piuttosto che altre. Per questo, se ne sia consapevoli o meno, discriminare sulla base dell'orientamento sessuale è altrettanto indegno e intollerabile quanto discriminare sulla base della razza, del sesso, delle origini etniche. Non a caso, come ha generosamente voluto ricordare nei giorni scorsi il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche, gli omosessuali sono stati oggetto nei secoli, dall'età dei roghi fino a quella dello Sterminio, delle stesse persecuzioni e delle stesse atrocità riservate agli ebrei. Quasi sempre ad opera degli stessi carnefici, anche se a noi nessuno ha ancora chiesto perdono. Mentre il razzismo classico è considerato socialmente intollerabile e ripugnante, della discriminazione degli omosessuali si discute allegramente come di una materia opinabile, in cui tutte le "sensibilità" e tutti gli umori, tutti gli odii, hanno diritto di rappresentanza. Così il Parlamento ha insabbiato perfino una proposta di legge che voleva estendere agli omosessuali la stessa protezione già garantita dalla legge agli altri gruppi oggetto di discriminazione sociale. Così si ritiene tollerabile che due ultrasettantenni eterosessuali che si sposano, non potendo evidentemente avere né adottare figli, possano liberamente scegliere quale assetto conferire ai propri reciproci rapporti giuridici e patrimoniali, e che tale libertà di scelta sia invece negata, con conseguenze spesso devastanti, a due omosessuali. E tutto ciò in nome della "carità cristiana". In realtà si dovrebbe dire della "carità" romano-cattolica, dato che le Chiese protestanti storiche dell'Europa occidentale, anche in Italia, dimostrano invece anche su questo argomento come dal messaggio cristiano possano derivare scelte etiche e civili rispettose della identità e della dignità delle persone, anziché rigurgiti di revanscismo clericale. Ma trovare uomini di governo e di opposizione, ormai quasi tutti a parole liberali, disposti a difendere fino in fondo le ragioni della libertà e della dignità degli individui e della laicità della Repubblica di fronte alle pretese autoritarie delle gerarchie di Oltretevere sembra più difficile oggi di quando, all'epoca del divorzio, il mondo cattolico era tanto più potente e tanto meno prepotente. Ciò che conforta è che in questa vicenda del World Pride una parte consistente dell'opinione pubblica si sta identificando con la battaglia per i diritti civili e di libertà degli omosessuali sentendola come propria. La questione omosessuale è diventata, quindi, un grande tema politico nazionale di cui ognuno discute e sul quale ogni cittadino ha consapevolezza. La nostra "invisibilità", fortunatamente, è finita per sempre.


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