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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
WP. Nel giorno del World pride romano Il Manifesto pubblica nell'intera ultima pagina un contributo di Franco Grillini sui diritti degli omosessuali
WP. Nel giorno del World pride romano Il Manifesto pubblica nell'intera ultima pagina un contributo di Franco Grillini sui diritti degli omosessuali
A parole i partiti democratici sono gay fruendly, nella pratica le proposte di riforma sui diritti civili degli omosessuali sono ferme in Parlamento. Una riflessione e un "elenco" dei diritti e delle proposte.
Sabato 08 Luglio 2000
di Gay.it
in Focus

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Molta solidarietà a sostegno del nostro diritto di manifestare (e vorremmo vedere!), ma nulla o quasi nulla sul terreno delle riforme legislative in materia di diritti civili di gay e lesbiche. Anzi, in Italia l’argomento è stato finora così scarsamente dibattuto e studiato, che capita ancora di sentire persone non sempre del tutto ignoranti chiedersi con stupore se davvero gli omosessuali in Italia siano discriminati dalle leggi. Le discriminazioni vigenti in Italia sono di due tipi: quelle che riguardano gli omosessuali come singoli cittadini e quelle che riguardano le famiglie omosessuali. Queste ultime sono vere e proprie discriminazioni stabilite in positivo dalle leggi, mentre nel primo caso la discriminazione è costituita dalla mancanza di norme che proteggano i singoli cittadini e cittadine omosessuali da comportamenti sociali aggressivi e discriminatori: si tratta però non solo di una mancanza di protezione, ma anche di una discriminazione vera e propria, perché le altre minoranze che, come gli omosessuali, sono oggetto di aggressioni e discriminazioni sociali sono da anni protette da specifiche norme di legge. È vero che a rigore le norme costituzionali dovrebbero essere in teoria sufficienti ad assicurare un grado di protezione sufficiente. Però in questa materia è molto difficile che i giudici siano così probi e coraggiosi da applicare, come pure potrebbero, in modo rigoroso quella parte dell’art. 3 primo comma della Costituzione che, dopo avere assicurato a tutti i cittadini “pari dignità sociale” e uguaglianza di fronte alla legge, vieta esplicitamente anche ogni discriminazione fondata su particolari “condizioni personali”. In effetti non risultano casi in cui questa disposizione sia stata utilizzata per tutelare gli omosessuali contro comportamenti discriminatori dei privati o della Pubblica Amministrazione. Sarebbe anche meglio in linea di principio che fosse il Parlamento ad affrontare la questione, dato che altrimenti si potrebbe imputare, anche se in questo caso ingiustamente, ai giudici, di avere esercitato poteri sostanzialmente “politici”. Non è questa, invece, come accennato, la situazione dei cittadini (o anche delle persone che non siano cittadini) appartenenti ad altri gruppi oggetto di discriminazioni sociali: donne, minoranze razziali, etniche, linguistiche, religiose. A tutela di questi gruppi esistono norme di protezione, che sono precisamente leggi di attuazione dell’art. 3; esse non si estendono però anche agli omosessuali. Si tratta per esempio delle discriminazioni sul lavoro, vietate a cominciare dallo Statuto dei lavoratori e dalla normativa sulla parità fra uomini e donne. Si tratta della normativa prevista per reprimere gli “hate crimes” (delitti causati dall’odio nei confronti di particolari gruppi sociali) prevista dalla c.d. legge Mancino. Tutelare alcuni gruppi tradizionalmente oggetto di discriminazioni, aggressioni e persecuzioni e non altri costituisce una discriminazione assolutamente intollerabile, soprattutto se si considera che una caratteristica comune dei gruppi già tutelati e degli omosessuali consiste nel fatto che, in tutti questi casi, gli individui si trovano a essere parte del gruppo senza neppure averlo scelto, ma solo perché così è a loro capitato: così come nessuno “sceglie” di essere nero o ebreo (anche se ovviamente può decidere di vivere più o meno “orgogliosamente” tale condizione), anche l’omosessualità (o la bisessualità, o la transessualità) è una variante naturale dell’identità umana, minoritaria da sempre e ovunque, di cui uno si accorge, è materia di constatazione, non di scelta volontaria. L’individuo si accorge, cioè, che i suoi desideri affettivi ed erotici si rivolgono verso persone del proprio sesso, nello stesso modo spontaneo, naturale, quasi sempre sostanzialmente univoco, in cui, per la maggioranza della popolazione, avviene l’opposto. E ciò nonostante che tutto, non solo famiglia e cultura dominante, ma anche i coetanei, spinga in senso contrario. Per conseguenza, l’idea della liceità di discriminare sulla base dell’orientamento sessuale è strutturalmente identica, più che a una generica intolleranza, al razzismo in senso forte, biologico, perché anche in questo caso si colpiscono le persone sulla base della loro identità o di comportamenti che sono la conseguenza normale, naturale, diretta di tale identità personale. Da questo punto di vista, il divieto di discriminare sulla base dell’omosessualità non c’entra nulla con il sesso o con particolari “stili di vita”, ma è solo un caso particolare di un principio più generale di libertà e di uguaglianza formale, a parole universalmente condiviso. Ed è ovviamente del tutto irrilevante stabilire, se mai lo si stabilirà, se l’orientamento sessuale di un individuo (eterosessuale, omosessuale, bisessuale o transessuale che esso sia) abbia radici organiche e genetiche o se invece vada ricollegato a insondabili e inafferrabili esperienze psicologiche risalenti alla più remota infanzia, dato che, nell’uno come nell’altro caso, il risultato non cambia: si tratta comunque di una identità personale “ascritta”, che è cioè oggetto di mera constatazione e non di scelta da parte dell’individuo interessato. Purtroppo, dato che in Italia su questo argomento si è poco riflettuto e dibattuto pubblicamente, c’è un sacco di gente che, per ignoranza spesso incolpevole, vede l’omosessualità come una questione di “scelta di stili di vita”, o come un fenomeno di costume, se non addirittura di moda. È certo possibile che gli “stili di vita” degli omosessuali siano influenzati dalla discriminazione sociale e dalle discriminazioni giuridiche: e ciò era ancor più vero nel passato, quando le discriminazioni erano più pesanti, e la rivendicazione di una stile di vita “trasgressivo” e clandestino era spesso vista come una razionalizzazione plausibile e a suo modo orgogliosa di quelle che l’intera società era portata a considerare come “scelte” volontarie di vita, da parte dei pochi omosessuali che osavano manifestarsi apertamente come tali. In realtà, gli stili di vita degli omosessuali sono da tempo, e sempre più è prevedibile che saranno nel futuro, altrettanto vari quanto quelli degli eterosessuali, sia dal punto di vista etico che dal punto di vista dei costumi. Anche il numero degli omosessuali è più o meno sempre lo stesso, ma oggi non sono più tutti nascosti come un tempo. Un tempo gli omosessuali non osavano esprimersi, perché la società era meno libera e reprimeva l’omosessualità: con la morte sul rogo, con la galera, con i lager, con i gulag. Oggi, da circa trent’anni, nelle società libere la libertà di espressione ha finalmente raggiunto anche gli omosessuali, che hanno potuto testimoniare di questa esperienza di vita. Oggi questa testimonianza la si può ignorare solo in mala fede, e solo in mala fede si può continuare a sostenere tesi arcaiche, come quelle che vogliono attribuire all’omosessualità una valutazione morale, quasi si trattasse di un’opzione volontaria anziché di una condizione personale che determina una parte considerevole dell’identità dell’individuo. Chi continua a sostenere queste tesi non fa che dare un alibi alla “naturale” intolleranza degli uomini, che hanno sempre discriminato nei secoli i diversi dalla maggioranza. Solo la democrazia liberale ha eroso, arginato, e sta oggi lentamente sconfiggendo, questi atteggiamenti. Così, quelli che oggi non possono più sostenere seriamente, e pretendendo di essere presi sul serio, che il bene della società richiede che si discriminino gli ebrei o i neri, possono continuare a farlo per gli omosessuali senza incorrere nel meritato disprezzo di tutte le persone civili. Chi oggi si oppone a una legislazione antidiscriminatoria che assicuri agli omosessuali la stessa protezione già assicurata in Italia ai cittadini che fanno parte di altre minoranze, manifesta in realtà, se ne renda conto o meno, le stesse posizioni estremistiche degli antisemiti e dei razzisti veri e propri. Ci sono fra di loro molte persone che sono semplicemente ignoranti in buona fede, ma ci sono anche molti politicanti che pensano di sfruttare a loro vantaggio gli stessi sentimenti disdicevoli che, in società in cui fosse ancora diffuso l’antisemitismo, li porterebbero a cavalcare tali tendenze. Gli omosessuali sono da sempre presenti “in natura” e in ogni società. E del resto non esiste qualcosa come un modello “naturale” di famiglia: la famiglia nucleare eterosessuale di oggi è molto diversa dalla famiglia patriarcale contadina, e questa era diversa dalla famiglia poligamica islamica; per non parlare della pederastia pedagogica che vigeva nella Grecia classica, o dell’istituto del “levirato” di cui si legge nella Bibbia che era considerato “naturale” e doveroso nell’epoca di patriarchi. Non c’è neppure la possibilità di “trasmettere” o di “promuovere” culturalmente l’orientamento sessuale, come dimostra il fatto che, da sempre, si nasce omosessuali in famiglie eterosessuali. I mutamenti culturali possono solo rendere l’omosessualità più visibile: in una società libera gli individui non sono più disposti a vergognarsi della propria identità, in ossequio a una tradizione intollerante e violenta, e rivendicano un’ovvia parità di diritti con il resto della popolazione. Si obietta che gli omosessuali non dovrebbero “ostentare” la propria omosessualità. Ma perché mai gli omosessuali e solo loro dovrebbero nascondere oggi il proprio orientamento sessuale, quasi si trattasse di qualcosa di cui vergognarsi? Questo lo hanno capito anche molte Chiese cristiane: per esempio, praticamente tutte le Chiese protestanti storiche dell’Europa occidentale, come, in Italia, i valdesi e i metodisti. Anche se queste Chiese non hanno al loro interno una gerarchia che possa imporre autoritativamente la propria opinione a tutti i credenti, tale è ormai l’orientamento prevalente fra teologi e pastori protestanti dell’Europa occidentale. Ma anche nel mondo cattolico, nonostante l’atteggiamento oscurantista e spesso aggressivo delle gerarchie contro ogni proposta di incivilimento delle legislazioni in materia, si fa strada la consapevolezza del carattere profondamente immorale dell’omofobia tradizionale, evidenziato dalle nuove conoscenze di cui oggi disponiamo. E anche dell’inevitabile legame fra tale atteggiamento e le aggressioni anche fisiche di cui molti omosessuali sono spesso ancora oggi oggetto. Non dubitiamo che l’attuale atteggiamento oscurantista dei vertici vaticani, che si rifiutano perfino di chiedere perdono per i circa centomila sodomiti mandati al rogo nel corso dei secoli con la benedizione della Chiesa di Roma, sarà oggetto di ripulsa, di vergogna, di contrizione per i cattolici in un prossimo futuro.

Si obietta che tutte le norme antidiscriminatorie che sono state proposte in questi anni, per esempio in materia di diritto del lavoro, sarebbero inutili, perché sarebbe sufficiente la protezione generica già offerta dalle leggi vigenti e soprattutto dalla Costituzione. Quelle che proponiamo sono esattamente leggi di attuazione dell’art. 3 della Costituzione: se fossero inutili lo sarebbero anche quelle che tutelano le minoranze razziali o religiose o le donne, di cui nessuno si sogna di chiedere l’abrogazione con la scusa che sarebbero superflue. Si dice altrettanto per le norme che reprimono gli “hate crimes”, cioè i delitti causati dall’odio nei confronti di un gruppo sociale e della volontà di terrorizzarne tutti gli appartenenti. Ora, a parte il fatto che, in materia penale, i giudici non potrebbero comunque interpretare le leggi vigenti in modo estensivo o analogico, perché ciò è espressamente (e giustamente) vietato dalle norme sull’interpretazione della legge penale, va rilevato che chi commette un crimine ai danni di un appartenente a un gruppo oggetto di discriminazione sociale compie in realtà un duplice delitto: non solo commette, per esempio, un omicidio, una strage o un delitto di lesioni ai danni di un individuo singolo, ma si propone e ottiene anche un secondo obiettivo, quello di terrorizzare un intero gruppo sociale colpendone un componente. Per questo riteniamo che sia giusto che anche questo secondo disegno criminoso sia previsto e punito dalla legge. Ma, anche chi ritenesse tale impostazione non condivisibile, dovrebbe comunque interrogarsi sulla discriminazione che la normativa attualmente vigente pone fra i gruppi tutelati (minoranze razziali, linguistiche, etniche, religiose) e gli omosessuali, che senza dubbio costituiscono un gruppo parimenti oggetto di odio sociale da parte degli stessi gruppi estremistici. Delle due l’una: o si decide di abrogare la legge Mancino per tutti questi gruppi, o un elementare senso di equità impone di estenderla anche agli omosessuali. Altrimenti, la classe politica inadempiente si assume una responsabilità enorme: la mancata previsione degli omosessuali fra i gruppi sociali menzionati dalla legge vigente rischi di tradursi in una sorta di istigazione rivolta a tali gruppi estremisti a riversare la propria aggressività nei confronti dell'unico fra i gruppi sociali da questi avversati che risulta finora non garantito da una specifica tutela penale. L'aggressione nei confronti di cittadini e organizzazioni omosessuali costituisce infatti attualmente l'unico delitto relativamente meno costoso, in termini di repressione penale, rispetto agli altri tipizzati dalla legge in questione. Pur rispondendo alla medesima logica, alla medesima ideologia, al medesimo atteggiamento psicologico del reo, la commissione di "hate crimes" contro gli omosessuali e le loro organizzazioni risulta in qualche modo pagante, almeno rispetto alle più gravi sanzioni previste dalla legge attualmente vigente a tutela degli altri gruppi sociali dalla stessa tutelati. Non pare il caso di attendere un attentato come quello del pub di Londra o come la crocifissione di Matthew Shepard per estendere anche ai gay italiani la protezione già accordata a tutti gli altri gruppi minacciati da organizzazioni estremistiche. Si dice che le norme proposte a tutela degli adolescenti omosessuali nelle scuole, spesso oggetto di feroci atti di bullismo, e sottoposti a terribili violenze psicologiche da parte di un’organizzazione scolastica che ne ignora semplicemente l’esistenza, costituirebbe una violazione della libertà di insegnamento o addirittura una “promozione” dell’omosessualità. A parte il fatto che la libertà di insegnamento non tutela la “libertà” di insultare o colpevolizzare per la loro identità gli studenti neri o ebrei, e a parte il fatto che l’orientamento sessuale di un individuo non si presta ad essere “promosso” in alcuna direzione, anche in questo caso chi straparla con tanta leggerezza di argomenti di cui ignora totalmente la complessità e la drammaticità si rende corresponsabile di tragedie enormi: almeno la metà dei casi di suicidi “inspiegabili” di adolescenti apparentemente senza problemi, studenti brillanti, che non avevano confidato a nessun altro i problemi che li angustiavano è costituita da adolescenti che hanno constatato da soli, e nel più assoluto isolamento, la propria identità omosessuale e che non hanno potuto confidarsi con nessuno, schiacciati dalla feroce presunzione che gli omosessuali non esistono, che comunque della loro esistenza non si deve parlare, che deridere o coltivare stereotipi insultanti è lecito e “normale”. Quasi mai le stesse famiglie hanno sentore della natura del problema dei loro figli, proprio perché si attendono, per ignoranza, che l’identità omosessuale sia sempre correlata agli stereotipi che attribuiscono agli omosessuali determinate caratteristiche esteriori, quelle elaborate nei secoli dalla fantasia popolare, caratteristiche che non si riscontrano se non in un numero molto ridotto di casi (e sono i casi di coloro che nella storia hanno lasciato un segno della loro presenza proprio perché, essendo i soli a cui era molto difficile nascondersi, erano oggetto delle più efferate persecuzioni nei secoli e negli anni in cui il destino degli omosessuali scoperti e riconosciuti come tali era il rogo, il lager o il gulag o la galera). Le organizzazioni gay ricevono ricorrentemente notizia della ragione di questi suicidi, anche se quasi mai possono rendere note singole situazioni individuali, sia per un ovvio rispetto nei confronti della privacy e del lutto delle famiglie, sia perché quasi sempre chi rivela queste situazioni non è disposto a darne pubblica testimonianza. Un altro argomento inopinatamente fatto valere contro l’approvazione di una normativa antidiscriminatoria è quello secondo cui si tratterebbe di un problema di evoluzione civile, non suscettibile di essere risolto formalisticamente con l’approvazione di una legge. Ma questo argomento potrebbe essere fatto valere a proposito di qualunque atto illecito compiuto ai danni di qualunque cittadino: se vi fosse una matura coscienza civile non vi sarebbero né omicidi, né rapine, né furti, né aggressioni, ecc. Si è mai sentito qualcuno proporre l’abolizione delle norme che puniscono questi delitti, auspicando e attendendo che le sanzioni penali e civili siano sostituite e rese inutili da una più evoluta e matura coscienza civile? Sarebbe forse lecito abolire ogni divieto di discriminazione nei confronti di neri ed ebrei, considerandolo un problema che sarà risolto nel lungo periodo dalla evoluzione civile della società? Un argomento particolarmente stupido e insultante è stato utilizzato da qualche “rappresentante del popolo” in occasione dei dibattiti parlamentari riguardanti la legge antidiscriminatoria: si è detto che anche la pedofilia costituirebbe un “orientamento sessuale” e che quindi, una volta vietate le discriminazioni nei confronti degli omosessuali, dei bisessuali e dei transessuali, arriverebbe anche il turno dei pedofili, le cui organizzazioni già si apprestano a formulare richieste consimili. Ovviamente, la ragione per cui la pedofilia (eterosessuale o omosessuale che sia) va repressa è che, in quel caso, c’è una vittima: il bambino, del quale non si può presumere la capacità di prestare un consapevole consenso ad atti sessuali. Ma in quel caso la legge tutela i bambini, non la moralità dei pedofili. E tuttavia questo del rapporto con la pedofilia è uno dei più abietti e vergognosi argomenti utilizzati da politicanti demagoghi e disponibili a cavalcare i più ripugnanti pregiudizi che ancora sopravvivono nelle fasce più arretrate della società italiana: la stragrande maggioranza dei casi di pedofilia avviene in primo luogo all’interno delle famiglie di origine, ad opera dei genitori, di parenti stretti, di amici di famiglia; e in secondo luogo all’interno di istituzioni educative cattoliche. Sono noti i casi dei cardinale primate d’Austria, coinvolto in una miriade di casi di molestie ai danni di minori affidati alle sue cure, e rimosso dal Vaticano solo dopo che la situazione si era ormai fatta insostenibile, e dopo avere tentato tutte le vie possibili per soffocare lo scandalo; del cardinale primate del Belgio, anch’egli rimosso per avere ripetutamente trasferito ad altri incarichi “educativi” preti cattolici coinvolti in analoghe molestie sessuali; degli Stati Uniti, dove si è assistito ad un crollo delle donazioni dei fedeli alla locale Chiesa cattolica, perché una parte enorme di quelle donazioni finiva non in beneficenza o a sostenere le spese di culto, ma a pagare i risarcimenti dei danni alle famiglie dei bambini molestati da preti pedofili: tanto che è ormai difficilissimo per la Chiesa cattolica statunitense trovare compagnie di assicurazione disposte ad accollarsi il rischio di garantire le curie dal pagamento di tali risarcimenti. Ciononostante, da parte di ambienti cattolici e da parte dei politici che sostengono le tesi più oscurantiste della gerarchia, si osa ancora accomunare pedofilia e omosessualità, quasi che i casi di pedofilia omosessuale fossero diversi o più diffusi di quelli di pedofilia eterosessuale. E si è perfino sentito l’anno scorso il leader di uno di principali partiti italiani non vergognarsi di accostare omosessualità e pedofilia, affermando che sarebbe giusto discriminare i maestri elementari omosessuali. Con la stessa logica, tra l’altro, da un maestro eterosessuale maschio ci si dovrebbe attendere il tentativo di molestare le sue allieve bambine, o da parte di una maestra eterosessuale si dovrebbero ritenere probabili molestie ai danni degli allievi maschi.

I casi di discriminazione posta direttamente in atto dalla legge sono invece quelli che riguardano gli omosessuali non come singoli ma in quanto uniti da legami stabili con altri omosessuali: si tratta delle discriminazioni ai danni delle famiglie omosessuali. Il “principio supremo” (tale secondo la classificazione della Corte costituzionale italiana) dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è in questo caso esplicitamente calpestato: i cittadini omosessuali non sono liberi di scegliere quale assetto attribuire ai propri reciproci rapporti giuridici e patrimoniali, come lo sono quelli eterosessuali. A chi continua ad opporsi a qualunque riforma civile in questo campo bisognerebbe chiedere di spiegare, sulla base non dei pregiudizi ereditati da epoche di violenza e oscurantismo, ma sulla base dei più elementari valori e dei principi della democrazia liberale, a parole ormai da tutti universalmente condivisi, quale differenza vi sia fra una coppia di omosessuali stabilmente conviventi e un uomo e una donna ultrasettantenni che decidano di sposarsi o di risposarsi. Anche questi ultimi non possono avere figli, né per via naturale, né tramite l’inseminazione artificiale (impossibile a quell’età e del resto vietata), né attraverso l’adozione, ad essi preclusa. Eppure costoro sono liberi di scegliere quale assetto attribuire ai propri reciproci rapporti giuridici e patrimoniali. Due omosessuali non lo sono. In tutti i paesi civili del nostro continente questa appare sempre più come una discriminazione intollerabile; in Italia anche molti “laici”, o sedicenti tali, sembrano tuttora disposti ad accettare il diktat del Vaticano e della parte più trogloditica della società italiana, che impongono di conculcare elementari diritti umani in nome dell’ossequio a una tradizione violenta e intollerante. Così accade, senza che ciò sia considerato scandaloso e intollerabile: · che a chi ha convissuto con una persona, magari per trent’anni, sia spesso negato perfino il diritto di assistere il proprio partner morente in ospedale, perché questo diritto non è garantito dalla legge, e spesso che le famiglie di origine addirittura impediscano al partner l'accesso al luogo di cura e lo escludano da ogni decisione riguardante il partner malato e incapace di agire; · che al convivente omosessuale non sia garantito dalla legge il diritto di subentrare nell'affitto della casa comune in caso di morte o sopravvenuta incapacità del partner; · che la legge escluda la reversibilità della pensione del partner omosessuale defunto, e, attraverso l’istituto della riserva a favore dei legittimari, che sia vietato al testatore di lasciare in eredità il proprio patrimonio alla persona con cui ha condiviso l'esistenza; e, anche in assenza di eredi legittimari, che tale eredità venga falcidiata dalla stessa tassazione prevista per i lasciti a persone del tutto estranee al defunto; · che solo in poche regioni sia previsto che gli omosessuali possano aver diritto alla casa popolare, se in possesso dei requisiti di legge, in modo da evitare tra l’altro la necessità della separazione forzata di partner anziani, conviventi da decenni, e del loro ricovero più o meno coatto in “case di riposo”. E tutto questo in nome della carità cristiana. O, per meglio dire, della “carità” cattolico-romana, perché come detto la posizione delle Chiese protestanti storiche europee occidentali - e italiane - su queste questioni è in netta prevalenza ormai da anni diametralmente opposta a quella vaticana. Tutto questo in nome dei “diritti della famiglia tradizionale”, ma senza che nessuno si sia mai curato di spiegare perché mai e in quale modo misterioso attribuire parità di diritti ai cittadini omosessuali lederebbe, sminuirebbe o comprometterebbe i diritti acquisiti delle famiglie tradizionali.

Queste posizioni fanno ormai dell’Italia una delle nazioni più incivili, in questo campo, dell’intera Europa occidentale. Ormai non più soltanto i paesi scandinavi (la Danimarca da ormai più di dieci anni) e l’Olanda dispongono di legislazioni avanzate su queste problematiche, ma tutti i grandi paesi europei stanno legiferando in questo senso o lo hanno già fatto: così la Francia, così la Germania, così molte regioni della Spagna. E, nonostante l’aggressività della “destra religiosa” fondamentalista, è di pochi giorni fa l’introduzione del “matrimonio gay” anche in un primo Stato degli Usa, il Vermont. Ciò può stupire solo chi di queste questioni non sa o non vuole sapere nulla: la questione omosessuale è nient’altro che una grande questione di diritti umani e di uguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge. Come tale essa è considerata da anni da Amnesty International. Come tale è dibattuta da anni in sede europea: è dal 1984 che il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri ad aggiornare le proprie legislazioni, ed è di quest’anno l’ultima risoluzione in tal senso votata dallo stesso Parlamento (e degli scorsi giorni è l’ultima raccomandazione approvata a maggioranza dei due terzi dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa). Si noti che, se fino all’anno scorso l’atteggiamento liberale del Parlamento europeo poteva essere attribuito alla maggioranza di sinistra che lo caratterizzava, il voto di quest’anno dimostra che, nel resto d’Europa, la questione gay è vista nient’altro che come una semplice e ovvia questione di diritti umani: anche da un Parlamento europeo la cui maggioranza è saldamente nelle mani del centro-destra. Ma di un centro-destra liberale, non clericale, oscurantista e brulicante di demagoghi populisti come lo è in maggioranza quello italiano (in compagnia di una parte non irrilevante del centro-sinistra). Di fronte a questo atteggiamento di tutte le democrazie liberali dell’Europa occidentale, si è sentito perfino invocare – in materia di diritti umani! – il principio di sussidiarietà: lo stesso che, in relazione a queste stesse tematiche, viene ora invocato dalla classe politica rumena, il cui rifiuto di depenalizzare i rapporti omosessuali sta compromettendo lo status di quel paese come membro dello stesso Consiglio d’Europa. A chi non prova vergogna a seguirne le orme, va chiesto molto seriamente se ritiene davvero che la persistenza di un pregiudizio fondato sull’odio per una minoranza portatrice di un’identità ascritta (cioè non scelta volontariamente dai soggetti interessati) può essere causa di discriminazione giuridica nell’Europa di oggi. In alcuni paesi dell’Europa orientale è ancora forte l’antisemitismo: potrebbe forse l’Europa accettare in quei paesi discriminazioni giuridiche nei confronti degli ebrei, in nome del principio di sussidiarietà? Ebrei e omosessuali sono stati per secoli accomunati da una persecuzione altrettanto sanguinosa, da parte della Chiesa di Roma finché questa ne ha avuto il potere, poi da parte di ogni potere illiberale e autoritario, e da parte del regime nazista che tentò anche per gli omosessuali la strada dello sterminio nei lager. Ma ciò non è bastato né a spingere quella Chiesa a chiedere anche il loro perdono (al contrario, essa si rifiuta esplicitamente di farlo, e chiede anzi il perpetuarsi delle discriminazioni – tornando ai tempi in cui l’aveva chiesto anche nei confronti degli ebrei, pur dopo la caduta del regime fascista), né la cultura e la politica democratiche italiane a considerare la discriminazione nei confronti degli omosessuali altrettanto odiosa quanto quella nei confronti dei neri o degli ebrei. Alla classe politica italiana chiediamo solo di dirci se una politica del diritto che sia civile nei nostri confronti dobbiamo e possiamo attendercela solo da nuovi “criteri di Maastricht” che prima o poi verranno imposti a tutti gli Stati membri delle istituzioni europee, perché intrinseci all’identità stessa della democrazia liberale, o se essa dispone ancora del minimo di dignità e di coraggio civile necessari a porre mano fin d’ora allo smantellamento di ogni discriminazione legale nei nostri confronti: e, in tal modo, allo smantellamento di quella cultura della discriminazione e dell’odio di cui tali disposizioni legislative sono figlie e che concorrono a loro volta a perpetuare.

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