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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
Congresso DS.Approvato all'unanimità il Manifesto "Sinistra e Libertà"
Congresso DS.Approvato all'unanimità il Manifesto "Sinistra e Libertà"
Il Congresso DS approva il documento sulle libertà proposto dal Coordinamento dei gay DS sulle libertà civili
Domenica 18 Novembre 2001
di La redazione di Gaynews
in Focus

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Nella foto alcuni delegati gay al Congresso

"Sinistra e libertà"

La questione delle libertà e dei diritti individuali è una questione cruciale per la definizione stessa dell’identità della sinistra italiana. Ma qualche volta in questi anni è sembrato che la libertà non fosse fra i nostri valori fondanti. Qualche volta è sembrato che anche noi fossimo ipnotizzati dalla retorica berlusconiana sulla libertà: dato che la destra si era data, contro ogni verosimiglianza, l’etichetta di “Casa delle libertà”, siamo sembrati accettare la tesi che altre e parzialmente confliggenti dovessero essere le nostre priorità, le nostre insegne e i nostri valori. In realtà una sinistra occidentale moderna si caratterizza essenzialmente per lo scopo di far godere delle libertà chi ancora ne è escluso, per rendere universale ed effettiva la fruizione delle libertà individuali che sono tipiche e fondanti dell’identità stessa della civiltà democratica e liberale. Questo vale innanzitutto per le libertà che un tempo la sinistra di impostazione marxista definiva borghesi: la sfrontatezza con cui la destra ha agitato il tema del garantismo, solo perché tanti suoi esponenti a cominciare dal suo capo erano rincorsi da rinvii a giudizio, ha quasi convinto qualcuno fra noi, e molti nostri elettori e sostenitori, che il garantismo e la tutela rigorosa dei diritti di libertà dei cittadini fossero naturalmente un valore della destra: salvo poi svegliarsi alla dura realtà dopo gli inqualificabili fatti di Genova. La sinistra non può passare per il partito del ricorso facile al carcere, anche preventivo, come strumento ordinario della repressione e dello stesso processo penale: neppure quando i reati in questione siano quelli in cui sono più soliti incorrere i nostri avversari politici. La “mitezza” del diritto, assieme alla sua certezza, è un valore tipico delle sinistre occidentali. Mitezza e al tempo stesso certezza del diritto sono anche la sola risposta possibile di una sinistra occidentale civile e moderna alla diffusa domanda di sicurezza e di tutela dalla criminalità di strada, una domanda che non ha bisogno, da parte nostra, di risposte demagogiche ed “esemplari”, ma di maggiore efficienza, di nuove tecnologie, di maggiore razionalità e soprattutto di maggiore fiducia nei valori illuministici (che oggi declineremo certo in versione girondina più che giacobina), che sono e devono rimanere una parte integrante della migliore tradizione della sinistra democratica europea e italiana. Di questo bisognerà tenere conto soprattutto nei prossimi mesi, che si preannunciano particolarmente minacciosi per quel che riguarda l’ordine pubblico: i vergognosi fatti di Genova, in gran parte inevitabilmente destinati a rimanere impuniti, se non altro per l’oggettiva difficoltà di identificare gli individui soggettivamente colpevoli di gran parte delle sevizie contro manifestanti inermi, hanno prodotto traumi profondissimi in migliaia di persone; e non è difficile prevedere che alcuni di essi saranno certamente preda di vecchie culture della violenza purtroppo tutt’altro che tramontate, e sfogheranno la loro rabbia e il loro rancore con metodi che rischiano di riaprire una nuova stagione di sangue e di lutti. Già a Genova, e già prima delle efferate violenze poliziesche che vi hanno avuto luogo, se ne sono avute del resto le prime avvisaglie (senza peraltro che da parte dei nonviolenti venissero messe in atto con la necessaria decisione le nette e dovute prese di distanza). Di fronte a questa infausta eventualità, è possibile e probabile che l’attuale maggioranza, per le radici totalitarie di alcune sue componenti e per la mancanza di radici di altre, sia tentata di giocare la carta della violazione aperta delle garanzie e delle libertà costituzionali: una strada che, va detto fin d’ora, per una sinistra liberale e democratica è impraticabile in modo assoluto e radicale. Ed è importante che questo sia ben chiaro fin d’ora a tutti: difendere le libertà e le garanzie costituzionali contro ogni tentazione autoritaria è un obbligo che grava su tutti noi, e che non deve avere assolutamente nulla a che fare con il giudizio su obiettivi, metodi e argomenti dei movimenti “antiglobalizzatori”. Al contrario, è proprio chi di noi si sente maggiormente radicato nei valori dell’Occidente liberale che meno potrebbe tollerare ulteriori violazioni dei diritti umani nel nostro paese. Certezza oltre che mitezza del diritto, anziché calcoli e azzardi politici rivelatisi alla fine perdenti, avrebbero dovuto maggiormente guidarci nel passato decennio anche nell’applicazione delle norme vigenti in materia di pluralismo dell’informazione e di incompatibilità ed ineleggibilità previste dalle leggi elettorali. E a questa sottovalutazione del valore cruciale della libertà si deve forse anche ascrivere la scarsa rilevanza che spesso abbiamo attribuito (non valorizzando le riforme e le innovazioni prodotte in questo campo dai governi della scorsa legislatura) al peso di adempimenti burocratici che erano, e in gran parte ancor oggi sono, lo specchio di una concezione autoritaria dei rapporti fra cittadino e istituzioni, purtroppo tradizionale nel nostro paese. E, ancora, anche sul terreno della politica dell’immigrazione, le nostre posizioni hanno spesso fluttuato fra una concezione semplicemente “buonista”, volta ad assecondare gli inviti all’“accoglienza” che ci provenivano soprattutto dal mondo cattolico e dal volontariato, e l’affannoso tentativo di rincorrere senza alcuna credibilità le posizioni restrittive della destra. Quando invece una politica della sinistra sull’immigrazione dovrebbe porsi anche e prioritariamente il problema dell’integrazione degli immigrati, spesso provenienti da contesti politici e culturali profondamente autoritari, nei valori etico-politici della democrazia liberale: non già promuovendone indiscriminatamente il voto alle amministrative, bensì favorendo la piena, celere e coerente integrazione degli immigrati che ne manifestino espressamente la volontà nei diritti e nei doveri della piena cittadinanza. A condizione che essi accettino senza riserve i fondamentali principi etico-politici della democrazia europea. Ma il terreno su cui è più urgente recuperare al patrimonio della sinistra la battaglia per le libertà e i diritti è quello dei diritti umani, civili e individuali legati alla natura pluralistica e secolarizzata della nostra società. Alla metà degli anni Settanta la grande avanzata elettorale della sinistra italiana avvenne anche sull’onda delle grandi battaglie per i diritti civili – divorzio, aborto, obiezione di coscienza, riforma del diritto di famiglia, abbassamento della maggiore età ai diciott’anni – che la sinistra aveva finito per fare proprie (anche allora spesso superando un’iniziale riluttanza) e portato al successo. Da allora la società italiana non è certo tornata indietro, anzi, i processi di modernizzazione e di secolarizzazione, e con essi l’affrancamento da rapporti personali e sociali propri di una tradizione autoritaria, sono ulteriormente avanzati. Ma, spesso, siamo rimasti indietro noi. Spesso, omettendo di farci interpreti di questi cambiamenti sociali per il timore di compromettere accordi di vertice, o benevolenze ecclesiastiche di cui non abbiamo poi mai neppure lontanamente goduto, non abbiamo saputo incalzare la destra su questi terreni, e le abbiamo consentito così di atteggiarsi impunemente a paladina della libertà e della modernizzazione del paese, senza metterla alla prova delle questioni attuali e concrete delle libertà e dei diritti. Su questioni come il diritto dei giovani a un’istruzione libera (cioè laica e non autoritativamente predeterminata da scelte altrui), la difesa rigorosa della laicità delle istituzioni (anche a livello locale), la libertà della ricerca scientifica, le discriminazioni e i diritti umani degli omosessuali, il riconoscimento delle loro unioni, di quelle delle famiglie di fatto eterosessuali e del carattere pluralistico dei modelli di famiglia, l’aborto per via non chirurgica, il proibizionismo anche in materia di sostanze meno nocive di tabacco e alcool, e su tutte le gravi questioni della bioetica, non c’è sinistra del mondo occidentale che non si caratterizzi, in tutto o in parte, con maggiore o minore radicalità, attribuendovi maggiore o minore peso nell’ambito della propria proposta politica, per posizioni improntate, rispetto a quelle della destra, a una chiara e riconoscibile scelta di libertà. Solo per fare un esempio, in materia di diritti umani degli omosessuali non c’è stato un solo caso in cui una sinistra occidentale, giunta negli ultimi anni al governo del proprio paese, non abbia operato, nei limiti consentiti dalla situazione politica locale, riforme legislative importanti e significative: così hanno fatto, se c’è bisogno di ricordarlo, il Partito socialista francese, il Partito socialdemocratico tedesco, il Partito laburista britannico; e, in paesi certo non meno cattolici dell’Italia, il Partito socialista spagnolo e il Partito socialista portoghese; per non parlare di quelli scandinavi e olandesi; e tale è stato altresì l’impegno di democratici americani, liberali canadesi, laburisti australiani e neozelandesi. E allo stesso modo sembra anche mancare, anche alla sinistra, la consapevolezza che in una società multiculturale e multireligiosa, come si avvia ad essere quella italiana, solo il più rigoroso rispetto della laicità delle istituzioni repubblicane può garantire un terreno comune per l’integrazione e la pari dignità sociale di tutti i cittadini e, lungi dal costituire la riproposizione di antiche e superate divisioni, è anche la condizione necessaria e primaria perché la nuova società multiculturale non si trasformi in un assemblaggio di microcomunità integraliste e settarie, ostili fra loro o meramente conviventi nell'attesa d’essere abbastanza forti per sopraffarsi a vicenda. Certo la politica è anche il terreno del realismo e dei compromessi. Certo si dovrà magari anche tener conto delle sensibilità degli alleati e dei potentati che sono storicamente radicati nella società italiana. Ma non si può accettare che, in nome della ricerca del minimo comun denominatore, la nostra sia la sola sinistra occidentale ad ammutolire su questi temi o a borbottare solo vaghi buoni propositi che non si traducono poi in iniziative di riforma puntuali o in decise campagne politiche: con il risultato, spesso, di pagare il prezzo della generica simpatia manifestata per la causa dei diritti civili, rinfacciataci dagli avversari, e di rinunciare, per sfiducia nelle nostre buone ragioni, a farle valere di fronte all’opinione pubblica. Non si può accettare che tutte queste questioni siano spesso in Italia sprezzantemente liquidate come tipiche di chi sogna un “partito radicale di massa”. Esse sono, invece, patrimonio comune di tutte le sinistre, anche le più moderate, del mondo occidentale cui apparteniamo. Neppure negli anni Sessanta e Settanta le coalizioni di governo potevano trovare una linea comune su questioni come il divorzio o l’aborto. Ma proprio per questo esse venivano tenute al di fuori degli accordi di maggioranza e di governo: dato che, tra l’altro, si trattava di questioni di coscienza, su cui si riteneva incongruo invocare discipline di partito o di gruppo, perfino in un periodo in cui i partiti erano soggetti tanto più forti e coesi di quanto non siano oggi. Allora, la sinistra italiana non rinunciava, soprattutto nelle sue componenti laiche e socialiste, d’intesa con i movimenti per i diritti civili animati dai radicali, a sostenere con vigore riforme di libertà e ad imporle all’agenda politica del Parlamento e del paese. La sinistra italiana deve recuperare il ruolo di protagonista attiva della modernità e della libertà. Sono bandiere nostre, che non vanno più lasciate cadere nel fango, perché siano raccattate e agitate dal primo demagogo di passaggio.

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