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Edizione di Giovedì 17 Maggio 2012
Un «manifesto delle libertà» per la sinistra La svolta del leader Ds: l’individuo al centro della politica
Un «manifesto delle libertà» per la sinistra La svolta del leader Ds: l’individuo al centro della politica
VELTRONI diritto alla scelta. "La libertà di scelta dello stile di vita e dell’organizzazione familiare, la libertà delle preferenze religiose, culturali o sessuali, sono elementi che fanno parte non solo dell’estensione dello stato di diritto, ma anche di un cambiamento profondo delle strutture portanti delle nostre società. Da La Stampa di martedì 11 luglio 00
Martedì 11 Luglio 2000
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Martedì 11 Luglio 2000

Un «manifesto delle libertà» per la sinistra La svolta del leader Ds: l’individuo al centro della politica Pierluigi Battista Prima di tutto, la «libertà». Libertà per il singolo di «realizzare i propri piani di vita». Libertà di scegliere «il proprio tempo di lavoro, il proprio percorso formativo, l’ambiente in cui vivere, il momento in cui fare un figlio, quello in cui andare in pensione». Libertà di «scegliere cosa fare del trattamento di fine rapporto», di un mercato del lavoro che tenga conto delle «storie individuali di vita professionale caratterizzate da frequenti cambiamenti di mansione, di posizione, di settore», di adottare «buoni d’acquisto» per la formazione anziché subire «l’erogazione forzosa di servizi da parte di organi burocratici». Dopo aver sostenuto, proprio sulla Stampa , l’incompatibilità di «comunismo e libertà», il segretario dei Ds Walter Veltroni lancia sulle colonne di questo giornale il suo «manifesto» di una sinistra che faccia della libertà il valore prioritario, a cominciare dalle «libertà negate da regolamentazioni anacronistiche». Veltroni è consapevole che la bandiera della «libertà» oggi appare saldamente nelle mani, e persino nelle insegne e nel nome, degli avversari della sinistra e percepisce in quale misura ancor oggi la sinistra venga vista e vissuta come uno schieramento dominato da una cultura vincolistica e dirigistica, «statalista» e normativa. Perciò propone e disegna una «sinistra della libertà», consumando una rottura culturale e psicologica con una tradizione tutt’altro che esaurita nella storia della sinistra. Uno strappo, ovviamente, con la tradizione totalitaria della sinistra comunista. Ma anche uno strappo con la tradizione socialdemocratica imperniata primariamente sulla tutela dei diritti sociali e collettivi. Una rottura con l’antica diffidenza della sinistra verso «l’individualismo», sentito come mero veicolo di istinti egoistici e anti-sociali e anche con una ancora non smaltita freddezza verso l’insieme delle libertà economiche della società capitalistica e «consumistica» che, se non mitigate e imprigionate da un sistema di regole dettate dal potere politico, rischierebbero di diventare una giungla dove vige il diritto del più forte a scapito dei più deboli. Del resto, la tensione tra «uguaglianza» e «libertà» attraversa l’intera storia della sinistra moderna, dal drammatico divorzio che sin dalla Rivoluzione francese ha separato liberté ed egalité , al miraggio della «società di liberi ed eguali» preconizzato da Marx ma poi realizzato con la nascita di sistemi che per inverare il verbo marxiano hanno dato vita a modelli autoritari e repressivi, fino allo scontro tra il «socialismo liberale» e i movimenti marxisti riecheggiato nell’ammissione di Veltroni al congresso diessino del Lingotto delle ragioni di Carlo Rosselli. Veltroni fa i conti anche con una cultura sindacale che intravede nella «libertà dei singoli», soprattutto nel campo del lavoro e delle pensioni, un potenziale avversario dei diritti collettivamente acquisiti. E d’altronde nel suggerimento sui «buoni d’acquisto» gestiti dai singoli per un libero percorso formativo si scorge un’embrionale apertura alla rivendicazione della «libertà di scelta» nella scuola che oggi viene impugnata come bandiera dallo schieramento che si oppone alla sinistra nel nome della scuola libera». La sinistra vagheggiata da Veltroni in questo «manifesto», una sinistra che assume come valore di base «il diritto di scelta» è comunque una sinistra diversa da quella sinora conosciuta. Perciò l’articolo di Veltroni è destinato a suscitare polemiche. Forse inevitabili se, come auspica il segretario Ds, «sull’asse modernità-libertà la sinistra non deve subire l’attacco della destra».

VELTRONI diritto alla scelta UNA nuova stagione riformista, che abbia al centro la qualità dello sviluppo e della vita dei cittadini. Questo è il compito che abbiamo davanti. Questa è la «missione» dei riformisti, che hanno deciso di stare insieme, per l’Italia, sotto il simbolo dell’Ulivo. Ci unisce un obiettivo: quello di vincere le prossime elezioni politiche, per garantire al Paese la possibilità di continuare a cambiare e a crescere. Ci uniscono dei principi, antitetici a quelli di una destra dalla quale non ci separano le vecchie ideologie, ma la visione del futuro, la qualità delle proposte, l’idea di una società inclusiva e solidale. E un’idea della libertà molto lontana da quella del Polo, che vuole essere libertà del più forte e libertà dalle regole. Chi sta nella casa dei riformisti, chi sta nell’Ulivo, ha un’altra idea, più moderna, della libertà. La intende come opportunità di realizzazione dei propri piani di vita, come diritto di scelta del singolo individuo, come creazione delle condizioni perché ogni individuo, ogni giovane, ogni ragazza e ogni ragazzo del nostro Paese possa scegliere sempre più, sempre meglio, il proprio tempo di lavoro, il proprio percorso formativo, l’ambiente di cui vivere, il momento in cui fare un figlio, quello in cui andare in pensione. E’ una frontiera che si può raggiungere. Perché il lavoro di questi quattro anni e i risultati raggiunti consentono di farlo. Perché le politiche di risanamento, le politiche dei redditi, le politiche per l’Europa hanno permesso di ricomporre alcuni gravi squilibri ereditati dal ventennio precedente: lo squilibrio dei conti pubblici, l’instabilità valutaria, la tendenza inflazionistica determinata dalla rincorsa fra costi e prezzi, lo squilibrio dei conti con l’estero. E anche perché in questi anni l’Italia ha saputo innovarsi. Abbiamo saputo innovare il rapporto fra cittadini e istituzioni locali, attraverso le nuove responsabilità dirette degli amministratori. Innovare le regole di funzionamento dell’economia riducendo il potere di comando diretto dello Stato con le privatizzazioni. Innovare i mercati, e soprattutto quelli finanziari, consentendo la contendibilità delle imprese e l’emersione di nuovi soggetti. Innovare il sistema pensionistico, con il passaggio, pur graduale, al sistema contributivo. Innovare il sistema fiscale, quello della formazione e dell’istruzione scolastica e universitaria, il mercato del lavoro. Per tutto questo quella frontiera si può raggiungere. E solo il centrosinistra può raggiungerla. Pur sapendo che il cammino non è breve, e che le nuove sfide che attendono il Paese sono tante e tali da consigliare di non guardare con autocompiacimento alla strada percorsa finora. Il punto non è soltanto che alcune delle innovazioni introdotte sono ancora a metà del guado. Non è soltanto che le politiche di risanamento hanno inevitabilmente, esercitato effetti congiunturali negativi. Se si trattasse di questo, allora bisognerebbe solo aspettare. Aspettare che le riforme abbiano effetto. Aspettare che, dopo quelli negativi, si manifestino gli effetti positivi, come sta già avvenendo nel corso del 2000, con l’Italia saldamente ancorata alla ripresa europea e un tasso di crescita proiettato verso il 3%, il doppio del livello medio degli Anni 90; con un buon aumento dell’occupazione - che ha guadagnato 830 mila unità dall’aprile del ‘96 all’aprile di quest’anno - e un bilancio pubblico che consentirà di varare fra luglio e settembre un nuovo programma di sgravi fiscali. Tutto questo non basta. Se davvero vogliamo guardare al futuro dobbiamo accettare la sfida del lungo periodo. Una sfida che ci porta a ragionare intorno ad alcuni persistenti ostacoli, che conosciamo bene: gli enormi divari regionali di sviluppo; una specializzazione produttiva debole, concentrata su mercati maturi; la prevalenza di comportamenti poco concorrenziali da parte delle imprese, soprattutto in settori essenziali della nuova economia dei servizi; un territorio fragile e delicato, con bellezze paesaggistiche e culturali la cui conservazione va resa compatibile con lo sviluppo; la scarsa penetrazione delle innovazioni tecnologiche; la difficoltà ad innovare i prodotti, a puntare sulla qualità e non solo sui costi; la pochezza delle risorse destinate dal settore pubblico e da quello privato alla ricerca scientifica; l'arretratezza del governo societario delle imprese e dei modelli di regolazione dell’offerta di beni e servizi pubblici. E’ anche da qui che nasce l’insoddisfazione degli elettori del centrosinistra. Dal passaggio ancora irrisolto fra successo del risanamento e capacità di aggredire gli ostacoli più profondi che frenano lo sviluppo del Paese. Ed è da qui che nascono nuove domande sociali e politiche da cui ripartire per definire l’orizzonte della sinistra democratica e dell’Ulivo per la prossima legislatura, per superare finalmente una fase di oscillazione fra autocompiacimento e mediazioni esasperate di potere. C’è un’area di bisogno, collegata alle nuove diseguaglianze nella distribuzione delle opportunità, che mette in evidenza tutte le distorsioni e le carenze di un sistema di protezione sociale incapace di rispondere in modo efficace alle condizioni di disagio legate alla povertà, alla crescente flessibilità del mercato del lavoro, alla mobilità dei percorsi professionali, alla veloce obsolescenza delle conoscenze. C’è l’incertezza in cui si trovano gli individui e le famiglie quando cercano di immaginare il loro futuro in uno scenario demografico totalmente rivoluzionato dalle tendenze in corso, e devono scontare una prospettiva di riforma e di assestamento delle politiche di Welfare la cui data finale non è stata ancora scritta. C’è l’incertezza degli individui è delle imprese che si confrontano con sistemi della giustizia civile e dell’amministrazione pubblica non in grado di controllare tempi, qualità, efficacia della loro azione. E infine c’è la contraddizione sempre più evidente, frutto della crescita della nostra società, fra ampliamento delle possibilità di scelta e regolamentazioni rigide, burocratiche, delle risposte collettive. A ben pensarci, si tratta di domande che invocano modernità e nuovi diritti, che confermano come la modernità e lo sviluppo, alla lunga, facciano tutt’uno con l’espansione delle libertà. Si tratta di domande rivolte in primo luogo ai riformisti, che la destra può surrogare solo se da parte nostra manca un’attenta capacità di ascolto. Da sempre, infatti, sono i riformisti a possedere una visione delle libertà più completa e più profonda di quella proposta dalla destra. Una visione legata, con le parole di Amartya Sen, al processo di espansione delle libertà sostanziali degli esseri umani e alla capacità di realizzazione dei propri piani di vita. Di questo, allora, dobbiamo convincerci: che un programma per la modernizzazione del Paese è in primo luogo un programma per l’aumento delle libertà. Che le libertà si costruiscono non solo con l’uguaglianza di opportunità, non solo con la correzione degli squilibri, ma anche offrendo opzioni di scelta. E che sull’asse modernità-libertà la sinistra non deve subire l’attacco della destra, ma può trovare il terreno più congeniale per dimostra al Paese la credibilità delle sue proposte programmatiche e della sua azione di governo. L’espansione della libertà di scelta è il terreno, ad esempio, su cui declinare in modo corretto il tema delle flessibilità. Perché non dovrebbe essere possibile, per le lavoratrici e i lavoratori, scegliere il proprio tempo di lavoro, all’interno di un’organizzazione aziendale a sua volta flessibile, sempre meno ancorata agli standard dei metodi fordisti? Perché non dovrebbe essere preferibile, nei percorsi di mobilità da un posto di lavoro a un altro, poter scegliere fra forme di sussidio monetario e forme di sostegno attivo alla riqualificazione e alla ricollocazione? Perchè insomma il sistema di protezione sociale dalla disoccupazione non dovrebbe essere ridisegnato in modo da venire incontro ai bisogni di una platea più vasta di quella oggi garantita? Perché, per fare un altro esempio, un lavoratore o una lavoratrice non devono avere il diritto di scegliere cosa fare di una componente importante della propria retribuzione, come il trattamento di fine rapporto, che oggi permetterebbe di mettere in piedi la «seconda gamba» del sistema previdenziale del futuro? Perché non dovrebbe essere possibile scegliere liberamente il momento in cui andare in pensione, sapendo in anticipo che l’assegno percepito è determinato in ragione ai contributi versati? E perché continua ad essere così difficile ricongiungere i contributi maturati presso diverse gestioni pensionistiche, proprio mentre il mercato del lavoro si evolve verso storie individuali di vita professionale caratterizzate da frequenti cambiamenti di mansione, di posizione, di settore? In una società moderna nuovi lavori e nuovi diritti possono e devono coesistere. Alla stessa dimensione di libertà possiamo fare riferimento quando pensiamo alle innovazioni dei sistemi di formazione e istruzione. Il riordino dei cicli scolastici e la riforma della didattica universitaria introducono nuove flessibilità e aprono la strada all’arricchimento dell’offerta. Inedite dimensioni di scelta sono rese possibili dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Perché non utilizzare di più lo strumento del credito d’imposta per incentivare le attività di formazione, di ricerca, di innovazione da parte delle imprese e dei cittadini? Perché non adottare in alcuni casi i «buoni di acquisto», piuttosto che l’erogazione forzosa di servizi da parte di organi burocratici? L’educazione è centrale anche perché è «educazione a scegliere». E’ la convinzione che anima lo stesso «progetto 2000», che abbiamo presentato al congresso di Torino, momento centrale dell’elaborazione programmatica dei Ds: compito dei riformisti è liberare l’Italia della sclerosi, dalla paura dell’innovazione. In tante aree della nostra società le «libertà sostanziali» sono negate da regolamentazioni anacronistiche, come quelle che limitano artificiosamente la concorrenza nel settore dei servizi professionali, o da strutture giuridiche più adatte all’Italia di cinquant’anni fa che ad un Paese che voglia accettare la sfida della competizione mondiale, come le norme che regolano il diritto societario e quello fallimentare, oppure quelle che determinano «scalini» ed effetti di «soglia» che distorcono i processi di crescita delle imprese. Alla demagogica bandiera della destra, che concepisce la libertà come libertà dalle tasse, come libertà di disinteressarsi degli equilibri sociali e del rispetto delle regole della concorrenza, i riformisti possono proporre qualcosa di più di un serio programma di sgravi fiscali, compatibile con il rispetto dei patti europei. Possono, ad esempio, interpretare meglio il disagio del Nord: che non è un disagio «contro» lo Stato e «contro» il welfare , ma è una domanda pressante «per» un diverso Stato e «per» un welfare più moderno e attento ai nuovi bisogni. E possono poi ricordare con forza che la libertà di scelta dello stile di vita e dell’organizzazione familiare, la libertà delle preferenze religiose, culturali o sessuali, sono elementi che fanno parte non solo dell’estensione dello stato di diritto, ma anche di un cambiamento profondo delle strutture portanti delle nostre società. Questi sono alcuni dei motivi del nostro stare insieme. Se noi, l’Ulivo, i riformisti, riusciremo a lavorare per creare le condizioni affinché i cittadini possano scegliere avendo le informazioni e le possibilità, la capacità e la libertà di farlo, allora avremo fatto un passo avanti nella realizzazione del nostro compito. Il compito di chi vuole coniugare modernità e coesione sociale. Il compito di chi vuole, governando, continuare a cambiare radicalmente l’Italia.


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